29/09/15

Blu vertigine

Salvatore Morra Supino - Città sul mare (1974)
Scrivere: tenere severo giudizio contro se stessi”
Ibsen

Notte blu, bianca, nera. Notte crudele. Notte clessidra.
Notte che sembra un pezzo dei Cocteau Twins. La chitarra di Robin Guthrie.
La ragazza appoggiata al muretto, per strada, sembra respingere gli assalti del suo uomo. Lui cerca di baciarla, lei si sottrae e poi ride, infine prende lei l'iniziativa. Sembra una danza poco aggraziata e il mio sguardo si stanca molto presto.
Notte che somiglia anche al bacio di Munch. Che è un continuo rimpasto di sensazioni contraddittorie, spinte vitali e ritirate bendati, la pulsione liberatoria del cielo notturno e contemporaneamente la pesantezza causata dalla mancanza di contorni e spigoli. La distesa di cielo blu scuro finisce allora per ricordare uno di quei plaid che spesso trovi nelle case delle persone anziane, invecchiati ma puliti, plaid che emanano un odore frammisto di fiori secchi e naftalina.
Forse stanotte sono io a sentirmi anziano. La stanchezza non soddisfatta tende a confondere le carte in tavola. È mare aperto? C'è un faro? Perché questa sensazione da fine della festa? Perché quest'ossessione di chiudere conti, saldare debiti, rinfocolare passioni, prendere nette distanze da ciò che non appartiene?

La ragazza e il suo volenteroso uomo ora sono accartocciati al muro di fronte. Il vento agita i capelli di lei. Biondi mesciati. Ho finito la mia sigaretta e con due dita la scaravento oltre la loro figura fusa in un movimento atemporale e noioso. Rientro. Certe volte sono stato parte attiva in movimenti del genere. Ma, prima o poi, sentivo l'esigenza di staccarmi. Questa notte rigenera canzoni dei Cocteau Twins che non andrebbero riascoltate. Perché amplificherebbero sensazioni poco gestibili. Trascinandomi come un fantasma in un'altra stanza, mi rendo conto che questo momento preciso della notte mi ricorda la colonna sonora del film 'Mysterious skin'. Pressoché uguale. Sono le 2e21. Non ho sonno.

Domani la donna delle pulizie che viene nell'appartamento sotto il mio inizierà ad urlare alle 8e45. Vivo di tempo misurato. Amo gli orologi e l'insonnia fa il resto. Lei inizierà ad urlare e io constaterò che il cielo è azzurro e quindi non promette che una scena fissa, stucchevole. Scrivo male di mattina. Non mi concentro. Finisce che mi innervosisco. E che penso a tutti quelli che non mi va di leggere, perché agenti inquinanti. Di mattina si appartiene più alla propria vita che alla scrittura. E dunque scrivere non funziona. Chi scrive solo di giorno, come un impiegato adibito ad organizzare cartelle e fascicoli, lo vedo come un pazzo. Ma io parlo e ragiono da insonne. E quindi non vale. Poche idee valgono e meritano la conferma, il contratto, il vitto, l'alloggio.
Sono le 3e36 e senza motivo apparente mi viene da ripensare ad una scena di sesso allegro e robusto con la musica di Pino Daniele in sottofondo. Non ricordo se è capitato proprio a me. Le canzoni di 'Vai mò' e 'Ferryboat'. E sopra la musica, il sesso, la foga, le labbra drogate, il ritardo schematico dell'orgasmo. Con questo buio, mi chiedo come si possa arrivare ad un pensiero simile. Intanto il vicino di casa lato destro si è svegliato per pisciare. Come piscia male, questo figlio di puttana. Quattro gocce, sono sicuro che sgrulla e la sua tosse mi da fastidio. Tossisce come un vecchio, ma non è vecchio. È però triste come la vecchiaia anticipata. Uno così, se mai si innamorasse ancora finirebbe per impazzire. Non si sa gestire da solo, figurarsi in due. Ma che ne so io che sarebbe “ancora”? Magari non si è mai innamorato. È abbastanza mesto e avaro per non aver mai provato l'assurdità dell'innamoramento, quello stato di grazia con demoni. Quella fontana di delfini e libertà che poi si trasforma in una statua semovente, un Caronte in cartongesso, uno specchio giocattolo che ti rimanda l'immagine di un illusione da aggregare al resto. Sono le 3e39 e sono ancora vivo, qualcosa pulsa dentro, i bei ricordi non sono soprammobili ma lame vive in un rebus svogliato, la mia persona e il mio corpo.

Una volta dissi a mio padre che soffrivo. Lui mi rispose “ma tu scrivi. È già tanto”. Mi piacerebbe ricordare meglio quella frase di mio padre. No, forse più la sua voce. Mio padre era troppo sensibile, ma è stato bravo nel non farsi divorare. Avrebbe potuto. Tutti avrebbero capito. Io per primo. Mio padre è stato bravo. Mio padre non amava andare a fondo nelle sensazioni di dispersione e scacco. Non poteva permetterselo. Penso di aver preso tutto, anche le sensazioni che lui lasciava a mezz'aria, e di aver invertito tendenza. Prendo tutto. Sono una macchina che funziona solo di notte e qualcosa restituisce. Anche solo parole. Anche tracce troppo leggere per essere riconosciute. Cicche di sigarette. Canzoni dei Cocteau Twins. Alle quattro e qualche minuto guardo l'orologio e crollo. La casa è immersa nel buio e il gatto ha il respiro pesante. I quadri in salotto sono meno bui del resto. C'è odore di fumo, di detersivo, di carta. Forse dormo.

Mi sveglio che sono una maiolica in frantumi con occhi scuri, spettinato, uomo, creativo a corrente alternata, equivoco, masochista il giusto, lucido nelle esplosioni e confuso nel disbrigo delle noie generiche. Se fossi una donna non mi troverei attraente se non i primi sette minuti. Troppe zone scoperte. Troppi predatori nascosti nella quiete del disordine. Ma sono immagini e pensieri stupidi. Sono le 5e52, mi dice l'orologio. Voglio un caffè. Credo di non aver mai fatto sesso con Pino Daniele in sottofondo. Ci manca solo che inizi a ricordare la vita degli altri. Ne sarei capace, perché sono un pazzo insonne.
È troppo presto per le urla della donna delle pulizie. Dormono ancora tutti. Ma io ho esaurito i crediti per dormire. Non scriverò una sola riga stamattina. Non sono uno di quei tipi metodici che si costruiscono il successo scrivendo ad ore prestabilite cose prestabilite. Sono incapace di pianificare. Il mio limite sono i lampi. O forse no. Ma è ancora troppo presto anche per capire qualcosa, per supporre, per trastullarsi.

Seduto in cucina. Niente Cocteau Twins. I quadri in salotto li ho guardati. Con la luce del giorno perdono tutto. Anche io perdo tutto. Lo splendore della paura, come cantavano i Felt. Da fontana divento rubinetto, da uomo che scrive divento uomo che resiste, mi sospendo, commino multe ai miei passi falsi. Dimentico la notte bianca, blu e nera. La notte crudele. La notte clessidra. E “insonnia” potrebbe essere il nome di un profilattico o la marca delle mie mutande. Senza scomodare la trascendenza più volte evocata durante la febbre.

Luca De Pasquale, 29 settembre 2015


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