14/07/15

Zero in società, zero ai matrimoni


Gli operai attaccano a lavorare sulla terrazza sopra il mio appartamento alle cinque e cinquantacinque minuti del mattino. Mi sveglio con loro. Impiego una quarantina di minuti per ricordare sommariamente chi sono e cosa vado cercando.
Prendo un caffè mezzo tostato, poi vado a fumare sul balcone. Mi accorgo che ci sono troppe costruzioni che si frappongono tra il mio sguardo e l'orizzonte. Probabilmente anche troppe persone. Se avessi potuto scegliere, non sarei qui. Raramente mi è capitato di abitare in un posto e compiacermi, “qui voglio stare e qui starò”. Dopo un po' mi stufo di qualsiasi appartamento, strada, vicolo, mi secca l'idea di entrare in una qualsivoglia comunità, regolata dalle solite leggi-non leggi tipo “fai quello che vuoi, così lo posso fare anche io”, ma anche “ti sorrido ma mi stai sul cazzo, è così che funziona, è saper vivere”.
Questi sono regolamenti che non ho mai appreso. Non mi interessano. Non li decodifico, li rifiuto. Rifiuto la gentilezza affettata ed ipocrita. Rifiuto la furbizia come upgrade anagrafico. Rifiuto l'utopia delle “famiglie spontanee”, delle feste di benevenuto, dei passaggi da guest star nelle vite della gente.

Quasi ogni mattina incontro quel tizio che mi guarda e non saluta. Non lo saluto nemmeno io. Ma chi ti conosce? Non sono un sostenitore della gentilezza monodirezionale.
Le persone, prim'ancora di conoscerti per davvero, ti subissano di domande. Il più delle volte stratificate, confuse, inutili, mezze acide, sospettose, virali. Le curiosità sono degli orinatoi a cielo aperto. Ci passano tutti. Tutti si abbassano i pantaloni e lasciano il loro odore poco interessante. Sono domande rivolte al compagno di pisciata. Non c'è altro, men che meno quell'ecumenismo hippy che trovo semplicemente disgustoso.
“Dove hai studiato?”, “Che fai il sabato?”, “Sei sposato?”, “Che musica ti piace?”, “Ah, davvero hai pubblicato? Quando e con chi?”
Quando mi rivolgono questo tipo di domande, mi sento così lontano che non mi basterebbe scrivere per cento notti per arrivare a descriverlo efficacemente, il senso di assenza. Rispondo volentieri solo quando fuori diluvia, quando tutti corrono. Le domande sono più brevi e non devi costringerti a finire nello sguardo gelatinoso dell'annoiato di turno. Qui al sud la gente ha ancora tanta paura della pioggia. Non vogliono bagnarsi; pensano solo agli ombrelli.
Sono loro stessi ombrelli, l'uno dell'altro, tutti a fare bordone e cordata per evitare le tempeste. Fanno tante domande e poi non sanno gestirsi una piccola, fottuta pioggia. Io sono molto peggio di loro, perché non so gestire i raggi di sole. E non so fare domande con quella stessa aria innocente della quale sono maestri; quando pongo una domanda qualsiasi, mi sono già eclissato dalla traiettoria opportuna.

