08/08/15

Meglio un libro sulla stitichezza nell'area flegrea che un blog


Mentre molti continuano a piangere miseria (beninteso, in vacanza si va lo stesso, ma a piangere non si rinuncia mai), cerco di approfittare dell'estate, del caldo insopportabile, delle strade deserte, del progressivo defilarsi dei rumoristi, degli appuntamentisti compulsivi e delle mummie gracidanti per riordinare le idee.
Per me l'anno nuovo comincia a settembre, come ai tempi della scuola. Dunque, agosto è il mese ideale per trarre bilanci, per osservare quanto fatto, seminato, raccolto e sperato.
Da quando ho perso il lavoro, due anni fa, tutto appare più chiaro, più spietatamente lucido; e in quest'ottica diventa impellente, più che necessario, non fare sconti. A se stessi, certo, ma anche agli altri. Gli anni passano e la voglia di mediare, di ciurlare nel compromesso e nei possibilismi stiracchiati, passa quasi del tutto. Quel che si vede, quello è.
I comportamenti sono il risultato chiaro di quel che si è: no dietrologia, no giustificazioni, no analisi ardite, metaforiche, letterarie, nessun eufemismo da salotto, nessuna interpretazione psicologica da settimanale estivo che tra le gravidanze della Hunziker, l'attacco di fede del conduttore del telegiornale e le multe del tronista, prova sempre a farti fare qualche test sulla personalità e sulla socievolezza.
In culo i test, gli oroscopi, le rivelazioni simboliche e tutta la paccottiglia emotiva che dovrebbe allietarci.

Cosa ci vuole a guardare dritto nel buco del culo delle verità?
L'età adolescenziale è superata da un pezzo, bando alle ciance.
E allora io mi metto lì, tranquillo, in corrente tra due finestre, con il posacenere alla mia destra perché fumo con la sinistra, un buon disco a volume non troppo alto e una luce non accecante.
E riesco a trovare parecchi punti chiari, riesco a trovare quella lucidità che in tanti non amano manifestare, perché somiglia troppo all'amarezza ed è “sfiga sociale”.
Non mostrarti amareggiato, che gli altri se ne approfittano...”; classica frase da pappone del buonsenso. Ma che amareggiato? Allora devo mostrarmi coglione? Devo essere un emoticon vivente? Smile, smile and share? Shut up and fuck.

Provo a ripetere l'esercizio.
Innanzitutto, ho capito che non esiste categoria peggiore dello “sconfitto che ce l'ha fatta”. Perché il tapino che si risolleva quasi sempre perde la testa e poi rompe pure i coglioni. Pensa di aver trovato l'antidoto; e al contempo, gli piace pensare che gli altri non avranno la sua stessa illuminazione. L'ex tapino che ce l'ha fatta viaggia a due metri da terra e alterna predicozzi ed autocompiacimento, se non autovenerazione. Da evitare come la peste.

Alle persone piace la volgarità allusiva, quella che nasconde parcelle di sesso e di prurigini; non piace, quasi mai, quella volgarità del vivere che è in noi e non risparmia nessuno. Non devi palesarla, se vuoi piacere: non te lo puoi permettere. Un approccio aggressivo alla vita è il modo migliore per essere fraintesi, essere oggetto di stupide spiegazioni e infaticabili maratone psicologiche. Perché sei aggressivo? Cosa ti è successo nell'infanzia? Quali fantasmi inconfessabili popolano le tue notti? Ma la migliore è questa: “Cosa ti fa paura negli altri?”
La risposta è semplice, disarmante: la superficialità. Il buonismo. Il finto collettivismo costruttivo. La suddivisione in sottoinsiemi degli individui e delle abitudini. La presunzione assurda di cercare negli altri una somiglianza al proprio stile. Come dire: chi si avvicina al mio modo di vivere ha capito tutto, ed è allora degno di essere un mio amico, o nelle mie cerchie, come in google plus.
La diversità disorienta gli imbecilli. Impazziscono. Cercano rimedi. Si mettono gli adesivi della Croce Rossa sulle chiappe e ti vengono incontro con un sorriso falso da party nuziale. E allora tu acceleri la pratica: invece di mostrarti tranquillo, ti fai vedere crocifisso nella tua garçonnière e loro capiscono che non ti potranno recuperare, annettere.

