18/08/15

La prima notte di quiete


Ma non esiste cammino per l’appuntamento, che non mi sarebbe più dolce della vita o cara. A noi dovevi lasciare la decisione feroce, che ti cela dietro confini inviolabili di freddo”

Allora, prendiamo il nostro eterno commiato, addio e per sempre addio Cassio, se ci rincontreremo, avremo il sorriso sulle labbra, altrimenti valga questo come ottimo congedo"

Ieri, presumibilmente per la trentesima volta nella mia vita, ho rivisto “La prima notte di quiete” di Valerio Zurlini, film uscito proprio nell'anno in cui sono nato, il 1972.
Pur conoscendo la pellicola a memoria -dialoghi, scene, il commento musicale di Mario Nascimbene-, anche questa volta è stata un'emozione. Ad ogni nuova visione scopro dettagli inediti o trascurati, potendo approfondire magari un personaggio minore, uno sfondo rapido, un'allusione velata, un riferimento culturale.
"La prima notte di quiete" è uno di quei film, ma sarebbe più opportuno dire 'opera', che si ama o si odia, capace di accompagnare qualcuno, come nel mio caso, per tutta una vita o di generare insofferenza in altri, perché non si può negare che la pellicola zurliniana ostentava un tono volutamente alto ed aristocratico, uno snobismo decadente e forse estetizzante, una tendenza fiera al nichilismo ed alla disillusione esistenziale. La poesia dello scacco esistenziale non può piacere a tutti. Oggi anche meno di ieri, mi piacerebbe dire a Valerio.

La trama è risaputa e questa non vuole essere una recensione cinematografica. Sono un ancestrale divoratore di cinema, soprattutto di questo tipo, ma non ho velleità di critico. Tutto ruota intorno a Daniele Dominici (Alain Delon), giovane supplente in un liceo di Rimini, un uomo dotato di una bellezza disperata e pigra, trasandata e al contempo fragile; un individuo che sembra aver già fatto i suoi amari conti con la vita, e che sembra avere scelto un'indolente cupezza, un fatalismo tenebroso e sfuggente. Uno di quei personaggi 'esistenziali' che così poco piacciono a chi in un film (ma anche in un libro, in un disco, in un quadro, nei rapporti umani e sentimentali) cerca leggerezza, toni pastello, ironia che stemperi ed elimini tutta la zavorra del vissuto doloroso, azione e colpi di scena che permettano di dimenticare e dimenticarsi per due ore scarse.

Non appartengo a questa scuola di pensiero, che anzi combatto e che rappresenta senza timore di smentita la mia nemesi culturale ed esistenziale. Non mi piace la pesantezza e trovo insopportabile l'abuso di cultura esibita e seriosità; ma mi rifiuto (e crescendo la cosa si è acuita) di trovare nell'introspezione e nella stessa disperazione di esistere un qualcosa di obbligatoriamente artefatto, provocatorio, autoreferenziale e snobistico.
Questo è più o meno il pensiero comune circa i personaggi alla Dominici; ancor peggio se questi personaggi -che appunto sembrano mere costruzioni letterarie- improvvisamente spuntano nella realtà, vivendola di traverso, ai margini, portando con sé forme disordinate di ribellismo, di lancinante distanza dagli schemi più collaudati della società, distanza abissale dallo sfiancante senso di stupefazione sdolcinata che gli esseri umani riversano sull'amore e quel che ne consegue.

In una realtà che è diventata ancora più veloce e feroce di quella del 1972, dalla memoria corta e dalle braghe calate, gli uomini come Daniele Dominici sono considerati con diffidenza, con una punta di fastidio indifferente; la loro inguaribile inquietudine è vista alla stregua di un gioco letterario autodistruttivo, la loro cifra emozionale è un enigma che genera fatue e rapide curiosità, pretestuosi abboccamenti senza una reale spinta alla comprensione. Chi si agita da sconfitto avrà i suoi motivi, che con una puntualità raggelante vanno ricercati in geometriche e svilenti spiegazioni psicologiche, lo svogliato revisionismo della non conoscenza. Chi si muove come un vecchio eroe nero, strafottente e con troppo da dimenticare, è una macchia su un vestito bianco, sui sorrisi di carta, di tessuto e di pelle che popolano le nostre case, i nostri ambienti e i nostri affetti. È una coincidenza, è una notte d'amore da superare presto, è una piccola ossessione che non può durare più della visione di un film, della lettura di una frettolosa recensione.
Chi non partecipa all'entusiasmo vorace delle cose, delle bellezze cotte e mangiate, è un errore esotico e poco più.

