11/08/15

La scossura dell'Assunta


“Il lupo urlava sotto le foglie
sputando le piume più belle
del suo pasto di polli: come lui mi consumo”
Arthur Rimbaud

Tutte le volte che capitava piovesse il 15 agosto, mio padre mi chiamava e mi diceva: “È venuta la scossura dell'Assunta, l'estate sta finendo”.
Io, a mia volta, gli chiedevo spiegazioni circa quella definizione, ma lui svicolava: “È la scossura dell'Assunta, è un simbolo, è il segno che tra poco sarà settembre, l'estate è finita”. E tornava a leggere il suo giornale per ore ed ore.
Chissà se quest'anno ci sarà la “scossura dell'Assunta”. Per me è sempre un buon segno. Se il 15 agosto vincono i lampi, il temporale, il vento fresco e l'abbassamento delle temperature, io mi rinvigorisco. Viceversa, mi stampo contro il muro e aspetto che finisca. Solo la pioggia ed il vento sono elementi che riescono davvero ad eccitarmi.

Mi aggiro per casa mentre il temporale è in preparazione ed il cielo è una festa di lampi. Ho inserito la funzione repeat per “Hurt” di Elvis Presley. La sua versione del brano mi fa impazzire. Mi sarebbe piaciuto cantarla, magari con un cartone in faccia. A differenza di tanti strateghi della propria immagine, la mia aspirazione è ottenere risultati di un certo tipo mostrando la mia faccia il meno possibile. La mia faccia, che non è perfetta e non fa gridare al miracolo, non deve essere a disposizione di tutti. È solo una cazzo di faccia. Se ci appiccico la barba sopra è perché detesto tutto ciò che è liscio e rassicurante in quel senso. Se la mia faccia somigliasse ad uno degli amati fulmini o a quella di un lupo che si muove di notte, allora sì che tenderei alla sovraesposizione di me stesso.
La mia faccia è solo l'uno per cento di me stesso. Per quanto sembri contorto, non mi rappresenta assolutamente. Vorrei licenziarla. Con una congrua buonuscita. Solo gli occhi, forse e non sempre, possono rendermi parzialmente l'idea abbozzata di quello che mi vive dentro. Ma, al contempo, se è vero che il volto del caos dovrebbe essere raccapricciante, devo ringraziare qualcuno o qualcosa di non essere un cesso inguardabile. Poteva andarmi molto peggio, potevo essere uno dei tanti Quasimodo con la penna in mano o nel culo.

Il vicino ascolta Edu De Crescenzo, Laura Pasini, Devadip Carlos Santana, Tiziano Ferro ed Emma. Per fortuna, Il Volo non è ancora pervenuto. Ieri l'ho sentito godere. Non so se poi era tosse o costipazione polmonare. A me sembrava un orgasmo. Un orgasmo maschile. Gli uomini durante l'orgasmo fanno veramente schifo. Le loro espressioni sono devastanti, a meno che non somiglino a Luca Argentero e simili. Ma è raro. Poi gemono rochi, sembrano in agonia, e qualche volta invocano i santi. Gli orgasmi andrebbero vietati alla luce. Un uomo che gode è a tutti gli effetti uno spettacolo altamente indecente.
Il vicino ha avuto il suo orgasmo -o la crisi di catarro- alle 22e27 di ieri sera. Non so se con lui c'era una donna. Mi auguro sia così, ma non sono fatti miei. Se c'era una donna, lei non ha raggiunto lo spasmo supremo o è riuscita a non emettere suoni. Spesso gli uomini non fanno che spingere, con quelle deludenti estensioni protese verso l'alto, spingono, spingono, ma è vuoto che non si colora. Se lo infilassero in un barattolo di marmellata, per quanto sono coglioni, sarebbe lo stesso.

