14/09/15

Fantasmi a tempo determinato


Mi allungo sul lato sinistro, protendo le mani in avanti, c'è una donna con un vestito nero, vedo solo i suoi capelli. Non riesco a respirare. Sento che sto soffocando. Come se avessi la gola invasa di fumo, e non fumo di sigaretta. Cerco di parlare, ma tutto resta strozzato. Mi spingo allora verso destra, come un nuotatore al buio. Come un fondista specializzato in acque ferme ed infide. Acque di sirene. Acque di ricordi mai risolti. Acque nere che contengono brandelli di lune, insonnia sottocosto e destino macellato. Acque che mi restituiranno vivo dopo apnee interminabili. Sempre diverse ogni notte.

Quando mi dico che sono fottuto, che sto morendo sognando e non è come sognavo o pensavo di sognare un tempo, mi accorgo che sono sveglio perché c'è uno stronzo che parla ad alta voce per strada. Mi alzo con uno scatto, la sensazione di soffocamento è ancora tangibile e mi rendo conto che sono nervoso, pronto al combattimento, incattivito. Vado in bagno e capisco che lo stronzo non è per strada, ma proprio nel parco dove abito. Piscio, forse bestemmio, mi guardo per qualche secondo allo specchio. Ho l'aria di un ferito e passo avanti.
In cucina, il piccolo orologio sveglia, impolverato e macchiato d'unto, mi dice che sono le 3e37 del mattino. O della notte. O del mai che mi soffoca. Torno in bagno, spalanco il finestrino alto e mi sporgo per vedere chi è che parla e sghignazza. È un lungagnone barbuto con una camicia bianca. Ha il telefono in mano, vedo la luce. Il telefono è più grande della sua mano, che pure sembra lunga nella penombra. È in compagnia di due stronze con dei vestiti corti e gambe da dopocena. L'uomo ed io ci scambiamo uno sguardo veloce e molto ostile, io forse dico un'oscenità, o grugnisco, ma forse immagino di palesarmi senza neppure muovere le labbra.

Chiudo con violenza il finestrino. Ho voglia di uccidere quell'uomo. Quell'insulso e gaudente uomo che crede di brillare nella notte. Quell'inutile ed allegro uomo, gallo da combattimento, vacuo chiacchieratore, pezzo di merda distante tonnellate di anni d'asma dalla mia insonnia, dal mio percorso. Ho voglia di metterlo fuori uso. Ho una mazza da baseball in ingresso. È un'immagine che non si associa facilmente alla mia persona, ma è così. Penso di scendere. Penso che mi sento ancora di soffocare. Penso che i miei incubi sono un gratta e vinci. Penso che sto fumando poco, ma io il fumo ce l'ho dentro. Il fumo è nella mia storia, è nelle vene che non mi hanno benedetto in chiesa. Il fumo è sulla mia testa, il fumo è una cartolina dalle mie sabbie mobili, la morte di mio padre, l'ossessione esplorante per l'oscurità, il raccapriccio reale di fronte ai faciloni e agli sdrammatizzatori. Penso che ho bisogno di ascoltare Pharoah Sanders e vorrei che la notte fosse già finite. Vorrei una bomboletta di ossigeno. Questi pensieri mi distraggono dal proposito di uccidere quel pezzo di merda in camicia bianca, quel bastardo borghese da preghiere Bignami, da test con la penna all'orecchio, quel lardo umano che va a scolpirsi in palestra ma è solo carne adulterata, macchia di nervi giallognoli nella fettina di colarda per la vecchia madre paziente e condannata.

L'uomo e le due donne vanno poi via rumorosamente, salgono in un'auto molto alta, un incrocio tra un suv ed una berlina, ripartono con i loro entusiasmi alle 3e51 della notte. O del mattino. O della mia asma. O del mio ricovero nei sogni.
Resto dieci minuti in piedi, al buio, e già va meglio. La cosa peggiore è la calotta di umidità che si staglia all'orizzonte come una vestaglia strappata e sporca, come quegli indumenti di persone scomparse che esalano odore di canfora e lauro prima di essere gettate via.
Torno a letto con passi furtivi. Il letto è la mia Jacuzzi alla periferia dell'inferno e me la sono andata a cercare. Da tanti anni l'andavo cercando. Status symbol alla rovescia, finiranno per abbuonarmi l'ultima rata.
Mi addormento all'alba. L'ultima immagine che ricordo è la mia mano destra serrata al pomo del letto, la zattera improbabile, il ramo sul precipizio per un paio di mezz'ore.

Poche ore dopo sono regolarmente in piedi. Ho mal di testa. L'umidità è rimasta. Potrei girare uno spot sul Nescafè. Leggo la posta. Tutto procede. Sono tornato tranquillo. Sono tornato l'avatar del mio account mail, un tizio qualunque con gli occhiali da sole. Perché gli occhi mai. La corrispondenza è soddisfacente, notizie, impegni, contatti. Della notte appena finita non penso niente. Approccio tranquillo ad un bipolarismo involontario. I miei fantasmi hanno preso la purga e mi tormentano solo se mi fermo ad inventarmi un'eco. Non lo farò. Posso cavarmela. È più sensato, perché in effetti non mancano molte ore alla prossima notte.
Ma la domanda principale è una, insidiosa, sfuggente: devo considerare i giorni come interruzione delle notti o è tutt'uno?
La risposta è lì, già chiara, la stella sull'ultimo boulevard: il breve disegno dei respiri è movimento, è il ritmo. E il ritmo non è una categoria vuota, un'astrazione, è la traccia. Volente o nolente.

LdP, 14 settembre 2015


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