29/08/15

La folla, il deserto, l'amore


Buongiorno Luca! Come stai? È pronto il tuo nuovo libro? Stai scrivendo? Io e Dorotea siamo stati in Turchia, come potrai vedere dalle foto che ti allego nella mail... siamo stati d'incanto... un posto incantevole... noi ci sentivamo come una coppia di adolescenti... con tutte le conseguenze che puoi immaginare!!! Ti saluto e spero che queste foto ti mettano di buonumore... Roberto”

Di buonumore? Ma guarda tu che presunzione. Ma che motivo di tripudio potrei trovare in delle foto di conoscenti in vacanza? Perché si tratta di conoscenti, non di amici. Forse non troverei gaudio neanche in diapositive di amici, perché sostanzialmente non è che queste cose mi travolgano. Ho sempre evitato di passare le ore a guardare le foto di viaggi, mie ed altrui. Perché mi sembra che si tratti di roba già morta. È principalmente una cazzo di nostalgia. Penso che solo le foto dei matrimoni possano essere peggio di quelle dei viaggi, in quanto ad autocelebrazione. E poi non capisco e non voglio capire, nel caso di questi dei dell'amore, l'allusione al ritorno ad una dimensione adolescenziale. Che significa? Si tratta di un eufemismo per accennare pudicamente ad un sesso eccezionale? Patetico.
Ma mi rendo conto che il mio fastidio non è molto condivisibile. Perché “in un'era di tragedie umane e civili”, come dice il tipo della cartoleria vicino casa, la gente vuole distrarsi e avere visioni positive.
E dunque, se l'amico/conoscente vive una seconda giovinezza in Turchia, io dovrei essere felice. La cosa dovrebbe cambiare le carte in tavola alla mia giornata.
Ma quanto scommettiamo che l'amico non vuole sentire una sola parola sul mio precariato lavorativo e -ancor peggio- quello esistenziale scelto in una nutrita rosa? Perché Roberto vuole sì inviarmi le sue foto dalla Turchia con la sua eccitante partner di coiti revisionisti, ma le foto delle strade deserte e dei luoghi abbandonati che piacciono a me lo destabilizzano. Gli fanno pensare, lui così elementare e soleggiato, che ho dei problemi non risolti.
Tutti hanno problemi non risolti. Tutti. La vita non è un antivirus. Tutti siamo sporcati da qualcosa. Tutti siamo esposti alle intemperie. Dobbiamo solo decidere come affrontare la folla, il deserto, l'amore, il ricatto della fine. In fondo sta tutto lì. E chi vede nella sua vita un'opera d'arte plausibile, una forma dinastica di continuazioni, un tributo grato al dono del respiro, beh, quell'individuo è il più a rischio di sbroccare e rompere le palle al prossimo suo.

A volte mi sento circondato più da foto che da persone. Da immagini, da avatar, da visioni stilizzate e modificate di se stessi e degli altri. Molte donne sono belle in foto. Le loro labbra sembrano chiederti, in quello scatto finito e conservato, baci, devozione, stupidi innamoramenti senza domani. Molti uomini si aggiustano con gli occhiali da sole e smorfie attoriali di altissimo valore grottesco. Lo faccio anche io, che non mi piaccio quasi mai. Ma se mettessi sulla carta d'identità, sui social, sul curriculum, la foto di un pollo con la barba e una confezione di Viagra tra le zampe cosa cambierebbe? Niente. Si tratta solo di stimolare le percezioni altrui e di rimirarsi con un'indulgenza che non conosco e che reputo peggio dell'olio di ricino.
Amami, ti prego, amami”, sembrano dire quelle vezzose foto nelle quali mi imbatto senza tregua e senza speranza. Ma ti dicono anche cose peggiori, come “io ti amerò se tu mi farai sentire accettato/a”. Che non è amore. Non è amore. Assolutamente. Sono retrovie che urlano paura e cercano il bello.
La frase abusata “ti amo perché mi prendi per quel che sono” io la detesto e la rifuggo. Non si riama per gratitudine e per insicurezza finalmente tenuta a freno. Meglio rompersi il collo.
Meglio guardare con calma l'orizzonte e capire una volta per tutte che l'amore non è ovunque. L'amore non è obbligatorio. Non è un rimborso, un ammortizzatore sociale. Spesso non è altro che la proiezione traballante di una sofferenza stanca.
Forse l'amore è una riffa che si vince se si riesce a precedere la morte. E se ne parla troppo.
E infine, si dice tanto che l'amore è questione di presenza. No e non solo. L'amore mangia assenze, se ne nutre, l'amore in assenza è una cartolina dolorosa ma ha una sua precisa bellezza.

Ho conservato un album di immagini di luoghi abbandonati. Ne vado pazzo. Esercitano su di me un'attrazione fortissima; non morbosa ma importante. Da quando ero bambino, le rovine mi comunicano qualcosa. Ed io non potrei mai disconoscere questa fascinazione. I luoghi deserti, vissuti e dimenticati, mi riempiono gli occhi e l'anima molto più della natura in fiore.
Forse vengo dal deserto. O lo cerco.

Ricordo tre estati fa, in un bed&breakfast, una notte senza luna. Mi svegliai alle quattro del mattino. Mi vestii come se dovessi uscire, aprii la finestra e mi trovai di fronte uno spettacolo di clamorosa bellezza: la notte con pochissime luci. Il sonno dei giusti, le ansie dei colpevoli, i sogni degli ostaggi delle emozioni continue. I miei sogni, sbrecciati, dimezzati, macchie sui fogli, granelli di polvere calda in una corteccia blu elettrico: di certo alla portata dei volgari stivali del tempo, quelli che calpestano senza consapevolezza.
Restai sveglio fino alle sei. Senza dire una parola. Respirando piano. Ogni tanto fumavo. Ogni tanto mi sfioravo gli occhi, la bocca, i capelli. Gesti calmi, arresi ma forti. Fantasia azzerata, completo proscenio alla notte.
In quel periodo stavo vivendo una situazione personale davvero difficile, ma quella notte è stata uno dei momenti più concretamente soddisfacenti della mia emotività. Mi sentii a pieno titolo una delle colonne della notte. Una colonna figurante, ma pur sempre una colonna.

Oggi è sabato. Si dice che sia il giorno fortunato dell'Acquario. Non saprei dire, ma mi piace questo senso di lucidità che sento addosso. Sono consapevole di non essere un esercito. O un genio. O un grande poeta. O un uomo così speciale. Non ho gli occhi a specchio. Anche se indago dentro continuamente e il più delle volte vengo accoltellato dalla mia ombra. I miei fantasmi giocano con me ed io con loro. Non è propriamente rassicurante come uno spot della Barilla, ma ce la si può cavare.
Mi piacciono gli spettri. Distruggono la piattezza, il consenso agognato, i giochi senza scopo, la becera contemplazione delle proprie abilità. I fantasmi sono le spugne della grande notte. Ho bisogno di questo. Più delle comodità. Più delle curiosità. Molto più della folla.

LdP, 29 agosto 2015

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