Dopo Elvis Presley, la mia vecchia compilation per scrivere mi offre “Io e lei” degli Oro. “Lei è l'alba del tramonto per me”, recita un verso. Lo trovo romantico ma anche lugubre. L'alba del tramonto? Dunque, un ultimo sentimento impavido prima di finire. Sì, è lugubre.
Anni fa avevo un'amica che si metteva solo con uomini “fatti”. Uomini con un buon lavoro, una posizione economica solida, abitudini rigorosamente codificate come “adulte”, conoscenze adulte, uomini con quella specie di grinta ossidata addosso, il senso della vita squadrato e le idee chiare. Chi non rientrava in questo quadretto era invariabilmente definito infantile o, ancor peggio, un Peter Pan qualsiasi. Sapevo che aveva delle curiosità per me, ma non rispondevo al suo inossidabile canone di virilità. Mi contestava spesso. Non le andavano a genio le mie intemperanze, la mia emotività scorticata, la mia ossessione per la vita da vivere con tatuato “il niente da perdere”.
Cercò di farmi prendere la patente. Fallì miseramente, come hanno fallito tutti quelli che ci hanno provato. Tentò di farmi andare a genio i suoi amici. Ma io sono sempre stato un rompicoglioni selettivo. Mi sono sempre sentito un lupo fuori dal branco, perciò più esposto alle crociate, alle contestazioni dei benpensanti, alle pacchiane trovate psicologiche ed antropologiche degli esploratori caratteriali della domenica. Lei non faceva eccezione. E più predicava, più il suo corpo e la sua femminilità non mi dicevano un cazzo di niente. Voleva passare per un'istintiva, per un'innamorata dell'amore, ma era solo farina bagnata e con i pappici fin dentro la busta.
Una volta mi raccontò di essersi “lasciata andare” con un uomo misterioso che l'aveva imbrigliata, nei pensieri e nelle azioni. Non era da lei, mi disse, “fare all'amore” al primo incontro. Ancora con questa casistica sessuale, non se ne può più.
Le chiesi: “Ma non sai proprio niente di questo tipo?”
Lei sospirò: “È un avvocato, abita a via Cilea in un bellissimo appartamento, è separato, gli piace fare sport, è appassionato di auto d'epoca e spesso va in campagna, ha una casa nel Lazio, a Tolfa”
Rimasi sconcertato: “E questo per te è saperne poco di qualcuno?”
“Certo! Che ne so di quel che gli passa per la testa... di cosa gli piace di me...”
Tacqui. Comunque non si trattava di un disoccupato, un operaio, un panettiere, un imbianchino, un bagnino stagionale, un ex galeotto. E comunque il corteggiamento c'era stato e si era configurato elegante, estenuante, da libro per romantici a cottimo. Non mi aveva sorpreso.
La nostra amicizia sfiorì rapidamente. Io non facevo passi verso la distinzione in società, e lei invece si faceva venire i sensi di colpa dopo aver leccato panna fredda sulla pancia pelosa dell'avvocato vomerese. Non avevamo niente da dirci e da condividere. Io continuavo a pensare che si deve vivere a strapiombo sull'estinzione, e lei non ce la faceva più con questo “maledettismo di facciata”, come mi disse una volta con la sua bocca truccata a ferro di cavallo.
Non so bene che fine abbia fatto. Mi pare di aver sentito che ha dei figli, che si è sposata con un ricco professionista. Chissà se è l'avvocato con il quale si lasciò andare in modo tanto intemerato.
Ho perso per strada tante di quelle persone che fare un conto è impossibile. Perdersi, ci sta. Ci sta eccome. È anche giusto. È il cambiamento. Io adoro il cambiamento e detesto le carrozzelle di ritorno. Non mi piace quando si finge di essere rimasti amici. Non mi piace la benevolenza ipocrita. La sincerità pagherebbe di più: “Non me ne sbatte un cazzo di quello che la tua vita è diventata, le emozioni che abbiamo provato ora non sono nemmeno più vermi”.
Qualcosa muore ogni giorno. Senza sangue e senza scene madri. Il tempo trascorso è solo una vecchia zoccola che ti chiama alla base per un pompino senza denti. Cerchiamo il fuoco, cerchiamo il colore dei lampi sulle nostre vene, consumiamoci in nuovi spostamenti verso rifugi deserti, gli stessi luoghi che hanno bruciato gli amori altrui, il sentimento di Dio e del domani, la dolcezza in dispense, quella da imparare con gli errori.

Aspetto la scossura dell'Assunta. Ogni fulmine sarà una scorta di energia per i giorni claudicanti, per i pensieri che si arrendono per nausea del giusto, e infine per tutte le passioni che mi sfioreranno come condanne fraintese.

LdP, 11 agosto 2015

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