22/09/15

Accerchiato


Puzza di carne alla brace alle 16e05. Nausea.
Lite domestica alle 16e07 con recriminazioni e rivendicazioni. Orrore concettuale ed uditivo.
Alle 16e12 mi chiamano alle crociate: aderisci al gruppo pro qualcosa o qualcuno, ne va della tua coscienza civile, non possiamo essere tutti pecore. Sono le parole che mi ammoniscono: mi ingiungono di “prendere posizione”.
Ma mi è impossibile prendere posizione su qualcosa che non mi interessa minimamente. E le crociate, anche quelle che sembrano buone, non mi appassionano per niente.
Non siate pecore” è la poco velata minaccia etica. Ne prendo atto. Ma voi che tuonate dai pulpiti, voi puliti, voi cuori empatici, voi fortezze di bontà, voi predicatori laici del giusto e del vietato vietare, voi per me dovreste mettervi a pecora. Tra di voi, si intende. Io non parteciperei neanche in quel caso.

Alle 16e27 mi telefonano da un call center. Una voce di uomo frigido mi recita la pappardella a memoria.
Non mi interessa”, dico.
Ma signore, lei...”
Riaggancio.
Lo stesso stronzo ritelefona alle 16e33. Mentre dei bambini angloitaliani si menano nella casa a fianco, con il padre che ride come un idiota. Io stavo cercando di lavorare. Al telefono è proprio lo stronzo di prima. Faccio una voce di donna anziana, non so nemmeno se mi riesce. Fingo di non capire niente. Una vecchia befana suonata, agli ultimi spiccioli di vita. Il tipo sembra volerne approfittare, il bastardo. Caccio la mia voce normale, lo tratto di merda, lo lascio silenzioso.
Alle 16e44 mi arrivano due mail da Twitter, pronuncia napoletana “tuit-er”. Due nuove persone mi seguono. Uno è un chitarrista acid blues da Glasgow. L'altra è una tipa cinese che nell'avatar si infila le mani tra le cosce. La blocco subito.

Con grande fatica arrivo a sera, riuscendo quasi a finire il lavoro. Sono nervoso e ho fumato troppo. Allora, per acquietarmi, devo pensare a qualcosa che mi rassereni. Mi viene da pensare a “Confidenze troppo intime”, il film di Patrice Leconte che ho rivisto ieri per la terza volta. Elegante, bello, di sostanza. Luchini stratosferico. Se fossi una donna, uno come Luchini mi farebbe innamorare. Molto più dei mascelloni, dei forzuti e dei seduttori dozzinali in circolazione. In genere, mi piacciono personaggi più estremi di quelli che incarna Luchini. Ma Luchini, come Auteuil, è una cosa a parte. Corre il perenne rischio di interpretare se stesso. Come tutti i grandi attori, del resto. E subito dopo aver pensato a Luchini e a Sandrine Bonnaire, ecco che mi ritrovo seppellito da suonerie, da sms, da messaggi vocali, da volgarità domestiche ben udibili, da abitudini invasive. Mi convinco sempre più di essere uno di quelli che dovrebbe vivere in una piccola casa più o meno nel nulla, ma a dieci minuti a piedi dal centro. Per comparire e scomparire a mio piacimento. Per decidere quando, come e perché. Ora sono abbastanza lontano da dove ho sempre portato la mia faccia, ma non basta. Non è ancora come vorrei. Non voglio sentire il vicino che piscia e si masturba, o che esulta al gol della sua squadra del cuore. Non voglio dover cambiare marciapiede perché ci sono dei coglioni che si fanno dei selfie. Non voglio assistere al corteggiamento a canna ritta dell'uomo sposato con figli alla ragazzotta coscialunga della palazzina in fondo alla strada. Non ho piacere a fumare sul balcone di notte mentre degli sconosciuti sudaticci ci danno dentro con pratiche orogenitali e lavoretti “quick” di ago e cucito. Non accetto il medico di paese, l'unica pasticceria della zona, non tollero lo sguardo curioso di chi ti fissa e non ti saluta, ma sa tutto di te. Tutto quel che è codificabile.

Penso che quel film di Leconte parli, più o meno, di gesti doverosi di allontanamento e avvicinamento, a seconda di quel che si prova veramente. Ma è difficile. Non tutti se ne accorgono, ma le ali sono tarpate se non inesistenti. I condizionamenti sono troppi e spingono verso succursali di caos.
Non firmerò la petizione delle pecore, non caccerò fuori la mia coscienza civile posticcia come fosse un dildo in erezione, e poi devo ammetterlo, la porzione di silenzio che mi sono ritagliato non mi basta.
Forse, se potessi disporre di un'espressione bambinesca e sincera come quella di Luchini, le cose sarebbero più facili. Potrei indossare degli eleganti pullover malva e nessuno mi romperebbe l'anima. Forse ho commesso degli errori. Forse ho sfiorato troppi mondi nei quali non c'entravo un bel niente.
Tutte questioni insolute e momentanee. Credo proprio che a breve guarderò quel film per la quarta volta. Perché il volto di Luchini, quando nel suo studio entra la Bonnaire, è uno dei momenti cinematografici che adoro. Quasi come il contegno di Stéphane/Auteil quando -in “Un cuore in inverno”- resta solo davanti ad una tazzina di caffè.

LdP, 22 settembre 2015

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