13/08/15

Il primo traghetto dell'alba


Lo schermo del computer nella casa di fronte è bianco. Il mio invece riproduce uno screensaver con dei pesci e delle onde. C'è odore di incenso e si sente una discoteca in lontananza.
Ho lasciato nel salotto carte a terra. Molte. Vecchie bollette, lettere, ecografie, appunti, libri ingialliti, riviste musicali che non mi interessano più da una vita.
Troppi capi d'abbigliamento. Ovunque. Non riuscirò mai ad indossarli tutti. Vorrei che venisse un robivecchi a domicilio. Gli venderei la buona parte dei miei libri per pochi centesimi. Idem per i vestiti. Un pacchetto sigarette per due paia di jeans mi sta bene, e poi vai a fare in culo da dove sei venuto.
Prenditi le mie maglie, i miei pullover. Facci le stufe. Falli lavare e restringere da tua moglie, e poi vai a fare in culo da dove sei venuto.
Non mi affeziono alle cose. Non sono mai riuscito ad affezionarmi agli oggetti. Gli oggetti non conoscono la morte e mi stancano presto. Vorrei solo tre camicie, due paia di scarpe, due pantaloni, due sciarpe, dieci paia di guanti senza dita. Basta. Vorrei una stanza di motel con uno specchio minuscolo e il frigobar. Vorrei essere praticamente obbligato a scrivere da mezzanotte alle sei di mattina. Possibilmente dormire durante il giorno.

Non ho mai capito come sia stato possibile che gli Overhead non abbiano sfondato.
Un gruppo straordinario. La stupenda voce di Nicolas Leroux.
Silent witness” è un disco doloroso, intenso, passionale, notturno, magico. Uno dei dieci dischi che vorrei portarmi all'inferno. Musica che gira nelle stanze dei sogni, con il ritmo del fuoco all'aperto, sotto un vento ghiacciato. L'amore che arriva a mostrarsi, forse per sbiadire nel modo migliore . Forse per una scommessa.
Qualcuno ha detto che somigliano troppo ai Radiohead. Banalità da recensori ripuliti.
Silent witness” è uno dei dischi della mia vita: ancora oggi mi impressiona tutto quello che mi ha innescato dentro. Troppo. E dentro è rimasto. Come quelle porzioni di felicità che si avvicinano per stringerti la mano e presentarti la parcella dovuta.
Le canzoni di “Silent witness” costruiscono, senza pennelli e senza proiettori, l'immagine della solitudine più perfetta, non negando -anzi- la tensione necessaria alle emozioni. Un capolavoro passato quasi inosservato, che scoprii nell'assortimento inviatoci della casa madre francese all'epoca dell'apertura del negozio. Era il 2003. Dodici anni di Overhead.
Lo ascolto tutta la notte, tanto il sonno è rimasto sotto la lampada del bagno. Lo ascolto tutta la notte, si presenta come un filo di fumo e poi mi trasforma in uno di quei traghetti che partono all'alba, con due o tre persone infreddolite che non si parleranno tra di loro. “Silent witness” è uno di quei viaggi che non prevede altri passeggeri. È mio. È la mia anima in pausa caffè. È quel che vedo e non riesco a prendere. È tutta l'indifferenza che sono riuscito a vendere in giro. Come facevo, e bene, con i dischi.

Pulluliamo come lucciole attorno alle luci dei locali, in prossimità dei rumori, della carne nuda. Nobili cuori scambiati con figurine di puttane inventate ad arte. Ci emoziona la conoscenza, l'imprevisto. Il sapore delle labbra. Il vento nei capelli. Ci piace pensare di essere in grado di organizzare al meglio gli abissi dell'inatteso, biglie scure tra gli elastici del destino. L'aria della notte, stasera, elimina completamente la mia età, il mio vissuto, i miei tratti distintivi, le mie aspirazioni, i miei dolori. Sono nessuno e mi muovo verso la luce, incolonnato al valico della sorte come un turista qualsiasi, con il trolley colorato, i capelli spettinati e il pacchetto di sigarette stropicciato nelle tasche strette.
Per una dose di piacere da rinnovare, sembriamo capaci di offrirci continuità, dedizione, interesse, partecipazione, complicità. Parole che piacciono. Parole che finiscono per imbrigliare, veri e propri depliant di serenità. Tutta questa gente che si agita nei pressi dei locali, delle pizzerie, dei ristoranti, del lungomare, tutti a pregare che non ci siano troppi sbagli da fare per arrivare ad un compimento, ad un punto fermo.
Appassionati di idee, di hobby tramandati, di burraco, di pompini costruttivi, di house music sciacquata, di specchi, di uomini alti, di originale positività, di cibi biologici, di padri e madri da piangere in ritardo, di idealizzazione di vecchi amanti e compagni.
Tutti o quasi in quei fottuti uffici dell'assessorato alla speranza. Tutti questi uomini che si illudono di specchiarsi nelle grandi labbra e pettinarsi con il clitoride. Tutte queste donne che continuano imperterrite a sentirsi depositarie della natura reale dell'amore, della sua scoperta e del suo mantenimento, donne calamita, donne gomme da cancellare, donne indecise e tentate, donne nauseate dagli uomini e stuzzicate dal cazzo.
Se fossi uno stronzo, stasera mi farei. Tutte queste luminarie accese, tutti questi professionisti della speranza. Tutti, tutte, tutto. Che brutta parola “tutto”. Che parola schifosa.
La brunetta guarda, dal locale di fronte. La virilità si impasticca per tre minuti. Ma sento puzza d'acqua sporca, di salsedine e di disgustose mangiate di pesce. La brunetta guarda, con le sue belle speranze e i suoi pochi anni. Si direbbe che somiglio ad un predatore inespressivo. Uno squalo. Le pareti dei miei appartamenti non sono porose a sufficienza e non mi piace parlare del futuro. La brunetta guarda inutilmente. La soddisfacente normalità che le hanno detto la farà sbocciare, io quella non la regalerei neanche al mio peggior normale. Non sono un uomo concime. Le regine le detesto.
Un uomo può essere anche solo il primo traghetto dell'alba. E niente più. Se ci sali su, per una sola corsa o facendo un abbonamento stagionale, hai garantita solo la visuale sgombra, l'aria pungente e, quando è festa, la bellezza della musica.
La macchina fotografica lasciala a casa, tra le tue scartoffie. Quella è roba per chi crede. Per chi vuole continuare la gara del bianco sotto il cielo. Io a quel colloquio non ci sono mai andato, per fortuna.

LdP, 13 agosto 2015


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