31/08/15

Un dannato caffè nostalgico senza senso


Luca, che prendi?”
Un caffè”
Solo un caffè?”
Si, grazie”
Non vedo Attilio da diversi mesi. Questo nostro caffè, stamattina, è il frutto di diverse trattative dilatate nel tempo tramite sms, posta privata di facebook e una telefonata vera.
In realtà non avevo molta voglia di vederlo, almeno oggi. Perché c'è un sole caldissimo, l'aria è praticamente ferma ed ho dormito male. Ma non potevamo tirarla ancora a lungo, rischiavamo di crepare di vecchiaia e di non prenderci questo benedetto caffè.
Seduti ai tavoli fuori, chiacchieriamo dell'essenziale -o di quel che sembra tale-, ci riassumiamo mesi e mesi di vita, rievochiamo qualche momento topico di un passato remoto, proviamo a sovrapporci, ma con crescente difficoltà scopriamo che sì, il tempo è passato. E non è passato a caso.
Me ne accorgo dalle prime battute, dai primi scambi verbali. Attilio tende a far finta di niente. Che non sia trascorsa un'eternità da quando ci somigliavamo per davvero; da quando le nostre vite sembravano somigliarsi ed armonizzarsi facilmente.
Ogni tanto lo sai che rileggo il tuo libro? Mi fa ancora sbellicare dal ridere... tipo quando racconti...”
Mi rabbuio immediatamente, ma dissimulo. Quel dannato libro, è come se non lo avessi scritto. È di undici anni fa. Avevo un'altra vita. Altre emozioni. Altre prospettive. Avevo addosso un'altra arroganza, ero più puerile nelle antipatie, negli eccessi, nella dannazione. Non ho voglia di parlarne, ma Attilio non lo capisce ed insiste. Pensa che a me faccia piacere. Per me vale come quei patetici ricordi sessuali che noi maschi amiamo ancora ripescare: “Ti ricordi di quando ti facesti l'amica di...”

Quello di Attilio è un soliloquio accalorato su un libro pubblicato e dimenticato. Non lo seguo, sorrido malvolentieri, penso ad altro. Passano alcuni minuti e mi sembra di essere precipitato in un quiz a punteggio, perché lui mi chiede “aggiornamenti” sulla sfera sentimentale. Gliene concedo qualcuno. Ed è qui che si scatena: lui è uno di quelli che pensa alle gioie del presente come fossero un'enorme gomma per cancellare tutto quel che c'è stato prima. È uno di quelli che esalta il momento e al contempo butta qualche schizzo di merda sul passato, il suo e quello degli altri. Non partecipo. La divaricazione sta diventando imbarazzante.

Hai comprato qualcosa di nuovo di quei bassisti fusion che ami tanto?”, mi domanda con un sorriso sbiancato e un po' fesso.
Bassisti fusion? Ma è una vita fa. E che cazzo.
Sono diversi anni che non sento musica fusion, Attilio. Mi piace il jazz-rock dei seventies ma non certo la fusion”
È come se non avessi detto niente.
Mi rimette in mezzo Jaco, lo slap, varie etichette mentali sui tipi di ascolto, jazzer, rocker, metaller, progster. Gli dico che non rientro in nessuna di queste categorie. Non mi piace essere confinato in una definizione parziale e discutibile. Ma lui continua.
Anzi, rincara la dose rivelandomi che quest'estate, in vacanza, è stato ad un concerto di una band italiana di jazz elettrico dove “il bassista faceva malattie pazzesche e ti ho pensato”
Contento tu.
Non vedo l'ora di tornarmene a casa. Non ci provo nemmeno, a parlargli di Mick Karn, di John Giblin, di Richard Sinclair. Se gli dicessi che ho ascoltato tutta l'estate John Martyn, non se ne farebbe capace. Perché per lui io sono ancora “Luca, il patito di basso elettrico virtuoso”. È rimasto attaccato come una cozza a quel ricordo rassicurante ed esotico. Come è rimasto attaccato al mio strampalato esordio letterario, ai tumulti sentimentali che ricorda più di me, e forse pure al mio caratteraccio insofferente.

Guardo spesso l'orologio, perché sta diventando un inutile supplizio.
Leggo qualche volta il tuo blog”
Grazie”
Carino”
Oh, ma grazie mille, sei tanto cordiale a dirlo”
Ma non pubblichi più un vero libro?”
Staremo a vedere”
Sei rimasto in contatto con qualche tuo collega scrittore?”
No”
Nessuno proprio?”
No”
E con i tuoi colleghi di lavoro, li senti? Ogni tanto vi vedete?”
No, giammai”
Capisco, è dura”
Dura? Per niente, Attilio. Solo fisiologico. Nessun dramma all'orizzonte”
Poi caccia in mezzo alcune donne che mi ha visto accanto anni ed anni fa, per un mese, per due giorni, per tre settimane, per una serata di alterazione emotiva. Mi chiede se le sento ancora, se con qualcuna si è conservato un minimo di rapporto, “ne hai qualcuna su facebook?”, come se si trattasse di applicazioni.
È una domanda del cazzo, la salto con disinvoltura. Non sono fatti suoi, e poi se pure gli facessi dei precisi distinguo finirebbe con il fraintendere tutto e saltare ad assurde conclusioni. È una domanda pruriginosa e sterile, a questo punto io potrei chiedergli se gli piacciono ancora tanto i pompini POV come nel 1999.

