15/08/15

Autocombustione 5:54 am


I giorni sono peggio delle notti. I giochi della notte sono molto meglio di quelli del giorno. Di notte ci si può rendere invisibili e correre passando per i tetti fin dove c'è bisogno di noi. Di giorno non si può fare così in fretta, di giorno non è così bello giocare”
Stig Dagerman, “I giochi della notte”, 1947

Ieri sera un vecchio si è sentito male, all'uscita del ristorante all'angolo della strada. Aveva mangiato troppo. I suoi parenti urlavano mentre lui era a terra. Hanno chiamato un'ambulanza, qualcuno piangeva, uno di loro urlava in loop “PRENDETE IL TELEFONINO DA TERRA!”.
Io tornavo dalla mia passeggiata notturna, tipica di questi giorni e di questo periodo. Ho guardato la scena da lontano, ma solo per pochi istanti. Decisamente, non c'era bisogno che andassi lì a curiosare. Ma, naturalmente, erano in molti quelli che erano addirittura scesi da casa pur di vivere una situazione inedita. Qualcuno avrà girato un breve video e magari lo inserirà appena possibile da qualche parte.
La scena risultava più surreale per la presenza di una ragazza in minigonna che sembrava al contempo disperata: il suo uomo non si vedeva all'orizzonte, in auto ovviamente.
“Ma dove sei? Io sono vicino al ristorante, c'è uno a terra, non vorrei restare qui, sono pure vestita in questo modo...”
Ho finito la sigaretta all'ingresso del mio parco. Avevo un caldo fottuto e mi sentivo molto insofferente. È scesa una donna dalla scala di fronte alla mia per buttare la spazzatura. Mi ha salutato ostilmente, con un grugnito orrendo, io ho risposto con un cenno stanco, senza togliermi la sigaretta dalla bocca. Il buon vicinato, che favola per sdentati. Non considero i vicini come cosa duratura. Tra qualche anno in questa casa, in questo palazzo e in questo parco, di me non sarà rimasto neanche l'odore. Tinteggeranno la mia stanza, sostituiranno le tapparelle, i termosifoni, cambieranno l'impianto idraulico ed elettrico, sceglieranno piastrelle dal colore più tenue e adatto ad una famiglia appena formata. I miei anni qui, quelli felici e questi più controversi, saranno solo affare della mia memoria, seppure. Chi pensa che le case custodiscano l'anima di chi ci ha abitato commette un errore di spazio e tempo. Un'anima, anche la più idiota, non si fa chiudere in un appartamento. Non appare negli specchi di notte e non bacia sulla guancia i bambini o le belle donne, non si nasconde dietro il forno e non sparge preghiere sotto i cuscini e sui materassi.
Chiaro che poi uno voglia crederci. Ma è una questione di buona volontà che richiede una pazienza notevole e non troppo spirito critico. Non è alla mia portata.

Telefono ad un amico, per dargli la notizia che tra due giorni Rai Movie trasmetterà “La prima notte di quiete” di Zurlini.
“Conto di vederlo”, mi risponde Cristiano, “ma toglimi una curiosità: tu quante volte l'hai visto?”
Sogghigno: “Credo una trentina di volte. Ma non mi esimerò, lunedì sera”
“Hai una vera ossessione per quella pellicola. Capisco che ti piaccia... ma perché questa devozione così sfrenata?”
“Perché la prima volta che ho visto il film sono riuscito a prevedere ogni fotogramma o quasi, soprattutto circa i comportamenti di Daniele. Un'identificazione completa con il personaggio, con lo spirito e la filosofia; e anche con il cappotto di cammello”
E poi sì, perché la prima notte di quiete significa dormire finalmente senza sogni.

