05/09/15

Foncé




La donna con i capelli arruffati, magrissima e probabilmente pazza, porta il cibo ai gatti del circondario. Proprio vero che ad un certo punto si finiscono per preferire gli animali. Dall’appartamento dei vicini proviene la voce garrula di Barbara D’Urso. C’è nell’aria un forte odore di pioggia e provo una certa euforia nel non avere impegni, appuntamenti, ganci per le prossime ore.

Gli amici degli amici. Gli amici degli amici di altri amici. Che noia.
Chi dice che gli amici degli amici devono essere considerati vicini, spiritualmente o fisicamente? Chi dice che il mondo ha bisogno di nuovi eccentrici, di nuovi accentratori? Chi è che continua a pensare che la condivisione sia meglio del silenzio? Mi pongo ogni giorno diverse domande, le più disparate; spesso non trovo uno straccio di risposta. Ma una cosa è certa: le risposte che sento e leggo in giro non mi piacciono. Devo confessare che alle persone propugnatrici della frase-slogan “è così che va il mondo” infilerei la testa nel cesso e tirerei lo sciacquone. Non se ne può più della saggezza popolare, del fatalismo istrionico e pure dei famosi “rimedi della nonna”, quella zoccola.
Non sono bravo a fingere. Si vede lontano un miglio quando non condivido. E questo accade spesso. Se qualcuno mi parla bene di una creatura che non amo, non c’è alcuna speranza di convincermi. “Tu non lo conosci, ma è una persona speciale”. Davvero? Sono emozionato, ma non cambia nulla. Come pure, non c’è possibilità di mettersi a parlare d’amore. Soprattutto se ufficialmente ben riuscito. Nessuno è più noioso di un innamorato che sbroda.

“Sapevi che Ezio fa volontariato?”
“Questa palazzina è tutta di mia madre, io qui non pago il fitto”
“Da quando sono diventato genitore ho capito tutti gli errori che commettevo”
“Federica è la donna migliore con la quale io sia mai stato”
“Questo è un periodo di vacche magre per tutti. Io sono passato da 3600 euro mensili a 3200, un disastro… e poi sai quanto pago di Ici?”
“Gli U2 sono la più grande band del mondo”
“Il Napoli si riprenderà… piuttosto, ma la Fiorentina chi ha comprato? Quattro sconosciuti…”
“Ho incontrato un tuo vecchio collega… ma lo sai dove lavora adesso?”
Ecco: tutte queste frasi, tutte stupide, tutte superflue, mi ronzano in testa come mosche in giornate come queste. Non mi piace fare conversazione con questa roba, non so più come devo spiegarlo. Non esiste obbligo alla conversazione. Alla simpatia, ancor meno.

Scarpe con le zeppe e cosce abbronzate in centro. I rimedi della vita, cibo, sesso e carità. Scarica di brividi sotto i testicoli e cuore che diventa una radio. I pregi idealizzati di persone che non conosci e finirai per boicottare. Questa strada sembra l’ideale per mettersi un po’ in mostra, e noi qui a sfilare come mignotte per bene. Aspetta, che ora ti chiedo come stai, ma ti prego, rispondimi velocemente. Se ti accendi una sigaretta te ne chiedono tre in cinque minuti e poi, evitando il tuo sguardo, ti dicono: “Gentilissimo”.
Ma gentilissimo un cazzo.
Senza volerlo, vieni a sapere che c’è ancora qualcuno che fa bene l’amore o il sesso o come lo si vuole chiamare. Senza volerlo, apprendi da labbra convinte che ci sono in giro tante persone valide. Non ti è richiesto un parere, devi solo annuire.
Nella nuova libreria c’è una vetrina che sembra un misto di tropici e Babbo Natale con un dito in culo. Le renne arriveranno tra due mesi. I soliti dieci libri dei soliti dieci scrittori più letti secondo le statistiche. La napoletanità come valore aggiunto. L’impegno civile, magari, come diadema. Storie vere. Storie autobiografiche. Con un pizzico di eroismo mentale e qualche scena di sesso, senza mai scrivere le parole “sperma”, “bocchino”, “inculata”. In loro vece, eleganti giri di parole ed emotività glassata da spiritualismo genitale.
Mi fanno male le costole e non so perché. La sigaretta ha uno strano sapore di rifiuto. Non vedo il senso di questa passeggiata, e nemmeno del mio sguardo spietato.

La ragazza dietro al bancone ha le guance arrossate, è gentile ma non mi guarda negli occhi quando le chiedo qualcosa. Fuori grandina e sembra che il tempo sia fermo a vecchie sensazioni rinnovate per inerzia, come delle pratiche burocratiche. C’è un’aria strana per strada, nei miei occhi, nello sguardo freddo che mi porto dietro come un cane drogato. La passione non sembra una possibilità, piuttosto un addio molto sobrio. La passione non somiglia alle stronzate dei nuovi libri, è qualcosa di immoto e atemporale che richiede il gesto sacrificale, l’eversione silenziosa, il tributo al poco tempo a disposizione, l’atto che cancelli la noiosa calma del metodo. Il metodo di respirazione e menzogna. Un metodo di merda, a dirla tutta.

Mi hanno invitato alla presentazione di un libro di cucina. Non ci vado neanche se mi inculano con una pistola alla tempia. Non leggo nemmeno libri di viaggio. I nuovi Chatwin mi sembrano tutti delle mezze seghe. Non comprendo l’ammirazione che si prova spesso per chi viaggia al posto nostro. Gli occhi non saranno mai gli stessi. Se così fosse, sarebbe opportuno che si incrementasse il numero di suicidi.

Quando mi specchio la mattina –e devo specchiarmi per forza- ci sono sempre due o tre minuti di imbarazzo. Perché ho la sensazione che potrebbe apparire nel suddetto specchio un pensiero della notte. Un sogno, un incubo, un abbraccio spezzato, evanescente. Potrebbe apparirmi una tigre. Un pazzo con addosso un costume da soldato o da santone. Potrebbe apparirmi uno degli angeli caduti nel mio sonno, o una fata rispedita al mittente. Potrebbe apparirmi il mio cuore sigaretta. O il mio stesso soffocamento da bambino. Un quadro di grandine, tempeste e carezze in controluce. Anche se io vorrei che apparisse quella strada deserta, piena di foglie cadute e lampioni simili a lune, nella quale sento maggiormente il bisogno di compiermi e di non essere un qualsiasi uomo di merda.
Non sono le storie d’amore, i figli e il lavoro a far compiere un uomo e più in genere una persona. È soprattutto una questione di interiorità, di resistenza che sappia essere affascinante, seducendo il senso di morte e di stupidità trasmessi “h24”, come amano dire oggi in molti. È una questione di percorso ad occhi aperti nella neve ed anche di onore. È un ballo emozionante che si concede all’anima, non prendendola in giro con quelle storie sull’immortalità. Si può ballare da soli. L’amore c’è sempre, c’è anche quando si spegne la luce e il custode caccia tutti. L’amore gira veloce, come fogli imbrattati di parole che si inseguono come fantasmi seguendo i capricci del vento al buio.
Difficile. Come è difficile non essere un uomo di merda. Un convinto, un vacuo imbecille. Per cercare, e dico solo cercare, di non esserlo è necessario rischiare. Vivere a picco sulla propria fine. Senza filosofia e senza fede.

LdP, 5 settembre 2015


Nessun commento:

Posta un commento