26/08/15

Spirituale solo in condizioni avverse


Bryan Ferry, 'Sensation'.
Un due tre, archi, batteria, chitarre ritmiche, stick bass. Si decolla. C'è Tony Levin nel match. Dio del ritmo. E poi entra, celestiale e leggermente effeminata, la voce del Vate, del Dandy Supremo. Ed io alzo il volume a manetta, muovendomi come una specie di imbecille, proprio sotto la linea dello stick di Tony Levin.
Quando uscì nel 1985 l'album “Boys and girls”, nel quale il brano è contenuto, ero innamorato di una che non mi voleva. Che non lo sapeva nemmeno. Che avevo idealizzato. Di lei non sapevo nulla e niente volevo sapere in anticipo. Conoscere i dettagli prima, ho sempre detto che poi passa la voglia. Ed ovviamente la cosa è reciproca. Spontaneamente e paritariamente reciproca.
Non ci si innamora dell'addomesticamento che si vede già in filigrana, senza bisogno di microscopio: solo i cacasotto si innamorano delle sicurezze annunciate.
Mi fanno un po' pena ed un po' tristezza quelli che passano il tempo a spiegare al mondo quanto il loro partner sia speciale.
Siamo onesti: nessuno, a conti fatti, se ne frega un cazzo. Diffido degli agiografi sentimentali; sono noiosi, scopano male, pensano male, producono coccole verbali in prossimità dell'orgasmo e precisano continuamente la successione della loro scala di valori. Fottono pensando all'amore e amano, o credono di farlo, pensando ipocritamente a fottere. Il cazzo è la loro lira, i cantori abbronzati di privilegi dell'anima tutti da dimostrare.

Ho imparato diversi anni fa a tenere la sigaretta nella sinistra come Bryan Ferry. Sono soddisfazioni. Mio padre vestiva un po' come Bryan Ferry negli ottanta. Sono soddisfazioni. Vorrei vestire di bianco con una cravatta azzurra. Ed essere più ambiguo di quel che sembro, esteticamente. Algido, se non altro. Invece sono un latino medio del cazzo. Se pensassi di essere bello, sarei fuso. So solo che sono molto meno attraente dei miei sogni, e di quella sensibilità che mi sfiora cinque giorni al mese. Come dandy sono un disastro. In certi giorni ho lo stesso aplomb letterario di un minatore che va allo stadio in canottiera. I cali di tono sono fisiologici, ma spesso esagero.

Forse dovrei esercitarmi in divulgazione verbale e scritta delle mie fortune. Lo fanno in molti. A loro viene naturale.
Non ho mai imparato a spiegare efficacemente perché potrei essere contento di essere me stesso o comunque quel che sono. Ma cosa ci guadagnerei? Mi troverei sommamente ridicolo.
Mi hanno detto che so scrivere bene”
Mi hanno detto che mi presento bene, quando voglio”
Sono stato molto amato, ho alternato fiori di campo e stronze, ma alla fine sono un fortunato”
Me ne intendo di musica come pochi, perché la musica è sempre stata la mia vita”
Bene. E poi?
Che premio vinco? Fossi in un mio immaginario interlocutore, mi direi che è arrivato il momento di farmi asportare le costole per potermelo succhiare al tramonto, innamorato del mio percorso, delle mie potenzialità, del mio charme con data di scadenza, della mia musica preziosa, il mio rock inglese settantino, il mio metal intellettuale, i miei bassisti misconosciuti.
Capita sempre.
Capita che assisto agli assalti autoreferenziali dei buoni di cuore, quelli che si parlano addosso, quelli che ti sommergono di fotografie, quelli che “io sono soddisfatto”. Io ammutolisco, mi tocco i capelli, fumo, guardo palazzi, balconi, vetrine, tutta la polvere del sole sugli oggetti chiari, guardo i capelli delle donne, anche quelle non belle, e muoio per una mezz'ora, fottendo la mia libertà come un cadavere vestito da puttana.
Poi, con la mia malnata buona educazione, smozzico quattro parole di circostanza che mi fanno sempre passare per un infelice o un depresso. E questo unicamente perché mi rompo i coglioni di fare la foca ammaestrata in pubblico.
Ma se sei felice devi dirlo!”, mi diceva un tipo che ancora oggi, dopo i quaranta, starà a misurarsi il pene e pregare per un allungamento, per un moto di dignità e centimetri. E chi lo dice che devo dirlo se sono felice? A chi e perché? E quanto dura? Certo più delle sue fornicazioni, ma comunque dura poco.

Io e Clar'Emma aspettiamo un bambino! Ma ti rendi conto?”, mi urla un mio ex compagno di liceo. Non so nemmeno chi sia Clar'Emma. Ah, sì, era quella che aveva tutti nove e non la dava.
Ehi, è fantastico, ma complimenti!”, urlo anch'io.
Il punto è sempre lo stesso: non me ne frega un cazzo. Lo so che i figli sono una cosa meravigliosa. Ci arrivo con la mente. Con la mia efficace mente, dai che sto imparando ad autovalutarmi. Ma sono un forte cafone spirituale e quindi, figlio o non figlio, sono comunque affari suoi.
Se chi mi conosce, o presume di poter disporre di chiavi di lettura sulla mia persona, si convincesse finalmente che sono spirituale solo all'alba, di notte e durante i temporali, che sono breve più della mia vita, che sono mancino ma anche sinistro, che l'esodo di santi non è passato invano nei miei abbeveratoi, avrei risolto tutte le mie noie sociali.
Se mi piazzi “Dogs” dei Pink Floyd nelle orecchie al centro della notte, e magari fuori piove, io sono capace di qualsiasi cosa. Forse anche di convertirmi a qualcosa. O guardare gli occhi degli animali ritrovando quelli dei miei cari perduti.
Altrimenti è tempo perso, ed anche penosi equivoci emozionali che non fanno bene a nessuno. Forse solo uno che voleva fumare come Bryan Ferry e che ancora insegue la grottesca accoppiata giacca bianca/cravatta azzurro cielo con tanto di ciuffo ed ambiguità letteraria.

E intanto si è fatta sera.
Ecco che cambio. Ecco che divento degno. Quasi caruccio. Mi infilo una sigaretta in bocca, ascolto “Grey broken morning” di Miller Anderson e viaggio nella mia insopportabile brevità, nel petto che ho disinfestato troppe volte, nella luce scura che ricorda un'origine o la suggestione di un destino, ma che potrebbe essere solo fame o sonno arretrato.

LdP, 26/8/2015


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