12/09/15

I mediocri che indicano la luna e quelli che scrivono con il culo


Per essere considerato saggio, il più delle volte è soltanto necessario sembrarlo; e la voce popolare trasforma facilmente il tonante demagogo nell'oratore e nel patriota”

La via per assicurarsi il successo consiste nel preoccuparsi di ottenerlo piuttosto che meritarlo; l'ostacolo più sicuro nasce dal concepire un modello troppo elevato di raffinatezza, o un'opinione troppo alta del discernimento pubblico”

William Hazlitt – Il piacere dell'odio

Leggo una rivista musicale prima di dormire.
Inorridisco. Le recensioni sembrano scritte da un adolescente incapace pure di cimentarsi in un veloce copia e incolla da wikipedia. La forma italiana è qualcosa di aberrante. Virgole dappertutto, secondo quel principio sublime di “abbondandis in abbondandum”. Relative che vanno ad annusare il culo ad interrogative; punti è virgola in mezzo a degli incisi; trapassato remoto che va a fare petting linguistico con il passato prossimo e limona pure con il futuro anteriore. Un'orgia di lingua italiana corrotta, bastarda e zoccola. E poi, i contenuti. Notizie alla portata di tutti spacciate per sapienza personale. Cronologie macchiate di “siccome”, “dato che”, “come ben sappiamo”.
Ma cosa sappiamo bene, testa di cazzo? Cosa? Eccolo, l'ennesimo fighetto ex minorenne che presume di essere un meraviglioso recensore, e magari se la tira pure. Capacissimo.

Il rovescio della medaglia è rappresentato dai vari recensori e giornalisti musicali che si credono un incrocio tra Palazzeschi, Gadda ed Ardengo Soffici. Per il lavoro acustico di un ex aiuto cuoco del Michigan sono in grado di citarti Rimbaud, Mandela, Cruijff, le graphic novel canadesi del 1976 e anche parti dei loro stessi libri, quelli di cui hanno ancora seicento copie nella libreria di casa. Naturalmente, pur fingendo modestia e disponibilità mentale verso la massa ignorante, sono inavvicinabili e spocchiosi. Nel loro mondo non entri, se non cavalcandoli di sbieco con complimenti untuosi; altrimenti il loro universo è tarato per fottersi all'infinito sempre nelle stesse stanze e con le stesse sfiorite professioniste dell'autoreferenzialità, le fate-ego.
Non credo che un appassionato di musica e dischi ami avvicinarsi ad una piccola recensione e finisca per scoprire che si tratta di un fallimentare e miniaturizzato pendolo di Foucault.

Sto leggendo un interessantissimo libro di William Hazlitt, “Il piacere dell'odio”. L'opera è stata scritta nel 1823, ma è validissima anche e soprattutto ai giorni nostri. Hazlitt era un pensatore di una lucidità impressionante. La lettura sta scorrendo anche troppo veloce, tant'è che ho paura di finire nel meglio. Un po' come quando finiscono le vacanze. C'è un capitolo nel libro giustamente titolato 'I requisiti necessari per riuscire nella vita', pagine di assoluto genio che riescono -senza essere consolatorie, vittimistiche e lagnose- a spiegare com'è che certi imbecilli svettano. E si badi bene, non ho aggiunto un'eventuale e stupissimo “... e tu no”.
Hazlitt riesce a spiegarmi meglio di chiunque altro perché sono anni ed anni che assisto ad imbarazzanti parate di riuscita sociale da parte di figure improbabili. Mi spiega com'è che ad ogni piè sospinto mi trovo a dover spiegare a qualche ragazzino che sono lì per convincerlo delle mie doti. Com'è che qualche editore con i pannolini può dirmi quel che devo e non devo scrivere. Per non parlare di quelli che iniziano i loro discorsi sulla scrittura e sulla cultura con l'apodittico “vedi, in Italia funziona...”
Il verbo 'funzionare' mi irrita. È pretestuoso, indimostrabile, arrogante. È da manager, non da artisti. È il verbo che ho sentito di più in quel cesso di posto dove ho lavorato per un decennio, dove infatti erano i cretini a decidere cosa si dovesse fare. Il ricatto da ricottari della riuscita precotta è alla base del fallimento italiano in materia di cultura e creatività. Un paese che produce cloni dei cloni, nella maggior parte dei casi. Un paese che sdogana i suoi artisti solo quando escono allegati ad un quotidiano o finiscono, imbarazzati a posticci, in qualche trasmissione di dubbio gusto.
Un paese culturalmente ancora stracattolico ma pruriginoso, al punto che appena spunta la parola “scopata” si va in esplorazione. Un paese che finge di avere il coraggio della satira e della scorrettezza, che invece urla allo scandalo appena si esce dal seminato, e dunque fioccano parole democratiche e passepartout come omofobia, misoginia, razzismo, intolleranza. Scandalo, scandalo, scandalo. Ma c'è una parola che sento sempre meno, ed è sintomatico: classismo. Quello è uno dei peggiori vizi italiani, ma sembra essere caduta in disgrazia la sua puntuale annotazione.
Le differenze di classe in Italia ci sono eccome, e sono principalmente generate dal reddito e dalla riuscita sociale; mentre le differenze culturali risultano appiattite come sogliole pressate. L'importante è arrivare alla gente, funzionare. Funzionare come un vibratore, che sappia vellicare nei punti e soprattutto nei momenti giusti. Per riuscirci, come scrive Hazlitt, è opportuno essere il più vuoti possibile.

