10/07/15

Specchio fondo, minimal techno, perdizione


Mi appoggio alla balaustra, sul lungomare.

C'è una sagra. Ci sono molti bambini. La mia storia, i miei movimenti, me li sento tra il fianco destro, la schiena e la lingua. Come un profumo inebriante e stucchevole, come un volo di paure finito in specchi d'acqua come questo.

Sento l'odore della mia pelle, il caldo della mia carne stanca, sono con un amico e le ore passano. Volevo che la mia vita fosse un viaggio nella notte. Una notte lunghissima. In parte ci sono riuscito. Non mi piace la luce del giorno. Sono vampiresco. Sono io stesso un pezzo della notte. Ho male al fianco e nella schiena, come se un ascensore di frantumi mi viaggiasse dentro.

È quasi una sensazione piacevole: è il senso della continuazione. È il corpo a corpo con i fantasmi. Come mi piace, come voglio, come prendo fuoco.

Mi piace prendere fuoco e disperdermi. Per anni non ho chiesto di essere amato, ma solo di essere riconosciuto come desideravo, una scia nella notte. Solo quello. Un uomo vestito dai festoni dalla notte. Poche parole. Scrittura. Nessuna formula vincente. Rischio. Solitudine. Amore delle ombre, dei profumi, delle mensole vuote, dell'essenziale, dello sguardo che sostituisce la promessa, del cielo interiore che soppianta tutto l'edificio barocco e penoso dei buoni propositi.

La mia testa è gonfia di musica elettronica ripetitiva e fluttuante, minimal techno come respirazione, padiglioni di sangue come fuochi d'artificio. Percentuali di silenzio e di osservazione. Così mi piace. Non il rumore. Non l'astrazione guidata. Mai.



Se chiudo gli occhi, percepisco tutti i profumi. Quasi tutti.

Il mare, il vento, la brace, lo zucchero filato, Chance, Narciso Rodriguez, sudore, cannabis, fumo, deodoranti maschili poco durevoli, intimo femminile, cartone bagnato.

Di che storie vuoi scrivere?”, mi chiedeva quella donna tanti anni fa. Ed io le rispondevo: “Non lo so, è quello che voglio scoprire”.

Non ho mai una storia preconfezionata in testa. Le trame pianificate mi deprimono. Non ci trovo il lampo. È l'improvvisazione che mi accende. L'ignoto mi eccita. I compitini no. Di notte ho bisogno della musica elettronica. Ho bisogno di quell'ipnosi, un metronomo liquido che trancia i fili dentro ad ogni battito, una sospensione di giudizio, di attesa, essere brutali con se stessi fino a scegliere di non anticipare mai il momento seguente.

Non darsi tregua. Non rassicurarsi. Fluttuare, essere arma da taglio e ferita nello stesso preciso istante, chiudere gli occhi e vedere lo stesso la distesa della notte. Ogni tanto il gioco riesce. Si può anche fallire, ma serve.



Su una panchina del molo, una coppia fa lingua in bocca. Lei ad ogni bacio allarga un po' le gambe. Osservo senza soffermarmi, prendo nota, vado avanti.

Tornerò a casa e mi metterò a scrivere. Sapendo che quello da pescare dentro non lo conosco, non lo domino, non ne sono padrone, è acqua e fango, è rock ed elettronica, è il lago fermo dei sogni da rimandare, è il richiamo passato al setaccio della ragione, è l'irrazionalità che si ferma alla frontiera e viene fucilata da un soldato giocattolo.

Chi pensa di poter gestire la fiamma della scrittura, chi pensa che dare nomi ai personaggi e pubblicabilità immediata ad un'idea di espressione è un guitto, un calcolatore. E non è nella mia traiettoria. Conosco a perfezione quel male quasi fisico che prelude al gesto di mettersi a scrivere. E quando inizio, quando vedo le mie mani sulla tastiera, non valgo nulla come uomo, amante, figlio, amico e fratello: sono solo un piccolo led illuminato da un insieme di piccoli fuochi notturni. Il senso lo si cercherà dopo.



La scrittura è l'unica reale perdizione alla quale non rinuncerei mai. Quella sensazione di fiamme e dolore non è un artificio letterario, non una tardiva posa di autocelebrazione in solitaria: è il colpo di fortuna migliore. In genere dura poco. Meno di un rapporto sessuale di media fattura. E non finisce con un orgasmo e con macchie bianche tra le cosce. È diverso. Molto diverso. È una distesa sconosciuta ed inconoscibile di roba che pulsa, di cocci che trovano sovrani e missioni, di emozioni abbandonate senza bagaglio a pochi passi dal sole. È la pochezza stessa di chi scrive e sa di amare quella sensazione, essere l'oggetto sessuale e vivo di una perdizione che ti chiede forme di contraddittoria devozione.

È poco, è troppo, è la mia storia.



Arrivo a casa che sono quasi le due di notte. Sono stanchissimo ed il dolore è aumentato. Mi sembra di avere un corpo estraneo aggrappato al fianco destro. Forse sarà la scrittura. Penso di averlo capito. Troppa roba mi cuoce dentro, in un vulcano senza sole che continua a sognare litri e litri d'acqua notturna: il mio corpo, me stesso, forse una parte della mia anima.

Sono io ad essere dominato. Sono uno schiavo. Sono un piccolo strumento di piacere e di tortura per una donna troppo lontana. E così accendo la lampada sulla mia scrivania. Accendo il ventilatore. Accendo una sigaretta che sa di salsedine e mal di testa. Il foglio è bianco contro il mio sguardo. Inizia il brano di David Alvarado che mi accompagnerà senza bonomia, scomponendomi come un vecchio pupazzo: “Dreamer”.

È tutto quello di cui ho bisogno. Mette ordine nelle finte tempeste, prepara per quella, definitiva e senza bordi, che è il principale motivo di sogno per un uomo che continua e continua a non qualificarsi al censimento del cielo.



LdP, 10 luglio 2015





NIGHT TRACKLIST:

David Alvarado – Blue

David Alvarado – Dreamer

Jan Jelinek – Tendency

Vibe Delight – Keep It Coming

Kendrick Lamar – Sherane

Joseph Malik – Mistress Moonlight

René Audiard – Landscape

René Breitbarth – Fall Out

Richard Earnshaw – Every Increasing Circles

Sello – Plombir (Brendon Moeller Remix)

Spiritchaser – These Tears (Club Mix)

Swayzak – Slave To Hard Drive









Nessun commento:

Posta un commento