21/08/15

Pasta rosè con calamari ermafroditi e fusi di manioca


Davvero non ce la faccio più con questa diffusa ossessione per il cibo e la sua preparazione. Mi sento accerchiato, condannato a leggere ricette e dover osservare gente che si sbatte tra tegami e fornelli.
Per me il cibo occupa solo, e pure svogliatamente, non più di mezz'ora al giorno. Dopo una pericolosa sbandata per i liquori, anni fa, sono diventato rigorosamente astemio. Cosa, questa, che da più parti è considerata peccato mortale. Significa che non sai goderti la vita. Significa che non puoi marciare su quel famoso binomio vino-sesso, ampliabile naturalmente a trinomio con la storia del buon cibo.
Oltretutto, ti trovi in mezzo a due fuochi: quelli che mangiano tutto con grande entusiasmo, senza nessun pregiudizio di sorta, e quelli che invece mangiano abbottonati in svariati precetti, pur lasciandosi la porta aperta sulla creatività. Ma, alla fine dei conti, mangiano tutti. Chi si straccia le viscere con conchiglioni alla ricotta paesana e chi riesce a cucinare la verdura in duemila modi diversi.
Sembra di vivere a Gambero Rosso City e questo mi rompe i coglioni. I sani piaceri della vita: una sbronza, del sesso laterale e tanta creatività, meglio ancora se da esibire in pubblico.
Chi mangia bene pensa bene”: non mi interessa nessuna delle due forme di salvezza.
Parla come mangi”, frase comune che in Italia, salvo rare eccezioni, significa parlare a cazzo, sotto effetto di suggestioni, di monomanie, di rifugi antidepressivi lastricati di olio leggero, solidarietà sottovuoto, cazzi e fiche in scatola, sentimenti populisti sempre a portata di mano, come pistole che spruzzano acqua ossigenata.
Sono intollerante, non faccio un solo passo indietro, e tutta questa roba mi annoia.

Non ti piace cucinare?”, mi chiese una bella ragazza filiforme anni fa, “sai, io trovo molto sexy gli uomini che cucinano”
Mi fermai, nella cucina del mio monolocale, mentre stavo per preparare un innocuo e ridicolo piatto di pasta con il sugo.
Gli uomini che cucinano e parlano continuamente di cibo mi stanno sul cazzo”, risposi, senza girarmi.
Trasalì: “Come sei aggressivo, ma che ti hanno fatto?”
Semplicemente, non ci tengo a conoscerli ed addentrarmi nei loro segreti”
La filiforme riprese coraggio: “A me piace bere del buon vino... il vino rosso mi manda fuori di testa... diciamo che mi rende allegrotta... e pericolosa...”
Girandomi di poco, colsi uno sguardo piuttosto caldo, accogliente come può essere la fantasia maschile di cosce che si aprono. Provai un senso di forte noia. Lo stereo mandava i Talking Heads e mi sentivo coinvolto mio malgrado in una serata seduttiva di merda, una serata in cui non avevo voglia di essere protagonista e parlare di stronzate.
Mi immaginavo invece alcuni miei colleghi in un contesto del genere; magari avrebbero sfoggiato dei grembiulini con sopra dei limoni o delle banane, quella roba sordida che molti portano avanti pensando di fare colpo. Uomini che parlano di aglio dorato, di sformati, di dimensioni di utensili, uomini che ti fanno assaggiare una salsina e tu donna che ci stai sai che quello è il preludio, l'anticipazione di un uccello medio e sopravvalutato che di lì a poco volerà nel tuo grembo senza nessuna poesia. Se non con il grottesco proposito di iniziare una relazione.
A tavola fu un disastro. La mia pasta era troppo semplice per lei. Avevo comprato un vino apposta per l'ospite, ma doveva essere un vino schifoso. Che naturalmente non toccai. Se devo sbronzarmi, io vado di Armagnac. Del vino non so che farmene.
La serata affondò quando la filiforme scoprì che non si poteva realmente dire che fossi di sinistra o comunque uno di quelli che crede in una società migliorabile. Venne fuori tutto il mio pessimismo sociale, che ancora oggi non nascondo. Non sono un pregiudicato che deve sfuggire alla cattura.
Come fai a non credere in niente?”
Non è proprio così. Comunque, se vuoi pensare che io sia così, fai pure”
Lo sai che mi fai incazzare? Per me la tua è una posa, te lo voglio dire”
Okay”
Ti piace fare il maledetto, ma tutti noi abbiamo bisogno degli altri”
Mai detto il contrario. Solo che mi piace scegliere. E spesso scelgo la solitudine”
Tacemmo per qualche minuto. Era chiaro che non avremmo scopato. Del resto, la fissa di fare continuamente sesso è tipica degli insicuri e dei superficiali. È una pratica che si può tranquillamente saltare, soprattutto se tende a trascinarsi dietro una totale incomunicabilità.
Per educazione e spirito di accoglienza, le chiesi se volesse del gelato. Lo avevo acquistato al supermarket sotto casa. Me ne intendo un po' più di gelati che di vini. Ma a lei era passata la voglia e rifiutò garbatamente.
Dopo un quarto d'ora ero di nuovo solo. Avevo sostituito i Talking Heads con Lou Reed e mi godevo una sigaretta maleducata in casa, di quelle che nessuno fuma più perché fumare in casa non si fa.
Sono un uomo innocuo”, pensai sogghignando, “ma in certe situazioni risulto peggio di un delinquente ed istigo alla fuga”.
Tutta colpa del fatto che non so cucinare e non bevo”, conclusi, lanciando la sigaretta dal balcone, altro gesto assolutamente sconsigliato in pubblico, indice di spaventosa mancanza di rispetto per il prossimo.

