28/09/15

Gli sgarri


La signora prende il sole sul balcone, si pettina, muove il collo, fa tante biciclette con le cosce. Noi uomini siamo rozzi e in presenza di scene del genere siamo portati a pensare che voglia passione, sporcizia, sesso. Insomma, che voglia il nostro. Ma è quasi certo che vorrà solo quello del marito. Quelli della mia generazione non sono mai usciti dai film con Alvaro Vitali e con il bravissimo Renzo Montagnani. Siamo tanti Lino Banfi e stiamo ancora lì a fare della filosofia se ci diventa duro nei pantaloni.
Ormai sono stanco della signora che muove le cosce. È più di un anno che me le agita praticamente in faccia. Credo di preferire la mia sigaretta e la vista della tangenziale che brulica. Preferisco guardare anche i gatti nel vicolo.

Mi sto convincendo, intanto, che c'è qualcosa da festeggiare, in questo tempo ed in questo spazio. La mancanza di aspettative, nella fattispecie. Mi trovo bene, benissimo, a non aspettarmi praticamente nulla da nessuno. È, banalmente, tutto da guadagnare. Perché posso dire, dall'alto della mia età di mezzo, che ogni aspettativa è destinata alla smentita totale o parziale. Gli sgarri sono minuscoli, minimi e quotidiani. Ma si accumulano come neve sporca fuori la porta di casa. Le disattenzioni. Le scostumatezze. Le incoerenze egoistiche. Le ripicche. Le scene madri destituite di ogni fondamento. Se sei duro rischi di restare isolato, è vero; ma se ti ostini con morbidezze e attenzioni disinteressate, è probabile che ti si pisci addosso. Magari con il sorrisetto umano. Ti vogliono l'uomo e l'amante adatto, ti vogliono amico ma sovrapponibile alle loro vite e ai loro bisogni. Ti vogliono duttile, come al lavoro. Manovriero in senso positivo. Devi avere un grande spirito di adattamento e devi chiedere poco.
Ma la cosa peggiore è che si offendono. Ma chi? Tutti. Forse me incluso. Ognuno sembra riversare sui vicini le proprie fissazioni, le proprie leggi. Volendo bene, oggi si rischia di mancare di rispetto. E quasi sempre le attenzioni, comprese quelle sessuali, nascono da circuiti personali e non condivisi. L'effetto è quello di una grande stanchezza. E di strafottenza, quasi di inedia. Perché dovrei starti alle calcagna se tu aspetti che te lo dimostri prima io per concedermi poi la tua cortese reazione?
Vieni a vedere il mio concerto ed io leggerò i tuoi libri.
Ascolta tutte le mie geremiadi affettive ed io di riflesso ti dedicherò qualche minuto della mia grande anima.
Fammi godere, saprò ricambiarti. Usi la bocca? Allora lo farò anche io. Tre minuti dopo il mio orgasmo, io ti garantisco il tuo. Potrei pure fingere di sentirti di più, e farlo in spagnolo. So che così vieni prima, vero, stronzone?
Devi condividere con me la stima che provo per Enzuccio; se lo farai, ecco che anche io mostrerò benevolenza per il tuo amico o per quella persona più tua che mia.
Sposami ed io sposerò te. Fammi sentire bella e io ti farò sentire degno di trovarmi bella. Funziona così. Una gran rottura di cazzo.

La cosa più ridicola in assoluto è che ogni tanto qualcuno mi fa notare che io esibisco un insopportabile pessimismo sociale. Lo fa sentendosene fuori: “Ma chi conosci? Che hai passato per pensarla così?”
Che ho passato? Quello che passiamo tutti. Solo che io ho poca pazienza. Il bello è che chi ti fa questo tipo di commenti crede di poterne parlare dall'esterno, e magari è proprio uno dei miei esempi negativi.
Se io dico che spesso l'amicizia è una farsa di egoismo, ecco che arriva l'amicoide che ti da ragione, aggregandosi all'attacco indistinto. Ignorando che lui è uno dei peggiori, e che io spesso penso a lui quando scrivo pesante.
Poi accade il contrario: che un tizio qualsiasi, che tu non ti sei mai cacato in vita tua, si offende per qualcosa che dici o scrivi. Pensa che ce l'hai con lui. Forse lo pensa perché oggi è facile essere paranoici in queste cose. È un difetto che ho anche io. Se qualcuno dichiara che l'anarchia è una cosa di merda, magari io decido di levarmelo dai piedi. Ma magari non ce l'aveva con me.