Scrivi sempre cose amare, sembra sempre che tu ce l'abbia personalmente con qualcuno”, mi dice Lumera, che ama scandagliare l'animo umano secondo i suoi parametri facilitanti. Sono anni che cerca di scrivere un romanzo decente, un'epopea come piacciono a lei, ma per adesso si arrangia a trovare difetti e peli nelle cose altrui. Mi fa questi appunti, mentre mi mostra con una certa fierezza il suo libro sulle torte biologiche di strutto, farro e avena ovipara. Alla fine del suo libro ci sono pure dei ringraziamenti ad un'associazione femminista e ad un cantautore cittadino che gira sempre con un foulard equivoco che mi autorizzerebbe a chiedergli quanto vuole per un po' di piacere artistico condito da una certa sapienza manuale. Ecco, sono questi miei pensieri che scandalizzano Lumera. Io lo so. Non si rende conto che non ce l'ho con nessuno, con nessuna eventuale “categoria”, che di certo non me la prendo con individui in difficoltà, e che mi sento a disagio a sinistra e destra, che non sono un reazionario eterosessuale intollerante come pensa lei. La realtà spesso mi rompe i coglioni, e non sono abituato a tenere la bocca chiusa. Tutto qui. Davvero non c'è altro. Solo che a lei non piace chi non puoi racchiudere in una cornice di codici e mappe, ed ecco che le sto sul culo. Nei suoi commenti educati un po' sprezzanti si respira l'aria della grande illuminata che si indigna per la rozzezza di un ragazzo (sarei io, che ragazzo non sono da anni) con qualche talento (bontà sua), ma con una pericolosa propensione fascistoide (mi si può dire proprio di tutto, ma questo mai).

Lumera non si rende conto, però, che pago già tutto, e da molti anni. Perché devo contenere la mia insofferenza se non voglio essere travolto e completamente dimenticato (cosa già avvenuta a cadenze regolari, per grazia di Dio), perché spesso mi trovo di fronte a qualcuno che non stimo per nulla e sono nella condizione obbligata di dovergli piacere e doverlo convincere. Da anni mi invitano alla furbizia organizzata, mi consigliano di abbozzare. Devo ammettere che ci riesco per un po'. Nelle fasi iniziali riesco anche bene, perché non sono completamente idiota. Poi finisce per vincere il mio temperamento. La mia incapacità acclarata di finire in un ingranaggio in cui qualcuno -palesemente- decida per me.
Questa è la prova che non fanno al caso mio partiti politici, associazioni di pensiero, matrimoni, clan affettivi, comitive di amici, gruppi di ascolto monomaniacale, cricche di individui legate da passioni in comune, devozioni e deferenze verso artisti, intellettuali, guru del cazzo e santoni moderati a piedi scalzi, quelli che simulano francescanesimo esistenziale e poi si spruzzano le palle di pino silvestre per una scopata extra muros.
Ognuno per sé. Tanto siamo tutti in fiamme già da tempo. Se queste fiamme dovessero avvinghiarsi e profumare di qualcosa simile all'amore, forse l'ufficio stampa di Dio diffonderà la notizia prima di farci chiudere gli occhi.

Luca De Pasquale, 12 settembre 2015

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