Gli ultimi dieci anni sono stati contraddistinti, nella mia personale esperienza, dalla vittoria a mani basse di due parole chiave: leggerezza e cucinare. Non so cosa è peggio. La leggerezza impedisce persino, se portata avanti come ci insegnano ogni giorno, di parlare di sé, di fare una riflessione più lunga di un'esclamazione e certamente di rispondere a tono.
Per dire, basterebbe fare un esperimento sociologico: provate a scrivere a qualcuno “sto attraversando una fase difficile della mia vita, eppure sto lottando”; quasi sicuro che la risposta sarà fuori fuoco, anche se affettuosa. Del tipo: “sai, è appena uscito un nuovo pc che si dice faccia miracoli”.
È diventato imbarazzante parlare di cose personali, condividere una fase, dare un'opinione su una questione spinosa. Vince l'afasia prima e la leggerezza poi.
Io posso solo dire che se uno mi scrivesse “ho deciso di uccidere mia moglie e vorrei lanciarmi a duecento all'ora sulla tangenziale con la mia vecchia Fiat 127 e vedere se sopravvivo”, non gli risponderei perdendomi in un distinguo, che so, tra rock sinfonico e rock progressivo.

Sono intollerante. Aspetto che spesso mi rende detestabile. Non intendo porre rimedio in alcun modo: tantomeno fingendo. L'intolleranza controllata e non becera non è chiusura mentale, anzi; spesso è proprio la conseguenza di un'eccessiva apertura a troppi aspetti dell'esistenza. Perché poi si finisce nel caos, nella confusione involontaria. Poche regole, troppi impulsi. Si sbrocca. Ed è allora, dicono, che si dovrebbe cominciare a cucinare carciofi sintetici in salsa di azalee, è allora che si deve sfoggiare il grembiulino da cuciniere, lasciando intendere che il pene celato dalla stoffa è poi capace di una bella performance socievole e ottimistica. E che il cuore, quell'organo riprodotto su custodie di iphone, su avatar di imbecilli e su copertine di libri, è capace di riprodurre il suono della speranza e dei mattoni che costruiscono. Anche se non sai bene cosa sta succedendo e stai solo cercando i fazzoletti per asciugare la tua venuta, evento che né Dio né i suoi angeli a cottimo terranno da conto.

LdP, 21 agosto 2015

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