Stremato, all'ottava sigaretta in due ore, subisco l'ultimo dissennato assalto all'arma bianca.
Vedo che fai delle interviste ai musicisti, bravo”
Grazie Attilio”. Troppo buono, sono commosso.
Com'è che li contatti? Come fai?”
Oddio mio, oh maledizione.
Ho una lista di contatti. Senti...”
Ma ti pagano? Quanto ti pagano? Cioè, in che modo chiedi il compenso, cioè, tu dichiari quanto...”
Scanso la domanda. Lui ritorna ad incornare.
Dev'essere bellissimo intervistare i propri idoli. Una cosa molto carina”
Un'altra volta con questo “carino”. Per me “carino” si può usare per un pullover in vetrina o per uno di quei fottuti romanzi moderni da ombrellone.
Attilio, ma mica sono tutti idoli. Io non idolatro i musicisti. Sono uomini, uomini come me. Posso stimarli, essere legatissimo alla loro musica, ma l'idolatria è ben altra cosa e la evito come la peste”
Fa una risata da ebefrenico: “Ma se intervistassi Jaco, voglio vedere poi come la metti con l'idolatria...”, e giù un'altra risata insopportabile.
Assumo un'aria austera, quasi vittoriana: “Attilio, anche se molti non se ne sono accorti, Jaco Pastorius è morto. Come Jack Bruce, che come dovresti sapere è il musicista che ho amato di più. Con lui, pace all'anima sua, forse avrei avuto problemi a non mostrare accenni di idolatria. E poi, guarda che molti musicisti non sono simpatici neanche un po'. Perché, appunto, sono uomini come noi. Ci sono quelli sinceramente travolgenti, ma anche quelli che se la tirano, quelli un po' stronzi ed autoreferenziali. L'arte non rende un uomo un golem, un semidio, un altare”
Interessante riflessione”, conclude lui. Ma è un po' deluso.

L'incontro termina con Attilio che finisce con gli occhi nel culo di una ragazza mediterranea e fa pure la battutina un po' zozza da maschi complici. Storie di cazzo per accorciare le distanze. Non è divertente.
Attilio è rimasto forse al 1997, o al 2000, o forse al 2010. Io sono per lui il Luca di quegli anni, con tatuati addosso i miei tratti distintivi da Bignami affettivo. Per lui è come se lavorassi ancora in quel supermercato francese di merda, la tragedia è che per lui io lavoro ancora. Anche se sono disoccupato. Per lui, io amo ancora il basso slappato fusion come nel 1991, e magari sono fidanzato con quella fiamma del 1995. Per lui, io sto ancora cercando di pubblicare il seguito di “Tu non sai chi è Frank Ressel”. Beati cazzi.

E invece gli anni sono passati.
L'uomo che ha di fronte è un insieme di rughe, impulsi, gioventù che urla ancora sotto i veli della calma, l'uomo che ha di fronte è un cambiamento in corso. Nessuna garanzia di lieto fine. Le ferite sono diventate scorciatoie per il mare. Le vendette, dei manoscritti da non presentare a nessun editore. E il futuro è quel che dovrebbe essere, una luna di cartone in una camera d'albergo. Se poi si animasse e mi spingesse in galassie al momento inimmaginabili, non sono cose alla mia portata. E certamente di Attilio. Che saluto comunque con affetto e mi avvio verso casa, con gli anni addosso come sonagli e gli occhi più intelligenti. Gli occhi delle nostalgie mandate regolarmente affanculo.

LdP, 31 agosto 2015

2 commenti:

  1. E' molto triste questo racconto. Certo può anche essere snervante ascoltare qualcuno che ti considera per ciò che sei stato in fasi che consideri oltrepassate, e che ti riporta alla mente quelle fasi nel tempo presente in un modo che può risultare inadatto, inappropriato, ma forse è soltanto che questo tizio di cui parli ti ha conosciuto così com'eri e non ti ha rinnegato. Sei parte dei suoi ricordi per ciò che eri un tempo, quando evidentemente hai colpito la sua anima. Per lui sei un ricordo e i ricordi possono essere molto cari.

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  2. Grazie per il commento. Può darsi che tu abbia ragione, ma non ho mai amato le cose stagnanti ed anche i migliori ricordi devono, inderogabilmente, fare i conti con nuove dosi di realtà. Naturalmente è solo un racconto, ma di persone del genere ne conosco parecchie.

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