Anni fa, partecipai al matrimonio di un tizio che mi faceva sempre pensare ad un topo poco dotato sessualmente. Accettai controvoglia, perché sono capace di essere un completo imbecille e snaturarmi. Ma io detesto i matrimoni. Tutto il rituale e il corollario. È roba che mi fa piuttosto schifo. Ci ho provato a farmeli andare a genio, ma è stato un fallimento clamoroso.
Di quel matrimonio e del relativo party nel ristorante sul mare ricordo solo dettagli: le scarpe turchese di una vecchia, le mise corte di certi mascheroni femminili tutte in tiro, i giovani virgulti in giacca e cravatta rosa ma senza calzini e con i polsi spesso tatuati, il pianobarista con il pizzetto e il bassista che fingeva di suonare ma non era amplificato. Qualcuno finì per andare al cesso a strippare un po' di coca, altri si diedero velocemente all'avvinazzamento selvaggio. Si verificavano giochi di seduzione banali come cocomeri da snocciolare, che possiamo sintetizzare con la semplice equazione noia=sesso.
Non sapevo bene come cazzo era possibile che fossi finito lì. Mangio poco e niente ai matrimoni. Non socializzo con maschere di cerone. I fotografi mi stanno sulle palle, quasi quanto tutta la retorica d'accompagnamento. Il chiasso dei bambini non mi fa tenerezza, perché non sono i miei e non sono portato a fare lo zio improvvisato.
Mi chiesi, come da prassi, cosa fare per esorcizzare quel mare di tedio e quel giusto senso di totale estraneità alla cosa. Mi chiesi se fosse il caso di avvicinare la ragazza che mi aveva guardato un paio di volte. Tutte le donne che ho avvicinato e corteggiato per noia, però, si sono rivelate avventure malate dal principio, sciocchi palliativi nati sotto stelle vomitate dai cherubini stilizzati disseminati qua e là, un'ignominia assoluta. Quasi tutte le donne che ho inseguito erano rimedi passeggeri alla folle tendenza a fuggire in continuazione, a seminarmi, a disperdermi e persino a deludermi.
Loro facevano altrettanto per questioni evidentemente differenti; ci si usava, ci si annusava, ci si mandava affanculo con il bonus ipocrita della “grande delusione”. Una pratica consueta, nella razza umana. Fingere che le aspettative fossero enormi, trascendenti, spontanee ed avvolgenti. Una farsa più vecchia dei film peplum.
In quel frangente mi risolsi poi per un contegnoso silenzio con abuso di sigarette. Tornai a casa mezzo digiuno, incazzato, annoiato a morte, per giunta immortalato con espressioni da posseduto in quelle maledette foto. Vado ai matrimoni solo quando realmente indispensabile, e cioè se voglio bene a qualcuno al punto da prestarmi a questo supplizio. Gli uomini in mocassini lucidati senza calzini sono miei nemici. Come i brillantoni impomatati che fanno i simpatici e si credono irresistibili, con quelle battute da alcova automobilistica. Si comportano sempre come se stessero per farsi la scopata allegra sul ciglio della strada in una notte d'estate. Prima di lasciarsi andare al giochino della simpatia radiocomandata, ci tengono a qualificarsi: avvocato, consigliere, medico, giornalista, intellettuale, tecnico, store manager. Parto sempre dal presupposto che si tratta di teste di cazzo; ma non aspetto altro che essere felicemente smentito. Purtroppo accade di rado.
Io? Io, dite? Io non mi qualifico mai. Non ho niente da qualificare. Non posso dire scrittore, non direi mai ex commesso, non mi viene in testa blogger, così come consulente, ghost writer, correttore di bozze, “amico di” e roba simile. E poi non voto. E poi non ho la carta d'identità aggiornata ed una residenza fissa. Mi sento italiano come mi potrei sentire un giocatore di hockey su prato. Non sono patriottico. Non mi sento in ritardo sulle comodità che dovrebbero sopraggiungere alla mia età, ma so che nel pensiero altrui rischio di essere incastonato, sezionato e inscatolato tra gli irregolari, i casi difficili o irrisolti, tra gli emarginati di spessore, quella categoria che è un misto tra arrogante partecipazione emotiva, categorie mentali sottovuoto e monte di pietà dell'ignoranza.
Non tutti vogliono le foto del matrimonio da appendere nella stanza, non tutti si dividono tra la pochezza della sinistra da bidet, quella europeista e razionale, e il forconismo esasperato delle nuove leve. Non tutti si tatuano il nome della fidanzata sotto le palle o sull'omero o tra le scapole, non tutti usano la religione come amuleto, non tutti flirtano con la noia altrui per ottenere attestati di stima effimera e passatempi edonisti.
Una preghiera al tramonto non ha mai salvato nessuno.
Come del resto una bella session di sesso con saliva brillante, gesti magnetici e copiosa eiaculazione in confezione deluxe.
Non vado ai matrimoni, perché in quel contesto è chiaro che io sono uno zero qualsiasi per la società civile, un errore di percorso senza conseguenze, un bengala spento presto; ed è allo stesso tempo lampante che per me la bella società, la famiglia spontanea nei discorsi dei predicatori e dei politici, dei santoni monorchidi e dei pietosi dispensatori di cordialità, è solo un ostacolo alla libertà, alle pulsioni più reali, allo sfogo di quell'ingestibile marea interiore che mi impedisce di aggiornare quella ridicola carta d'identità.

LdP, 14 luglio 2015

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