Ma Zurlini colse nel segno. Il personaggio di Daniele Dominici, pur caratterizzato da molti dei tipici tratti distintivi dello sconfitto, è universale e non lo si può ingabbiare in un contesto esclusivamente letterario o cinematografico. Daniele è quel che si può diventare -o forse si è- se ci si lascia andare, se si decide di uscire dalle continue pratiche di salvezza che la vita sembra offrirci a cadenze irregolari per uscire dall'anonimato.
Le passeggiate con le mani affondate nelle tasche di giacche e cappotti, con la sigaretta in bocca e lo sguardo disincantato, quelle sono pratiche regolari per chi continua ad inseguire un certo tipo di emozioni; quelle più infide probabilmente, quelle con un retrogusto di provvisorietà, di sradicamento incolmabile.
Daniele, dice la sua sfiorita convivente Monica (una Lea Massari quasi imbruttita ma affascinante anche per questo), non ha mai sonno. Daniele gioca. Che perda o vinca, la sua espressione è sempre la stessa. Disincantata, beffarda, di passaggio. Daniele legge e scrive, ma non assilla nessuno con la sua dipendenza da certe abitudini e inclinazioni. L'arte lo emoziona, è uno specchio, è la sua scena, ma non lo salverà dall'autodistruzione. Come l'amore, del resto.
Come è piena di morti la vita di un uomo”, sussurra Daniele a Spider poco prima che il suo destino si compia. Ed è così. Daniele fa sesso con la disperazione addosso, sempre la stessa, come il suo pullover slabbrato, come il suo cappotto di cammello, che poi era davvero quello di Zurlini. La seduzione non è giocosa, è parte del percorso, della discesa, dell'assuefazione silenziosa alla sopravvivenza.

Mi innamorai subito, quando vidi il film per la vita volta, del personaggio Daniele. Era inevitabile. Ma, mentre all'epoca ne riscontravo la bellezza letteraria e mi fissavo con l'identificazione personale, oggi lo riconsidero in una luce d'urgenza quasi affettiva e paradigmatica, e posso dirmi convinto che Daniele Dominici è una parte di quel che si è, una concreta possibilità di sostanza ed apparenza; non una pagina, non un fotogramma, non una suggestione seduttiva.

Oggi vivo in provincia. La città mi ha lasciato ed io ho lasciato lei. La mia città mi ha trattato come un puntino, non poteva fare altro. Io l'ho trattata come un grembo troppo largo e pullulante.  
Ora capisco e ritrovo parte dell'ambiente che Zurlini ha descritto nel film. La battona che si strofina le carte sulla vagina per 'benedirle', le auto lussuose e scenografiche che rombano e fuggono nella notte, i vitelloni annoiati e viziosi, ancor di più il pornografico malvezzo di filmarsi, riprodursi, proporsi continuamente. La concessione del lusso come prova di esistenza.
E anche, come nel film, il continuo tentativo di identificarti, di capire chi sei e perché ti comporti in un certo modo, cosa ti è successo tanti anni fa, cosa vai cercando.
Non puoi rispondere che non vai cercando proprio niente. Non puoi dichiarare che un figlio è un lusso, proprio come i rimpianti. Malinconia, sradicamento e cinismo personali sono meno perdonati di un assassinio, di una truffa, di un qualsiasi atto di violenza. Gli sguardi della gente somigliano ad una velata minaccia, “se vuoi stare al mondo, stronzo, cerca almeno di starci con un sorriso e non rompere i coglioni”.
Del resto, Daniele nel film viene più volte definito “pezzente di merda”, “morto di fame”, addirittura “frocio sifilitico” da una donna che ha rifiutato. Ma lui non vuole nulla. Nulla in genere e nulla in cambio. Non giudica e non vuole essere giudicato. È libero della (e nella) sua mancanza di libertà, proprio come i delfini nella piscina che osserva con Vanina, in uno dei momenti più belli del film. Ha scritto molti anni prima un libro di poesie che quasi ricusa e non ricorda con piacere. Rinnega le sue nobili origini. Ha venduto libri a rate, ha interrotto più volte l'insegnamento, è stato in galera per una storia di assegni scoperti. Non si capisce se si innamora o muore, nei momenti in cui le emozioni più vitali sembrano prevalere sul mare in tempesta. Non impone niente a nessuno e non tollera imposizioni. Sono i sensi di colpa a decretare la sua morte fisica. È la sua malinconia ingestibile, proprio come quella di Vanina, a renderlo attraente, più ancora del suo aspetto esteriore.
Torna in una casa abbandonata dove ha vissuto un tragico amore giovanile, ed in quelle scene è più bello di sempre, osservato dal fedele Spider. Come quando, sempre insieme a Vanina, osserva e commenta la Madonna del Parto di Piero Della Francesca a Monterchi.

Ho raccomandato questo film a tante persone, nel corso degli anni. Qualcuno, per compiacermi bonariamente, mi ha detto “somigli molto al personaggio”. Sarebbe stato e sarebbe tutt'ora uno splendido complimento, se non fosse completamente inutile. Non è per questo che amo il film, Daniele Dominici e l'opera omnia di un regista ed intellettuale “discostato” come Valerio Zurlini. 
Amo questo film per una serie di motivi differenti, insondabili e intimi; lo amo per aver dato voce ad un certo tipo di solitudine, di filosofia della dissoluzione, per il suo romanticismo forse barocco ma sincero, desolato e potente come il mare d'inverno, come il vento e la tromba di Maynard Ferguson.
Anche nel rivolere l'amore, nel continuare ad amare l'espressione artistica e quel che si riconosce ancora della bellezza, il pensiero della quiete resta indissolubile dall'idea della fine.
Alla faccia di quell'ideologia del “tutto a posto”, che continua a perseguitarmi ancora oggi, con tutti i lavori cambiati, le case abbandonate ed i luoghi più disparati, i contesti più eterogenei, la catena di montaggio delle amicizie e degli amori, gli anni che passano. I falsi nuovi inizi. I nuovi propositi sotto la minaccia armata della solitudine. 
Conosco pochissimo la quiete. Persino la sua definizione fredda. Chi me ne ha parlato meglio è stato questo film. E questo non posso dimenticarlo.

Luca De Pasquale, 18 agosto 2015











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