18/09/15

Altro e altrove


4:45 am

Insonnia piena. Di quelle senza compromessi, senza sfumature. Fine precoce del sonno. Fumo sul balcone, sento rumore di vetri, di bottiglie ma non riesco a capire la provenienza. Ho dimenticato gli occhiali, vedo poco. Ma cosa dovrei vedere? Stavolta non c’è una sola luce accesa in giro. Forse è troppo tardi. O troppo presto. Il letto mi ha praticamente cacciato, mi sono ritrovato con metà corpo fuori. Estromesso. Ultime puntate di caldo africano, diceva il colonnello dell’aeronautica playboy. Dovrei essere un uomo del sud, ma non è affatto detto che questa sia la cosa giusta.

Cosa si può scrivere a quest’ora della notte, con due ore di sonno addosso? Niente di splendido, ma certamente qualcosa di vero. La mia insonnia indossa lo smalto. Gonna nera o pantaloni color crema. Sta lì e non mi chiede nulla di particolare. In realtà, sembra essere piuttosto disinteressata alla mia persona. Sono più io che le vado dietro, che la odoro, la annuso, è lei che turba me e non viceversa. L’insonnia mi permette di vivere la notte con i sensi agitati, spugne affamate: ogni percezione, per quanto ovattata, è amplificata, la luce è certamente la migliore in circolazione, quel che si prova e si pensa è alterato dalla stanchezza ma è come la verità del vino. Queste sono le ore della verità. Il resto, rapporti umani inclusi, sono accomodamenti diurni.

Stanotte, non so perché, ricordo viaggi in treno. La sensazione della pelle appiccicosa, la smania di fumare alla prossima sosta e stazione, la pigra curiosità per gli altri passeggeri, il ritmo delle rotaie, la sensazione di cambiamento in corso. La liberazione dell’allontanamento. La necessità di chiudere pratiche in sospeso, situazioni indefinite o fiacche, l’eccitazione di farsi dimenticare. Detesto partire per poi tornare. Concepisco la partenza come non ritorno, come cambio di scena, come sparizione. Per questo le vacanze sono spesso idiote. Partire per aggiornare il destino, per essere un altro altrove. Questo mi piace. Un altro e altrove.

Ogni tanto cerco dei pantaloni, delle camicie, e scopro di non averli più. Solo dopo uno sforzo mnemonico mi rendo conto che si tratta di cose buttate qualche anno fa. Mi capita anche con penne e matite cui ero affezionato, mi capita con i dischi, con i libri, con gli articoli di giornali e riviste che conservavo caoticamente, non mi accade con le persone. So dove sono le persone, nella mia emotività, nella mia considerazione. Se mi accorgo che qualcuno è sparito, se pure fosse, è sempre una sparizione successiva alla mia e magari si tratta solo di un riflesso condizionato. “Io sparisco perché tu sei sparito”; quasi tutti ragionano in questo modo. Che poi fa il paio con “se tu non mi chiedi mai niente, io non ti cerco”. Stanotte o stamattina mi ricordo di una penna verde, quelle che scrivono di merda ma sono belle da vedere, ma non la trovo. Si sarà scaricata mesi fa? L’avrò cambiata di posto? Non sono più ordinato come un tempo.

Se la notte è il pozzo, io stanotte sono la goccia che ci cade dentro ad intervalli regolari. A quest’ora non crei merdosa fiction. A quest’ora sei quasi costretto a credere in dio o qualcosa del genere. Se dormo pochissimo ci sarà un motivo, ma perché esplorare un limite? Molto meglio gustarsi le conseguenze inattese di quel limite. A quest’ora potrei essere malato. Ferito. Ai margini di me stesso o di un sogno. Potrei aver esaurito la carica. Invece sono solo sveglio, un po’ stordito, con addosso un misto di odori conosciuti, il bagnoschiuma, il tabacco, il sapore dei miei vestiti. L’unico vero odore che non posso dominare è quello dell’oscurità fuori. Quell’arnia di cose diverse, di altro e altrove, che mi tiene sveglio da anni.

LdP, 18 settembre 2015


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