03/08/15

La fedina esistenziale sporca


Un intellettuale privo di autoironia per me è più noioso di un appassionato di cantanti neomelodici. Proprio non riesco a condividere i 'toni alti' obbligatori e quella compunzione così ossessiva nel mostrarsi depositari di qualcosa che manca agli altri.
Negli ambienti intellettuali o para-intellettuali non ho mai riscosso e dispensato particolari simpatie. Meno ancora, devo ammetterlo, in quelli impiegatizi o medio-borghesi; l'arcaico ed irrisolvibile problema della incollocabilità.
Ma chi se ne fotte, poi.

Incantare i lettori. Sono pensieri che passano per la testa. Qualche volta, soprattutto quando si fa notte.
Ma è una truffa, sostanzialmente. Numeri già visti da illusionisti di provincia. Incantare qualcuno dei propri incanti? Incantare costruendo una finzione atta allo scopo? Ma è come simulare di amare per arrivare a scopare. Incantare, se mai ci si riesce, finisce per essere compiacimento.

Cammino per le strade, quasi ogni giorno, e mi accorgo che le risposte sono finite. Beati coloro che vivono tra regole, diktat, passaggi obbligati, azioni propedeutiche, atti di richiamo, collegamenti mentali, ideologici, sentimentali. Beati per modo di dire. Non ho risposte. Di sicuro non universali. Tutto si slabbra, tutto si usura: persino le suggestive cave di vento e di emozioni diventano sfiatatoi inodori, depositi di nozioni, discariche di vitalismo da riciclare.
Non ho risposte, forse non le ho mai avute. Non le cerco. A volte le scanso. In certi giorni il mondo è una vagina di plastica che si contrae e vomita scarti, residui, vecchi abiti, baci mai prenotati, avvicinamenti fittizi.
Cammino per le strade con addosso questo sentimento di vendetta nei confronti della luce estiva che mi infastidisce, e con estrema calma mi rendo conto che sono pochissime le persone con le quali condivido davvero qualcosa. Il modo di pensare e di sentire, le prospettive che rifiutano l'idea della prospettiva, la rilassata convinzione di non avere nulla di così serio da tramandare. Non ultima l'accettazione delle discese all'inferno nei giorni dispari, quando meno te l'aspetti, dopo un sorriso, dopo una gioia, dopo l'amore, al risveglio, nelle ore di luce più seducente. Improvvisamente vai all'inferno e pretendere di incantare è uno schifo, un falso ideologico.

I traghetti per Ischia e Procida partono dal porto, gremiti, sovraccarichi. Sardine sudate che si muovono con una mano libera e l'altra occupata da un telefono, un kindle, un iphone. Tatuaggi ai polpacci, sui bicipiti, dragoni coreani, sirene runiche, cuori trafitti, nomi di ex fidanzate, caricature di Maradona, dichiarazioni di forza, ghirigori orientali. Le donne che salgono su questi traghetti da lontano sembrano tutte imperdibili ed eccitanti. Ma basta avvicinarsi un po' per scoprire che non le conosci, che non le vuoi conoscere, che non ti eccitano la testa, il cuore; le smanie di penetrazione restano legate al periodo del liceo, quando gli ormoni erano dittatori storpi.
La penetrazione come esercizio natatorio. Come salvagente per l'anima licenziata. Forse, spesso, si desidera penetrare per poi ricordare quanto si è stati in linea con la vita, con le emozioni, con l'ineluttabilità dei bisogni e dei desideri. Forse si pretende di penetrare gli altri per non sentire addosso l'ossessione delle proprie stanze vuote. Un trucco. Un altro trucco invecchiato, rossetto lucido nella borsa di una morta.
Non c'è vento al porto e questo è davvero una merda. Senza vento le persone sono più brutte e banali. Senza vento non accetto la mia immagine e nemmeno la mia storia.
Un coglione mi chiede dove c'è l'imbarco per Capri. Senza guardarlo in faccia gli dico che l'imbarco per Capri qui non c'è. L'uomo, un turista televisivo con maglietta da Ape Maia, è accompagnato da una specie di boccetta di sesso tascabile con tette rifatte e perizoma nero sotto gonnellino bianco. Me li immagino chiavare contro un muro, a carriola, e mi viene un conato di vomito.
I porti mi piacciono di sera, non di mattina. Mi piacciono con la pioggia e non con il sole. Sogno sempre di prendere una nave con massimo quattro persone, sotto un vento così forte e perfetto da sembrare destino. Ma sono sogni. C'è sempre troppa gente. Non sono tarato per la folla e per il caos, se non quello interiore che è il mio fratello maggiore, il mio padre un po' sadico, la mia fedina esistenziale sporca.
Se pretendessi di incantare, ancora oggi, con tutto il vento che è passato senza mai restare, con tutti i sogni che si sono mostrati per quel che erano, appuntamenti probabilistici con il futuro, penso mi rimarrebbe pochissimo da vivere e da scrivere.
Pubblicherei un libriccino e poi scomparirei. Senza che qualcuno mi abbia disegnato i contorni. Senza vento. Senza una sola traccia di amore sui muri delle stanze che non si fotografano mai.

LdP, 3 agosto 2015

2 commenti:

  1. Amico mio, una traccia sui miei muri la lasci ogni volta che ti leggo.

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  2. E questa per me è una di quelle cose che non hanno prezzo. Grazie e spero a prestissimo..

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