16/09/15

I figli delle stelle e la sindrome di Strindberg


E intorno a me covava sempre la stessa oscurità, quella stessa eternità nera e imperscrutabile, contro la quale si inalberavano i miei pensieri incapaci di afferrarla. Con che cosa potevo paragonarla? Feci sforzi disperati per trovare una parola abbastanza grande per definire quel buio, una parola così crudelmente nera da annerire la mia bocca quando l'avessi pronunciata.
Knut Hamsun - Fame

Poco dopo la mezzanotte, sento in lontananza una band che suona “Figli delle stelle”. Il basso è corposo ma fuori luogo, un'imitazione cafona di Bernard Edwards degli Chic. Poi, schiamazzi, grida, wow, vai, grande: tutto il repertorio del divertimento. Immagino che staranno facendo il trenino. Quell'immancabile, inguardabile trenino. Immagino lo sprigionarsi dei profumi femminili, le ascelle sudate degli uomini, le bisettrici sessuali improvvisate, lo schiavismo delle emozioni veloci e poi gli accompagnamenti a casa nel cuore della notte, un po' ubriachi un po' incazzati per il lavoro del giorno dopo.
Credo di non aver mai fatto un trenino. Non voglio nessuno dietro e non metto le mani sulle spalle del primo venuto. In genere, alle feste e alle serate io fumo, osservo, praticamente scrivo dentro. A modo mio, sono il più partecipativo di tutti. Senza giudicare. Senza isolarmi. Finisco con l'interessarmi a qualcosa che non mi interessa affatto. Dopo un trenino non mi sentirei più leggero. Vedere culi colorati in movimento è troppo poco. Ma le dinamiche di saliva, sudore, libidine, eccitazione inerziale e sentore casereccio del proibito mi servono. Di sicuro è meglio osservare dei trenini dance che uscire con una coppia già morta. Quelle uscite oscene dove l'uomo parla con l'altro uomo e la donna con l'altra donna; gli uomini camminano davanti e le donne dietro, non ci si incrocia quasi mai, non è la quadriglia, si parla di informatica, forse di politica, di calcio e di viaggi. I due uomini in genere finiscono con il concedersi qualche commento complice su qualche altra femmina. Somiglia all'amicizia, ma non significa niente. Le due donne sembrano vicine, nella sensibilità e negli scopi, ma non sono niente l'una per l'altra.

Le uscite in coppia le ho sempre odiate. Perché sono costretto a recitare una parte. Una parte che mi fa schifo. Quella del brav'uomo simpatico, costruttivo, parte di un duo, di un binomio che non deve uscire dal seminato ed essere bonariamente accettato. Senza crepe, senza terremoti, senza agonie di altro tipo. Le uscite in coppia sono uno dei più mesti rituali degli adulti, o di quelli che credono di esserlo. Si qualificano come adulti perché hanno delle responsabilità. Bastasse questo. Si qualificano come in gamba perché ogni mattina sistemano al meglio il treppiede lavoro/famiglia/immagine. Ho sempre saputo che con me questa roba non funziona. Una tavolata di Natale con i segnaposti e i tovaglioli infilati nei bicchieri come carciofi per me sono la morte o qualcosa che ci somiglia.

Poi capita che qualcuno, comprendendo il mio imbarazzo, cerchi di mettermi a mio agio parlando di libri. La cosa precipita velocemente e finisco per sentirmi crudele. Come se boicottassi l'interlocutore. Perché non sono uno di quelli che segue la scena letteraria dello strapaese. Gli scrittori del giardino a fianco per me sono dei perfetti estranei. Non ho ambizioni di critico letterario e di recensore. Leggo disordinatamente, senza un filo logico, sono una bagascia verso i libri. Se mi stuzzicano me li prendo, altrimenti possono anche marcire. Non leggo per cortesia o per spirito di corpo. Non mi piacciono i gialli dolenti dell'ultimo decennio, mi annoiano. Quanto ai bildungsroman poco sinceri e imbrattati di freddure per far ridere i travet culturali di città e dintorni, stanno bene nelle biblioteche di mogano dei borghesi.
Quindi, fatico a parlare di libri.
Hai letto l'ultimo di Giuseppe?”, mi faceva sere fa un amico.
Ma chi cazzo è Giuseppe?”
Ma come, Luca! Giuseppe... Giuseppe Piovaccario... lo conosci, ora è famoso”
Non conosco nessun Giuseppe Piovaccario”. E, aggiungerei, non è che mi cambierebbe la vita.
Ma così passi per uno stronzo un po' rosicone. Perché tu magari non lo sai, ma Piovaccario ha svoltato, ora è veramente noto ai più e sta pure facendo soldi, quelli che tu non hai e non fai. Il problema di fondo è che penso che Piovaccario può baciarmi il culo, perché non scambierei la mia vita con la sua. A lui non converrebbe mai, neanche da pensarlo. Non gliela consiglierei, la mia. Troppo spartana.
E poi passi pure per uno che fa lo snob senza poterselo permettere. Passi per snob se dici la verità. Che tu Piovaccario non lo leggi, e non certo per malmostosa invidia. Stai rileggendo Strindberg. Sei a caccia di quel saggio sull'anarchia di Dagerman e non lo trovi. Ti piacciono le storie non a lieto fine. Ti piacciono i personaggi da ultima corsa, da fine percorso, quelli autodistruttivi che -peccato trascurabile- senti ti somigliano. Non sei costretto ad andare da uno psicologo al gusto di sudoku e sushi per capire come mai sei attratto irresistibilmente dai balordi, dai dignitosi che, ai margini della società, cercano un riscatto che valga come una canzone alla memoria e poco più.
Per te il tango è quello di Bertolucci e quello vero non ti interessa, non lo balleresti mai. E allora dovresti dire la verità: che una certa letteratura scandinava e russa ti fa inabissare come vuoi, e non si tratta dei gialli del maggiore Gudmundsson con la cartolina di una Stoccolma che sembra una Parigi per finti pensatori malinconici.
Perché è uno come Stavrogin che ti movimenta le viscere e ti lascia senza parole. Perché è il protagonista di “Fame” di Knut Hamsun che ti fa viaggiare veramente.
Ma conviene essere colloquiali. Non allontanarsi troppo dalla riva senza un segnalatore luminoso. Conviene tenersi vicini alla pelle degli altri uomini, trovare nei loro respiri la parte migliore di quel che ti manca, conviene evitare che il tuo percorso venga preso per un addio con smanie letterarie.
Conviene sapersi spiegare. Il mistero che si apparta troppo finisce nelle vasche gelide della curiosità impotente, quelle tonnare puzzolenti dove ti dibatterai parlando una lingua diversa da quella riconosciuta nel fazzoletto di cielo che ti è concesso.
E allora sì, vaffanculo, “piace tanto anche a me il maggiore Gudmundsson e magari prestamelo, quel Piovaccario”.

Luca De Pasquale, 16 settembre 2015











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