27/07/15

Selfie-destruction


In un appartamento non riuscivo a lavarmi bene la faccia, perché il lavandino era tarato per nani. Sbattevo continuamente la testa sotto il rubinetto.
In un'altra casa, tutto era miniaturizzato e non funzionava a dovere. Fornello mini, letto troppo corto, condizionatore che sputava fuori polvere nera e insetti morti; provavi a farti una doccia e il bagno si allagava immediatamente.
In un'altra esperienza ancora, il mio coinquilino -una brava persona educata e gentile- cucinava continuamente ed io mi rintanavo in camera a scrivere, fumando senza soluzione di continuità e tentando malamente di astrarmi. I suoi amici non erano i miei. Quando venivano, non ci si scambiava mezza parola.
I miei, invece, con lui discorrevano, se non altro degli odori culinari trovati in casa o delle bizze del tempo. Ma è risaputo che sono io il taciturno. Quello che non va a caccia di argomenti per assottigliare ed alleggerire le distanze.
Mi hanno detto che nelle case in cui ho vissuto c'erano tante cose belle e migliorabili, più che belle “carine”. Ma io delle cose carine non ho mai saputo cosa farmene. Mi hanno detto che se le avessi gestite meglio, quelle stamberghe, quei buchi, sarebbero stati più confortevoli. Può darsi. Ma non per me. Erano casette di un Big Jim finito in cassa integrazione, catapecchie buone solo per professionisti adulteri in cerca di scopate; perché almeno i bidet funzionavano. E va aggiunto che in una delle topaie si poteva scopare in una sola posizione, perché il letto era su un piano rialzato ed il soffitto era bassissimo. Ti grattavi il naso da supino e andavi a sbattere. Un professionista in vena di distrazioni doggystyle avrebbe dovuto scartarla a prescindere.
Ho pagato quelle case con parte dello stipendio che percepivo; una larga parte. 800 euro, 900, 750, 550, infine 300, ma l'ultima era davvero terribile. Puzzava di muffa e poco importa che il panorama fosse mozzafiato (lo dicevano, ma non me ne accorgevo più di tanto); il fiato me lo mozzava quell'odore schifoso.

Un paio di donne, in quegli anni ormai cosparsi di polvere e di noia, si spaventarono e fecero saltare delle serate che si annunciavano galanti.
Addirittura dei dietrofront a cose già praticamente definite; una scusa, un pretesto, e volavano via prima che io potessi garantire sulle lenzuola nuove.
Non potevo dar loro torto. E poi, io non mi mettevo il grembiulino per cucinare una qualsiasi pasta al pomodoro e arrostire una colardella. Nessuna buona apparenza. Nessuna lampada di sale all'ingresso. Fumavo in casa, manco sul balcone come gli uomini per bene. Niente cibo alternativo. Niente pesce, cozze, calamari, telline, vongole, chele di granchio. Niente disco di Keith Jarrett e luci soffuse. Detesto questa roba laccata, queste atmosfere da defaillance genitale. Non ne posso più di uomini che usano Bill Evans e Miles Davis per accelerare le pratiche di cazzo. Per certe cose, soprattutto se non si è degli esteti con le mutandine smacchiate, è meglio il raw funk ed un basso slappato. Infinitamente meglio Serge Gainsbourg.

Ricordo quelle case solo perché sono dotato di memoria. Non c'è nessun altro motivo valido. Per me una casa in fitto vale un'altra, cioè nulla.
Non mi affeziono. Non mi appassiono. Rendere presentabili le tane di un déraciné è un gesto molto borghese, ma più che altro patetico e sostanzialmente scomposto. Parlare pulito, pensare pulito, levigarsi, censurarsi, comportarsi da accessorio e non da persona; tutte pratiche che mi hanno sempre disturbato.
C'è una forma di disperazione nell'ordine che mi fa orrore. Un sintetizzarsi, un declinarsi per un pubblico immaginario, che siano amici, donne, parenti, conoscenti o colleghi. Molti hanno una paura fottuta di mostrare i propri difetti, le inevitabili miserie dell'anima, il sesso mal riuscito, le ossessioni, le tare, la nostra indiscutibile e controversa vocazione all'estinzione. E quindi, sulla base di questa certezza, non intendo perdere tempo e farlo perdere agli altri con stucchevoli accorgimenti di savoir faire e di apparenze.
Il quadro è storto al muro, e così rimarrà. Un occhio è nel sole, l'altro nella notte: le cose non cambieranno. Metà della mia anima cerca di costruire, di rinsaldare, di ottemperare ai bisogni, ho una metà davvero buona, come quei biscotti bigusto della pubblicità. L'altra metà, se proprio la vogliamo mettere a fette di torta (ma il grembiule equivoco non lo indosso), è nerofumo sottovento, scritto tutto attaccato. Calze autoreggenti color sparizione, talmente smagliate e poco funzionali al piacere da non poterci fantasticare e venire sopra.

