01/08/15

Barcode Man Blues


Non sarò mai un moderato.
Non sarò mai un prudente, un cauto, un accorto, un tergiversante.
Non sarò mai un possibilista, un attendista, un silenzioso cooperante.
Non sarò mai un formale, un formalista, un prezzemolino, un tronista, un industriale, un cordiale dispensatore di amenità, un uomo disinnescato.
La verità è che mi brucia il culo. In continuazione. Le pomate non servono. Non c'è pace tra gli ulivi. Anche sotto. E persino dentro.
Il tempo corrode e la pazienza pure. Quando parlo con le persone, sono sempre costretto a rinculare. Il più delle volte non dico quello che penso. Non per pigrizia e tantomeno per pavidità, ci mancherebbe. È che trovo sostanzialmente inutile dire cose che non sarebbero condivise, imbarcarmi e imbracarmi in polemiche ridicole, tediose, da vecchi pazzi sugli autobus.
Ascolto. Mi limito ad ascoltare. Se viene detto qualcosa che mi fa saltare, allora intervengo. Ma solo in quel caso. Sono un cane sciolto, ne sono sempre consapevole quando mi confronto. Piace a tanti questo parola, “confronto”, ma è quasi sempre una farsa. Una specie di bilancia: io ci metto due sassi pesanti, tu metticene quattro medi, vedrai che alla fine non ci ammazziamo.
L'equilibrio innanzitutto. Vero? Mi sembra un atteggiamento ragionevole.

Le chiacchiere al bar. Le recepisco.
Dove vai a sciacquarti il culo tu? Ho visto tua moglie, com'è abbronzata! E i bambini? Hai dei bellissimi figli.
Grazie, anche i tuoi non sono niente male.
Li vogliamo far incontrare?
Ma certo, con piacere.
Lo sai che mi chiavo una colf dell'est che lavora sul lungomare? Ha un'amica, vuoi che te la presento?
Oh, chiaro... mi piacerebbe farmi fare un chionzo.
Prende cinquanta euro.
Si può fare.
Ok, allora tanti saluti a casa, a tua moglie e ai tuoi bellissimi bambini.
Ricambio tutto e forza Napoli.
Io finisco fuori al bar, con la mia faccia/codice a barra, la mia faccia ancora giovane da previdenza sociale, da ammortizzatore sociale stiracchiato, la mia faccia da precario che non si è saputo riciclare. Limiti caratteriali. Tendenza all'autodistruzione, inclinazione al dissenso. I due uomini hanno codificato le loro radiose famiglie e la voglia di farsi una sborrata extra una tantum. Tutto normale, tutto equilibrato.
Aborro quei programmi sulle case da ristrutturare, da vendere e comprare, li odio meno di quelli sulla cucina, ma stiamo lì.
Tra cuochi che sculettano in mezzo a sformati di cipolla vegana e consulenti immobiliari che ti trasformano un cesso turco in camino lubrificante (così la famiglia torna al suo antico valore, quello di sfornare figli), non saprei cosa scegliere.
Le camere dei bed&breakfast per separati e mezzi disoccupati, di quelle ricordo l'odore. Un misto di lavanda dozzinale, disinfettante economico, mobili Ikea e sperma cristallizzato. Ricordo i venticinque euro al giorno per quelle topaie, dove sbarcavano anche turisti con pantaloncini traslucidi e stivali crucchi, coppie di giovani inglesi che tornavano ubriachi e poi scopavano con un certo disordine.
Ricordo che la proprietaria del b&b distribuiva delle guide -scritte malissimo- sul centro di Napoli e sulle meraviglie nascoste della nostra controversa città. I turisti annuivano entusiasti, con le loro videocamere da battaglia, i loro sorrisi un po' scemi e quella tendenza alla meraviglia che rende ogni essere umano un potenziale coglione.
Io uscivo alle sette e mezza, avevo già fumato tre sigarette a digiuno; incrociavo questi tipi con tre zaini sulle spalle, i bambini biondi ed eccitati, i padri con le facce convinte, responsabili, degne. Quelli come me, i separati, i disoccupati, gli ex alcolisti, nemmeno li sentivo. Invisibili. Con movenze fantasma, gli occhi pesti, scortesi e poco cordiali per estenuazione esistenziale e non certo per maleducazione.

