09/08/15

John Martyn's Armagnac Blues

a John Martyn

La ragazza esce di casa. Percorre il vialetto buio. Indossa un vestito verde smeraldo molto corto. Nel buio si vede la luce del suo smartphone acceso. C'è un'auto che l'aspetta all'angolo. L'ho visto, l'uomo al volante. Fumava e aspettava.
Prevedibile che vadano a cena fuori. Un locale, un pub. La serata finirà con sesso in auto. Forse non sesso completo, forse sesso orale e neanche scambievole. Lui avrà di certo i fazzolettini sul cruscotto, o lei in borsa.
Ho sempre trovato la luce delle notti estive orribile e falsa. Un miraggio indecente, una presa per i fondelli.

“Ciao, che fai di bello? Che mi racconti?”
Non sono fatti che ti riguardano. Tieniti alla larga.

Nel sogno, parlo con una donna imprigionata in uno specchio. Ha un sorriso triste. Attorno, ci sono luci natalizie intermittenti. Io indosso un pullover marrone chiaro e ho la barba. Sembro invecchiato e nella mano sinistra tengo una sigaretta spenta. Su una mensola, nella stanza, c'è una di quelle Madonne votive di plastica, quelle fluorescenti. Le vedevo in casa quando ero bambino. Però mio padre non era credente. Io non lo sono mai stato. Sono così lontano da Dio da sentirmi quasi in colpa. Parlo alla donna nello specchio, ma lei non mi risponde. Continua ad ostentare quel sorriso mesto, imbarazzato.
Mi sveglio di soprassalto, con una manata scaravento tutti gli oggetti sul comodino a terra. In camera c'è odore di deodorante e di me. Un uccello notturno emette il suo macabro richiamo di veglia perpetua. Non riesco ad aprire gli occhi completamente. Un senso di spaesamento e di vigilanza del disordine che non basta mai. Mi rifiuto di guardare il quadrante dell'orologio. Sembra che in casa sia passato qualcuno, ma sono solo effetti delle mie azioni, della mia impazienza, del tempo che metto sotto i piedi come un insetto, senza considerare la trappola ed il trucco, perché me lo trovo alle spalle, più vivo di prima.

Conoscevo un vecchio professore di lettere, tanti anni fa.
Andò in pensione. Gli facemmo una torta. Poi sua moglie morì, due anni dopo. “Un male incurabile”, mi dissero. Una sera di maggio, il vecchio professore si sistemò in poltrona nel suo studio, mise su uno di quei suoi vinili preziosi della Deutsche Grammofon, ascoltò musica per venti minuti e poi si sparò in faccia.
Sono andato più volte sotto il suo palazzo, dopo la sua morte. Una sorta di tributo, il solito omaggio impotente che è una mia specialità, visto che non è nelle mie capacità intervenire prima. Ho fumato tre sigarette di fila sotto il suo palazzo, in una sera di pioggia e malinconia. Poi mi sono quasi dimenticato di lui, del suo suicidio, e ho iniziato a seguire una donna che aveva delle bellissime gambe. Si dimentica tutto in fretta, si va avanti, è regolare. Senza stordimenti, che destino di silenzio ci sarebbe preservato?

Ricordo quella ragazza che mi aprì la porta. Mi aveva invitato a cena. Quando la vidi, capii subito che sarebbe durata niente. In quel periodo ero perennemente ubriaco di John Martyn. Vivevo delle canzoni di John Martyn. Ricordo che di tutto quel che mi diceva la ragazza non trattenevo niente. Mi interessava solo la conquista estetica, può darsi. Ma, più probabilmente, sapevo che sarebbe stato l'incontro di una sola sera. Per lei ero il commesso della grande distribuzione che aveva pubblicato 'anche' un libro. Ma io non mi sentivo né un commesso né un promettente scrittore, mi sentivo una canzone di John Martyn. “Sweet little mistery” o “Solid air”, nello specifico.
Ricordo ancora che durante la nostra serata, leggera e nemmeno tanto promettente, avevo già nostalgia di lei e del nostro incontro. Perché avevo chiara la sensazione che tutto si stava bruciando in poche ore. E così è poi stato. Le canzoni di John Martyn non sbagliano mai, in questo emisfero.

La ragazza esce di casa. Percorre il vialetto. È la controra, l'afa è foschia e viceversa. Indossa un vestito marrone praticamente inesistente. Si passa una mano nei capelli, guarda in alto, forse il cielo. Prima del cielo ci sono io, che sto fumando e distolgo lo sguardo. C'è l'auto di ieri notte che l'aspetta all'angolo. L'ho visto, l'uomo al volante. Fuma e aspetta, si controlla nello specchietto retrovisore.
Prevedibile che vadano a casa di lui. Lui metterà della musica italiana sdolcinata o forse quel soul lubrificante che mi fa vomitare da sempre, quelle voci che sono dei pompini all'inpiedi. Le si sdraierà tra le gambe aperte e tutto durerà meno di venti minuti.
Quando l'auto riparte, vedo le gambe di lei aperte dal vetro. Si intravedono delle mutandine colorate. Non sono eccitato, nemmeno solleticato. Oggi, dopo tanti anni, dipendo ancora dalle canzoni di John Martyn. Oggi sono “Couldn't love you more”, con il sassofono iniziale, con quell'arrangiamento precario come lo era diventata la stazza di John, uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi. Una delle mie pochissime carte di identità valide per più di due ore. Tra due ore quell'uomo sarà già venuto addosso alla ragazza, l'afa sarà anche aumentata e questa estate strana continuerà a vendere le sue cartoline di speranza sotto gli ombrelloni, nei gelati, tra i capelli dei figli, nelle lacrime morigerate di facili separazioni, nel basso fretless di “Solid air” su quel vecchio cd, “Couldn't love you more”. Quel basso, sfumatura più sfumatura meno, sono decisamente io. Quel basso spiega di me più di ogni libro, di ogni nota, di ogni sorriso, di quell'illogico fil rouge che è il mio percorso di vita.

Quando mi sveglio troppo presto, finisce che mi ricordo i titoli di quasi tutte le canzoni di John Martyn che amo di più. Non è facile, perché sono davvero un numero ragguardevole. Durante il giorno me le vado a recuperare. Mi emoziono come un idiota. Ogni canzone amata di John Martyn rappresenta un momento specifico di me e di quel che ho vissuto. Impossibile rinnegare la passione per la sua musica. Le passioni vere non sono mai film da riavvolgere, al fine di riviverle con sguardo distaccato. Le passioni vere ti mangiano. Si bevono il tuo sonno. Ti fanno la festa d'addio e ti regalano la bomboniera, la foto ricordo con il vestito scuro, ti rendono uomo per il tempo che resterà, ma al momento ti imprigionano in uno specchio. Un semplice specchio. Pagherai i tuoi demoni più affidabili per poter scegliere con loro le migliori cicatrici da mostrare in pubblico.

È una strana estate. Si sogna poco. Ma quei pochi attimi di colorata incoscienza ti portano avanti e lontano, finalmente consapevole che non potrai più intervenire. Che puoi solo fermare qualche istante più arrendevole con le canzoni più belle.

LdP, 9 agosto 2015

SOLID AIR
You've been taking your time
And you've been living on solid air
You've been walking the line
And you've been living on solid air
Don't know what's going 'round inside
And I can tell you that it's hard to hide
When you're living on solid air
And you've been painting the blues
And you've been looking through solid air
You've been seeing it through
And you've been looking through solid air
Don't know what's going 'round in your mind
And I can tell you don't like what you find







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