Chi si sveglia all'alba ha giornate più lunghe. Molto più lunghe. Io non ho mai dormito molto. Neanche quando ero piccolo. Mi sveglio molto presto ed entro subito in attività. Alle otto del mattino sono già nel pieno della giornata. E, soprattutto, mi sono viziato a sufficienza con il silenzio. Cosa che mi rende poco tollerabile i rumori che il giorno inizia poi a regalare con il passare delle ore. Sono abituato al silenzio. Alla luce incerta del mattino, quando ancora non si riesce a capire se sarà una giornata di sole o di nuvole. Ho fame alle dieci del mattino e non dopo mezzogiorno. Non ascolto musica pesante al mattino e non guardo trasmissioni di intrattenimento o telefilm. Mi basta un telegiornale.
Tanti anni fa, scoccate le sei e mezza, andavo a comprare il giornale a mio padre e portavo i cornetti. Tutto quello che ho scritto e pubblicato è roba dell'alba, o al massimo della notte fonda. Dopo le due del pomeriggio vado a scartamento ridotto. Le ore che vanno dal post pranzo al tramonto sono le più stupide ed inutilizzabili in assoluto. Il segmento più affascinante di un giorno qualsiasi va da poco dopo le ventitré ad un istante appena successivo all'alba. Le ore più belle, più intense, più incontaminate e pulite, dopodiché si torna nell'ordinarietà, nella pazienza, si torna ad essere stritolati dall'organizzazione razionale delle cose e di sé stessi. Non si lampeggia più, non si emettono scintille, ed è più difficile -se non impossibile- lasciare che vinca l'anarchia, la romantica violenza del caso; l'incoerenza smette di sedurre e facilmente uccide.

La famiglia francese che è da poco venuta a vivere qui è piuttosto sobria. Coppia con figlio piccolo. La donna indossa sempre dei pantaloncini militari e tutte le mattine veste il figlio alla finestra. Lo fa invariabilmente tra le otto e le otto e venti. A quell'ora sono al terzo caffè e spesso guardo il mare in lontananza, per cui la scena compare nel mio quadro visivo, un'abitudine esterna, un inquinamento non fastidioso dello sguardo fisso sull'orizzonte.
Capisco circa il settanta per cento di quel che la donna raccomanda al figlio. Il marito si occupa delle piante e della raccolta differenziata sul balcone. Sembrano in armonia. Quando mi accendo la sigaretta dopo il caffè, la donna sente lo scatto dell'accendino e guarda dalla mia parte. In quel preciso istante so che quella donna sta guardando un innocuo uomo lupo. Uno che di notte ha cacciato, anche dentro di se, e che ora è stanco. Uno che, se potesse, se ne andrebbe a dormire con tutto il sole fuori.

Le mail dei clienti, le richieste di dischi, le wantlist dei maniaci, tutto in fogli che tremano al vento, sulla mia scrivania, in quest'estate di autocombustione e temporali tanto violenti quanto fatui. I romanzi che non ho mai terminato, perché mi stanco così presto. Le bozze per racconti disconosciuti già nell'elaborazione ordinaria. Su quei fogli c'è sempre un po' di cenere e qualche volta, lo ammetto, l'orlatura marrone della tazzina di caffè. Il gatto viene ai miei piedi e chiede cibo in continuazione. Adoro alla follia il mio gatto, trovo che i gatti siano un continuo stupore, siano armonia e indipendenza, ma sarei felice se potessi avere accanto a me un lupo cecoslovacco. Sono veramente innamorato della bellezza di quegli animali. Credo che resterei per ore a guardare il mare, carezzandolo con la giusta devozione, la stessa che non riesco a provare per tanto altro.
Provo a leggere le mail dei clienti privati, quelli che rompono i coglioni per dischi difficili da trovare e vogliono anche pagarli una miseria. Mi sono stancato di questa roba. Che se li cercassero da soli. Non ho più voglia di svendere la mia abilità e svilirmi in trattative mortificanti, da pezzenti. Per l'emozione della musica non si dovrebbe finire al mercato del pesce, con quei guizzi astuti da hobbisti disperati. Cercatele da solo le stampe coreane. I dischi solisti dei carneadi dimenticati negli anni settanta. Cerca da solo l'edizione cartonata, il bonus limitato, la copia autografata. Io preferisco guardare il mare e non ricordarmi mai che ho fatto parte di un branco.

Oggi pioverà. Me lo dicono le giunture, i denti, la schiena. Come i vecchi. Tutte le volte che sta per piovere la cicatrice sembra sbocciare e richiamare la mia attenzione.
Chiudere il varco alle cicatrici è un atto folle, da irresponsabili: sono loro che ci ricordano la possibilità eterna del cambiamento e il rimescolamento delle carte. Qualche volta le cose vanno in modo imprevisto, e ti accorgi che per qualche ora la tua bocca si è ammutinata, guadagnandosi la stima e le mansioni delle altre cicatrici.
Non devi fare niente, quando succede.
Sorridi, carezza il lupo, accertati che il mare sia nella direzione giusta e soprattutto stai zitto.

LdP, 15 agosto 2015




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