Incontro casualmente un amico che mi racconta di quanto riesce ad interessarsi agli altri, di quanto, parole sue, è “armonizzato” al contesto.
Lo fa con un tono di malcelata riprovazione, perché sommessamente -nemmeno tanto- vuole far risaltare il mio individualismo arrogante, quella cinica abulia che viene detestata dai più volenterosi.
Vuole dimostrarmi a tutti gli effetti di essere inserito nel tessuto della società, nel cuore degli altri, assunto che sembra il titolo di una canzone romantica per sbavoni.
Per lui il mondo è in bianco e nero: ci sono i buoni e i cattivi. Lui è buono. Lui è efficiente nel modo di andare incontro alla vita e alle persone. Sembrano frasi da dire sottovoce dopo un massaggio orientale, di quelli puliti però, non quelli dove ti fai pure succhiare il cazzo.
L'amico ha tentato di aggiustarmi con pinze e tenaglie; con slogan e prove di forza logiche, atte a dimostrare che da soli non valiamo nulla, che un uomo solo è condannato allo scacco. La scoperta dell'acqua calda, quella buona appunto per il bidet.
Sono comunque d'accordo con le idee accomodanti dell'amico, con la sua sincera partecipazione ai flussi di umanità che non chiedono altro che incontrarsi, consumarsi, amarsi.
Io credo che le fasi di disumanità, se pure vogliamo definirle in modo così squadrato, servano. Mi piace tuffarmici dentro e fottermene di quel che pensano fuori. Mi serve aggredirmi, tendermi agguati. Tutti dovrebbero fare un bagno di umiltà e accettare che si può andare in crisi, che una concezione dura e piuttosto buia della vita non è necessariamente una sconfitta. L'assioma luce=positività/buio=negatività non convincerebbe nemmeno un ragazzino delle medie, se è sveglio e non attaccato al perizoma della madre.
Il buio chiede la grazia della luce ogni tanto, è l'orgasmo mensile che mettono a disposizione degli uomini che nel bello e nella tregua trovano più motivi per intensificare il ricambio delle sabbie mobili che scrivere stronzate.

Oggi sei uno scrittore, domani sei uno stronzo, poi un impiegato, un amante, di nuovo uno scrittore, un figlio avvolto in tende nere, una farfalla della notte, e poi ancora uno scrittore. Le giacche sono sempre quelle. Ci sono foglioline di tabacco in ogni tasca e il profumo delle case abbandonate, una dopo l'altra, in albe che ricordano le grandi scene implose di Jean-Pierre Melville.
Flauto traverso, pianoforte, intossicazione da fumo, abat-jour mezzi rotti in camere piene di ricordi, il corpo che invecchia e la rabbia che sostituisce la droga, recessi della mente popolati da ladri stilizzati e galantuomini, puttane a molla, la fuga dai concorsi per essere salvati, il bacio che ti arriva tardi, quando hai già infranto lo specchio con tutta l'aggressività di chi pretende di lavare il proprio destino ogni giorno, mantenendo in piedi una forma di dignità.
Ieri eri uno scrittore e ti dovevi interrogare su che maglia a collo alto sfoggiare, che parole scegliere, quali adulazioni filtrare. Poi sei stato nudo come un verme per anni, in direzione opposta alle corsie preferenziali, ti sei snobbato, ti sei sodomizzato ogni sera prima di dormire, sei stato eccentrico in quelle forme di freddezza che sembravano uno sbracato richiamo all'arte e ad un esistenzialismo urbano di ultima generazione, in pratica zavorra per monchi.
Ti sei scopato tutta la noia e il disgusto, tutti i liofilizzati ingeriti a forza, ti sei scopato la tua essenza da fraintendere, ti sei venuto in bocca, hai scelto di trattarti da zoccola a luci spente, senza reclamizzarti. Come invece fanno quasi tutti.
Io ho scritto”; “io sono specializzato”; “io ho approfondito...”; “modestamente, sono stato l'unico a...”

Per un anno mi sono fatto patetici selfie dietro al computer, quando scrivevo di notte. La prima cosa che pensavo quando li guardavo era: “Che faccia di cazzo, Cristo. Ma almeno io lo so. Dovrei portare questa faccia di cazzo in una libreria, fare saliva, arraparmi per le suggestioni che potrei creare nell'anima di qualcuno, ma è necrofilia, necrofilia di merda”
Poi ho smesso di generare quelle istantanee. Nelle giornate migliori somiglio a John Cusack, e mi fa piacere. In foto sono quasi sempre un cantero spetenato, le espressioni sono poco spontanee, mi sembra sempre di essere stato intercettato mentre sto rubando o violando qualcosa. Sensi di colpa ancestrali. Mi aiuta trovare che spesso ho una gran faccia di cazzo. Apprezzo di più quando mi sento bello. Può capitare. Tutti i non belli godono di giornate di estrema e futile bellezza.

L'estate è ancora lunga. C'è una coppia che balla in una casa vicina. Tra dieci minuti si riempiranno tutti i buchi e zone estese della coscienza. Si comunicheranno l'utile e il giusto: “Hai goduto?” “Oh sì, amore mio, mia stella, grazie”
Dio non se ne chiava un cazzo se ci fottiamo o ci ammazziamo. Per questo è opportuno continuare a vivere. Per questo è affascinante osservare la nostra energia, commutata in speranze ed istinto, planare verso specchi d'acqua così scuri che ogni variazione può diventare magnifico lampo, breve ventaglio di luce, passione che almeno si è dichiarata.

LdP, 27 luglio 2015

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