Per strada incontravo i colleghi e le facce note. Banalità del buongiorno, compiacenza a termine, inimicizia sottopelle, quella sì prudente, organizzata, sovrastrutturata.
E sulle facce di molti vedevo gli effetti del guscio protettivo famiglia. Quella patina di preparazione silenziosa alla difficoltà, aiutata dalla concezione stessa di “famiglia”, di “senso della responsabilità”. Roba che mi coglieva impreparato e fuori fuoco. È praticamente impossibile far capire ad un buon pater familias come si sente un uomo vagabondo da più di vent'anni, improvvisatore, striscia di resistenza e con vagiti di ribellione che sono diventati abitudini; naturalmente vale anche il contrario. La mia storia personale, i limiti del mio cervello e della mia anima, mi impediscono di avere reale contezza di un altro stile di vita, un'altra tendenza al vivere, al respirare, al relazionarsi.
Ognuno di noi, si dice, ha un destino: e io in quelle conversazioni loffie, in quelle malversazioni attitudinali, non facevo altro che dirmi “a me tocca allungare la mia giovinezza, a loro il senso del sacrificio”, ben sapendo che il senso di incertezza, per quanto diversa, toccava entrambe le categorie.

Oggi, la maggior parte dei miei amici, di vecchissima data o più recenti, hanno una famiglia, spesso dei figli, e in qualche modo sono inseriti nel sistema. Sistema non in senso dispregiativo, stavolta; semplicemente, sono riconoscibili in un circuito di azioni, impulsi, relazioni, doveri e diritti. Nella maggior parte dei casi sono inseriti o consolidati nel mondo del lavoro. Fino a qualche anno fa, per me era uno sforzo ingaggiare conversazioni e confronti con persone così lontane da me per tipo di esistenza e orizzonti di speranza. Adesso non ci faccio più caso. Non li invidio per quello che hanno. Senza acredine, anzi. Non li invidio perché evidentemente non desideravo le stesse cose. Di sicuro loro non potrebbero mai invidiare il mio precariato esistenziale, anzi è anche probabile che io risulti una specie di caso cronico, un irriducibile, un istintivo costantemente in bilico tra due mondi.
Banalmente, quello della costruzione e quello del rifiuto; ma anche, più sottilmente, anomalia vivente non pericolosa: esemplare di buona famiglia con mentalità borderline. Niente di così affascinante come un tempo, quando questo tipo di personaggi infestavano racconti, romanzi e film. Oggi si portano i tipi attivi, i vulcani di progressismo, gli eclettici, quelli che fanno mille cose e te lo sanno pure dimostrare. Non me n'è mai fregato un cazzo di dimostrare qualcosa a qualcuno. E poi i complimenti stiracchiati sono come il polline, portano solo starnuti.
Della mia nascita nella buona borghesia decaduta economicamente non so proprio cosa farmene. Non mi piacciono le sedute di ricordi organizzate. Le riunioni di vecchi compagni di scuola.
Non ricordo i volti di buona parte delle persone che ho incrociato. Non sono uno che porta le paste la domenica e poi prega, o viceversa. Non prego, non so pregare. Non so intenerirmi per le mie mancanze. Non riesco proprio a provare invidia per quel che non ho raggiunto o saputo raggiungere. Non riesco a sentirmi in difetto per non aver raggiunto uno status qualsiasi da esportare in pubblico, nei discorsi, nelle case, nei letti, nelle amene conversazioni ad intelligenza spenta.
Non so pregare, non so aspettare, non mi interessa perdonare o concedere spazi aggiuntivi a chi non li merita. Non sono tipo da mutui. Non prenoterei mai un viaggio quattro mesi prima, perché la mia mente si rifiuta di andare oltre il mattino seguente.
Sono molto felice, in compenso, di aver individuato presto la presenza di un codice a barre sulla mia persona; ogni tanto qualcuno mi spara con una di quelle pistole ottiche.
Il codice non corrisponde ad alcun prodotto vendibile.
EAN sconosciuto” è la precisa dicitura.
Oggi essere un codice a barre sconosciuto non è indice di rarità, di provenienza non rintracciabile; è un impiccio burocratico e sociale da disbrigare con una parata di sorrisi, un caffè e qualche raccomandazione paterna che non vale niente.
Ma è bello così: non sei conosciuto e quindi puoi conoscere ed esplorare senza che ti regalino una religione, un nuovo cognome, un appartamento dove allevare figli e monotonia, oppure una non fede politica funzionale ad un momento storico in cui abbiamo tutti la possibilità di piangere sul latte scremato che verseremo come imbecilli.

LdP, 1 agosto 2015

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