06/08/15

Senza mai scolorire il padre


a Paolo

Guardo un film con Vittorio Mezzogiorno fino a notte fonda. Ogni tanto mi alzo per fumare. Sono sudato e ogni due ore devo buttarmi acqua in faccia. Avevo programmato una notte di scrittura, di quelle che ancora amo, ma ho dovuto rinunciare. Con questo caldo puoi scrivere solo roba che non vale niente. Mi piace la faccia di Vittorio Mezzogiorno, mi è sempre piaciuta. Qualcosa in quello sguardo di mare, vetro e trasparenze mi ricorda la mia città e parti della mia vita. Sono legato alla mia città da episodi dolorosi e ufficialmente dimenticati, sono legato al mio passato da edifici instabili di disordine e resistenza.
In queste notti insonni e difficili, in cui cercare di scrivere è un modo per rendersi conto di esistere e cercare ancora, penso spesso a mio padre. È un ricordo dolce e impotente che mi tormenta, che scava a fondo nella sabbia fresca e in antichi cumuli di cenere mai rimossi. In questa casa vuota, la luce di mio padre è la mia cifra di sopravvivenza, l'estenuazione gratuita della sensibilità, è una cicatrice lancinante che sorveglia muta il passare delle ore.
Ci convivo da anni. È un abbraccio imperfetto che non ha mai chiesto pietà e forse non mi ha mai reso migliore.
Non sono abituato, allenato, a migliorarmi. Non so bene cosa significhi migliorarsi. Non ho mai guardato alla vita ed alle emozioni come performances o prove di sforzo. Non sono mai riuscito a giudicare le mie azioni e gli eventi sulla base di successi ed insuccessi. Non sono un contabile e questo mi costa caro ogni giorno. Pago in tempo reale. Tasse di sensibilità senza sconti, versamenti sconnessi su conti non verificati. Tutto a perdere, ma la ribellione in questo senso è solo uno stupido parossismo.

Finisco di guardare il film che sono quasi le due. Non ho sonno. La casa è avvolta da un silenzio lattiginoso, nebbia ed umidità, il mio corpo emana un calore insopportabile, il mio cuore è un lampione su un mare privato ed incommensurabile. Non sono migliorato.
Questa notte ferma è una vertigine pigra, ed io non ho le energie necessarie per scrivere. Il risveglio domani sarà volgare, precario, manomesso, comunque da accettare. Mi piace pensare che in queste ore, con l'orologio sul comodino, la bottiglia d'acqua alla sinistra del letto, pezzi della mia vita non pacificata mi navighino dentro senza segnalarsi e senza quell'autogiustificazione elegiaca che detesto con tutto me stesso.
Lo dicevano i miei insegnanti a mia madre, sempre un po' attonita e triste quando costretta ad ascoltare: “Suo figlio è molto tormentato”.
Non una nota di merito, non una condanna, niente che urli diversità o snobismo emotivo, una banale precisazione e niente più.
Tormentato”, dicevo a mia madre, “non significa essere profondo e dotato di strumenti superiori di pensiero”
Sono tormentato come posso essere mancino, anarchico, melomane, insonne, tabagista, fragile ed aggressivo; a volte certi tormenti sono un diapason, il più delle volte sono ospiti sgraditi, cornacchie spennate con potere di dissimulazione. Certi tormenti sono delle sbronze che non passano con il caffè o con il sonno. Per questo non bevo e non mi drogo. Senza perdere coscienza vacillo, oscillo, basculo, inciampo, scivolo su uno specchio, mi giro dalla parte sinistra del cuore e mi osservo mentre dormo, mentre riposo con l'illusione assurda di svegliarmi più completo.
Ma non rimedio e non miglioro. Mai. Se iniziassi a migliorare secondo qualche canone alla rinfusa, sarebbe l'inizio della fine, l'accelerata della parabola, la presunzione alla ghigliottina.

Sono le tre passate. Mi siedo sul letto. Mi viene alle labbra una frase, una frase veloce: “Ma cosa mi sono perso?”
Niente in me risponde. In questa casa ha vissuto mio padre. I suoi ultimi anni. Non sono stato molto presente. Ero uno stronzo, un epicureo al rovescio. Un egoista controllato. Ci sono mattine che mi sento un verme per colpe che non ho. Vorrei chiedere scusa a mio padre. Per tutta la mia vanità. Per tutta la mia approssimazione. Per aver cercato la felicità in modo arrogante ed infantile, giocando con le distanze come con una fisarmonica durante un ballo di paese.
Provo un profondo senso di rispetto e devozione per mio padre. Non si guarisce da certe mancanze. Si può invertire l'ordine dei mobili, degli amori, dei pensieri, si può viaggiare, si può osare. Non sono rimedi e non dovranno esserlo mai. La memoria dell'essenza non è sovvertibile. I lutti non sono un videogioco per stupidi ottimisti.

Decido di dormire. Non ho scritto niente. Il sonno è indotto dalla stanchezza. Scriverò domani. Domani sorriderò per qualcosa di sciocco e mi sentirò volatile e veloce.
I tormenti non sono drammi. Tutt'altro. Sono una parte del disegno, una parte liquida che cola dal tavolo sulla notte e rende il sonno una scommessa da riproporre.
Non si migliora. Si continua. Il sogno più a portata di mano. Come il bicchiere sul comodino.

LdP, 6 agosto 2015

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