Sempre di più, credo che sia completamente inutile fingere confidenza, devozione, vicinanza, condivisione. Tanto poi si viene scoperti, e si fanno delle figure di merda. Io apprezzo più chi mi taglia e chi mi dimentica piuttosto che chi mi mantiene teoricamente in vita per far vedere. Perché sembra brutto, perché è inutile essere così chiaramente ostili. Ma è un errore. Meglio la chiarezza che traccheggiare.
Non ho mai fatto mistero, soprattutto ultimamente, che buona parte delle persone che ho conosciuto e frequentato nella mia vita ora non conta più niente per me. Nulla. Meno di una banale novità. Perché magari mi hanno esasperato con banalità, contraddizioni, comportamenti capricciosi, panciate di egoismo e autostima a clistere, perché hanno sbagliato il momento della predica o del complimento, perché volevano garanzia di fedeltà cieca che io rifiuto totalmente.
Ma cazzo, chi l'ha detto che dobbiamo scoparci tutti a turno? O far scopare le nostre anime in un girotondo da scout con le emorroidi, mezzi costipati e mezzi invasati? L'affetto è una cosa che si conquista e che poi si deve mantenere, ma dev'essere spontaneo. Non si torna indietro dai buchi neri. Gli sgarri, al mio paese, anche sgarri minuscoli, si pagano in forma semplice e non cruenta. Si pagano con la fine delle trasmissioni. Niente di orrendo.

Ci ricontattiamo, io e Fanfone. Dopo due righe scopriamo che non abbiamo un cazzo da dirci. E che raccontarci quello che abbiamo fatto separatamente negli ultimi cinque anni sarebbe uno stiracchiarsi sui chiodi, perché nessuno dei due se ne fotte niente dell'altro. Ci sta. Ciao Fanfone, ciao Luca. Senza lacrime. Senza stolide dichiarazioni di autenticità emotiva e di rancore. Ciao Fanfone, manco a dire che è stato bello un tempo. Ci siamo capitati tra le palle per qualche tempo e abbiamo fatto buon viso a cattivo gioco. Finita lì. Stima per la franchezza, stima per l'azione non fasulla. Ciao.

Il discorso di Fanfone vale il doppio per le scopate inabissate nel tempo, per le piacionerie-dildo, per le chat con il cuore appoggiato sul cazzo, per la ginnastica di dodici minuti terminata nel pitale e nei fazzoletti con il ciuccio del Napoli. Abbiamo evitato di andare in palestra e, giusto per movimentare un po' la cosa, ci siamo sussurrati un “ti amo” con i denti lavati. Può succedere.
Da questo ad annoverarci come “ex” ce ne passa, no? E poi “ex” non ha nessun senso. Sono due lettere azzeccate con la sputazza. Ex di che? La parola ex mi fa pensare all'estinzione. Ex è quello che sono stato, quello che credevo di essere. Poi mi sono mandato affanculo da solo. Nel futuro. Senza chiedere il permesso a nessuno.

“Indurisci il cuore”, dicevano in un bel film. Spesso ci ho pensato, negli anni. Però magari ho indurito l'uccello, oppure ho stretto le pacche. E pensavo che stavo indurendo il cuore. Perché è facile pensare di fare letteratura della propria vita anche se si scrive solo la lista della spesa. Troppi libri. Troppe canzoni. Troppi film. Ed è così che un'ovvia e legittima dichiarazione d'intenti, “ehi tu, mi piaci un po', mettimelo dentro e facciamo finta di volerci bene” diventa un po' ridicolmente il plot di un romanzo da abortire. È incredibile quanto siamo affamati di sogni e quanto sbagliamo.

In questo spazio, in questo tempo, mi sento abbastanza okay. Mai del tutto. Se così fosse, mi sarei sparato per la noia.
Mi sento mezzo okay perché la luna tramonta proprio nel pozzo. E lì affoga. Perché la bellezza dell'alba non è per gli stronzi. Perché non cerco ricchezza e notorietà, ma fiamme. Perché ho smesso di credere di poter costruire qualcosa di riconoscibile e di non equivocabile. Tutto è equivoco e momentaneo. Meglio l'improvvisazione che la monomania. Meglio puzzare di zolfo che vendere false boccette di acquasanta. Mai santificare i motivi per cui gli altri si interessano di te. Quelli non sono miracoli. Quella è la vita, senza sovrastrutture. Ci si piace, ci si spiace. Gli anelli valgono quanto i profilattici. Le promesse sono cocci che il gioielliere spaccia per pezzi unici, e tu per questo dovresti incidergli la gola a sangue. Spesso ci si insegue per convenienza. Per non crepare. Lo si dovrebbe ammettere. Si starebbe meglio.

“Ti giuro che prima o poi leggerò quel pezzo che hai scritto...”
Dici davvero? Oh, ma allora devo cacarmi nei pantaloni e portarti gratitudine. Una di queste sere ti porto a casa un pollo fritto e se vuoi parliamo un po' del nostro passato, quello che non abbiamo mai vissuto. Quello che forse ci ha suggerito quella merda di facebook, o un'amicizia in comune che non si fa i cazzi suoi.
Fammi uno sgarro serio: dimmi che non te ne fotte niente. E io, allora, stima.
Ma non farlo dire prima a me, diamine.

LdP, 28 settembre 2015

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