Scherza con il sesso, scrivi di sesso, di seduzione, scrivi persino del cazzo duro, tuo o di qualche tuo personaggio; ma attento a non scadere nel sessismo, nella misoginia, nell'omofobia.
Come ti sei permesso di scrivere che quella donna, reale o di carta, aveva voglia di essere scopata? Come hai potuto usare quell'immagine, le dita in bocca, il filo della mutandina spostato per farlo in piedi, perché hai scritto che voleva essere insultata?
Sei un misogino, uno sporco. Non mi piaci più, non mi affascini più. Mi ero fatta delle fantasie su di te, mi ero quasi toccata pensando a come sarebbe stato appassionante conoscere uno scrittore poco conosciuto, ma tu mi hai deluso. Sei come tutti gli altri, sei solo un bastardo che ragiona con l'uccello.
D'accordo.
Ma, ovviamente, sei anche omofobo. Perché hai scritto più volte concetti che afferivano al “prenderlo in culo”. E non si fa più. Non sei Sciascia, non sei Genet, vergognati. Sei solo un blogger con qualche pubblicazione, vergognati.
Lurido omofobo fascista con la voglia di stupire”, mi disse una volta un tipo, e con grande ieraticità mi eliminò dai suoi contatti facebook e linkedin, forse anche twitter, instagram e anobii. Non ricordo cosa avevo scritto in quella occasione. Ah, sì; la storia vera di un mio incontro con un omosessuale in un supermarket. Tra l'altro, ero io (o il mio alter ego) che usciva fuori una merda dalla storia. Ma non bastava. Non dovevo accennare al fatto che portasse dieci anelli e che avesse la stessa voce di Mina con il raffreddore. E non dovevo specificare che a me è sempre piaciuta la fica e nient'altro.
Fascista, omofobo, disfattista, emarginato, disadattato, fascista, sessista.
Okay, grazie, okay. Non sparate sul blogger e vaffanculo.

A proposito di blog.
Lo sapete che non vale quanto un libro, vero?
Lo pensate anche voi?
Un libro sulla stitichezza nell'area flegrea, se presentato con tutti i crismi e con un moderatore, vale da solo più di sette anni di blog.
Non sei uno scrittore se non frequenti altri scrittori. Non sei uno scrittore se alla scrittura non affianchi l'insegnamento, un lavoro culturale, una laurea, un inserimento sociale che faccia conseguire un seguito al tuo pensiero e persino al tuo retropensiero.
Ma forse non è chiaro che ci sono tipi di persone, nelle quali forse rientro, che con la laurea non ci avrebbero fatto un cazzo. Non sono tipo da laurea. Sono un tipo da strada. Sono solo un ex teppista con un blog.

Quando ho sbrodato, quando ho fatto schiuma con degli scritti sulla notte, sulla nostalgia, sugli amori infelici, sembrava che io fossi pronto a riscattarmi. Ad entrare nel mondo della “letteratura adulta”. Sono in molti a legare l'aggressività all'immaturità, ad un'adolescenza protratta, al disadattamento civile.
C'è addirittura una scuola di pensiero, che vuole l'aggressività espressiva come una forma di grido d'aiuto involontario, uno sfogo del vecchio bambino scorticato che ancora vive dentro.
Potrebbe anche essere, ma francamente non credo sia il caso di scomodare tutto questo baraccone di ipotesi suggestive.
La spiegazione, se esiste, è molto più semplice. Dalla mia personale esperienza, posso dire che la società italiana è più che altro una discarica a cielo aperto. Sono un fuoriuscito, un rifiutato. Un numero di codice Inps. Sono profondamente anarchico e questo è quanto ho da dichiarare. Non credo in una società migliore, sono pessimista. La società italiana ragiona per caste, e nelle caste si autoriproduce. La società italiana si masturba spesso e viene sempre nello stesso bacile. La piscina del buonsenso comune, sperma secco che viene contrabbandato per lune sciolte e latte per bambini. Punto.
Su cosa potrei scrivere un libro veloce da presentare? Naturalmente, alla presentazione dovrei inforcare degli occhiali nuovi ed una camicia di quelle esistenziali. E non essere coprolalico, che poi le lettrici me le perdo per strada. E dunque, potrei appunto scrivere sulla stitichezza nell'area flegrea. Con la prefazione di qualche trombone che magari si intenerisca per me, per il blogger sconsiderato, con i buoni uffici di qualcun altro.
Poi creo una pagina facebook sull'evento e inizio a sparare inviti, giocando a fare il modesto.
Grazie AnnaSedia, non ho fatto niente! Tu l'avresti scritto di certo meglio!”
Con umiltà, vi propongo questo mio libriccino che ho avuto l'onore e la fortuna di stampare, i proventi andranno alla comunità di stitici del Molise e spero che...”
Non avrei mai potuto scrivere questo saggio sulla stitichezza se non avessi incontrato sulla mia strada il notissimo ed ineffabile professor Secchiolota, che qui pubblicamente ringrazio. Un intellettuale purissimo, non come me che sono...”
Modestia, modestia, cialtroneria, blandizione, cerchiobottismo di maniera, rivincita al gusto di lassativo.
È questa la mia strada, lo so, lo sento. Altro che l'anarchia.

LdP, 8 agosto 2015

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