15/07/15

Lo scrittore permaloso e la "perception du produisis"


Il mio capo francese mi diceva, utilizzando un linguaggio assai originale, che non avevo la “perception du produisis”. Dopo tanti anni, mi capita ancora di chiedermi cosa volesse dire.
Il suo sottoposto, che a sua volta era un mio superiore, mi diceva invece che non “vivevo il reparto”. Forse pensava che con questa frase mi avrebbe tolto il sonno.
In seguito, sono cambiati i personaggi e anche la fantasia degli ammonimenti, ma non certo la sostanza: “sei in gamba, ma non hai grinta”; “quando non c'è Tinozzo le vendite non vanno bene, ti impegni poco”, eccetera.
Successivamente, mi sono sentito dire che la mia scrittura non andava bene. C'è chi mi ha segnalato come superficiale, chi come ripetitivo, chi come pomposo, c'è stato un tizio piuttosto nervoso che mi accusò di essere un sessista schifoso, un omofobo del cazzo tutto preso dalla pessima idea di imitare Palahniuk.
Io sono molto rozzo, non ho mai letto un libro di Palahniuk. E non mi sdraierò sui ceci per questo. Non sono un lettore professionista.
Poi un tizio abbronzato mi disse che usavo troppe interiezioni ed immagini fumettistiche. Un collega scrittore mi fulminò mentre stavo lavorando, dicendomi che uno senza agente non vale niente e non otterrà una ceppa. Mi hanno segnalato che dopo otto anni che non pubblichi solista non sei più uno scrittore.
Il mio libro del 2004 è diventato un cimelio esotico, una soddisfazione da esibire con cautela, senza tirarmela; perché gli scrittori seri e veri sono altri. Questo lo so perché me lo hanno detto. Mi hanno anche segnalato più volte che la scrittura su blog è da sfigati, che lo fanno tutti, e che poi io continuo a parlare dei fatti miei.
In rapida successione, sono stato poi informato che non sono molto conosciuto. Ah, sai che non lo sapevo? E pensare che ero certo di avere la stessa notorietà degli scrittori da supplemento di giornale, quelli intervistati anche se a Renzi viene un attacco di diarrea.
Ripetitivo nei contenuti, provocatorio, infantile, machista, anarcofascista, alla frutta, osceno: ne ho sentite varie. Non mi sono mai particolarmente incazzato. Mica devo piacere per forza. Mica penso di essere Ennio Flaiano. Magari.
Quelle che non mi piacciono sono le lezioni di vita, i toni superbi, la fatiscenza logica di personalità che brillano solo quando le cose girano, perché poi si tratta quasi sempre di cacasotto. Che alla prima difficoltà lacrimano e non riescono neanche a scopare bene (ecco che torna il difetto dell'oscenità, persevero, sono recidivo).
Nessuna persona che se la passasse davvero in modo simile al mio mi ha mai elargito un consiglio fastidioso, intollerabile o saccente.
Le critiche venivano sempre da un presunto “alto”. Da situazioni migliori. Da gente che la fase tosta l'aveva superata in qualche modo o evitata del tutto, grazie ai teli e ai materassi affettivi ed economici del vicinato relazionale.

La vita relazionale ha sempre degli scossoni violenti dopo eventi destabilizzanti: lutti, matrimoni, divorzi, licenziamenti, indigenza economica. In fondo è giusto così. È una selezione naturale implacabile, che non ci si può permettere di prendere sotto gamba.
Sono passato attraverso vari elementi destabilizzanti, soprattutto negli ultimi anni. Sono ancora qui. Non ho seguito nessuno di quegli altezzosi ed arroganti consigli. Respiro ancora. Fumo ancora. Posso permettermi di percepire l'odore del mare e della libertà e dunque vaffanculo.
Molti non si rendono conto di quanto si diventa comici quando si dispensano consigli non richiesti, visuali di vita opinabili, strategie soggettive che ad un altro non dicono proprio un cazzo. Diventando consigliori irrichiesti, lenoni della giusta azione, ci si espone: si mettono in mostra tutte le parti più vulnerabili ed impaurite del carattere.
Il consiglio “cerca di essere più moderato e furbo” è sugo di coniglio, è sborratina del sabato pomeriggio alle 15e30, ansando a carriola dietro il culo della saggezza. Non ha nessun senso per me.
Il consiglio “coltiva più contatti e togliti di dosso quella patina invecchiata di ribelle” mi trova freddo. Mica mi sveglio prima la mattina per studiare mosse da ribelle. E le persone non sono barbabietole. E nemmeno, o almeno non sempre, sterco per concimare alberi da far fiorire.
Mostrati umile, non fare ombra agli altri”. Ombra? Io sono l'ombra, e un'ombra non genera coni di oscurità, è al muro con la sigaretta in bocca. E forse se ne fotte del confino. E forse sogna più di chi i sogni continua a pagarseli, a rate o in un'unica soluzione.

Non ho mai capito cosa volessero quelli, con la storia del produisis, del vivere il reparto, della grinta o delle interiezioni. O della forma dannunziana sperperata nei lazzi osceni.
Tutte parole.
Allergia di stagione.
Qualche mese fa sono andato ad acquistare uno stock di cd usati da un tipo. Quando mi ha chiesto cosa facessi, mi è venuto di rispondere “scrivo”, anche perché cassintegrato non mi piaceva, poco poetico.
La risposta del tipino snob è stata molto antipatica: “Ce ne sono tanti...”. Una risposta piuttosto irridente, quasi infastidita, con il beccuccio a mascherone.
Ma, in generale e in assoluto, c'è una certa antipatia di fondo, in una competizione esasperata anche con chi non si è iscritto al torneo. Il piccolo scrittore cerca di incularti, anche se non pubblichi tu stesso da tempo. L'esperto di musica vuole sopravanzarti e cerca di metterti in difficoltà, per risaltare. Cercano di offenderti facendo passare le tue capacità professionali per divertenti hobby, mentre loro, i tromboni sfiatati, lo fanno per professione, ci mancherebbe.
E ancora, musicisti che si rifiutano di ascoltare gli altri, che buttano merda su quello che fa un genere contrapposto al loro.
Non siamo più nemmeno buoni ad invidiare quelli che ce l'hanno fatta sul serio. Le guerre dei poveri sono all'ordine del giorno. Tutto quello che non riusciamo a realizzare di persona passa al setaccio meschino di quella zona morta del cervello che pretende di esaltare il disprezzo dell'altro e per l'altro.

Faccio l'ultimo esempio prima di andarmene affanculo. Io, ad esempio, non amo gli scrittori commerciali. I cantastorie. Gli scrittori che vogliono far divertire e rilassare. Mi deprimono. Mi portano stitichezza e noia. Non leggo i loro libri, e spesso loro stessi mi stanno sul cazzo. Tantissimi scrittori e pseudointellettuali mi stanno proprio sulla punta del cazzo. Non lo nascondo affatto. L'esempio che volevo fare verte proprio su questo: anche io ho sbagliato. E di brutto. Buttando fango, bolo, lapilli di ricotta calda, ghiande scadute e arroganza da perdente sulle loro belle storie tanto acclamate. Ho sbagliato, sono stato penoso anch'io. Non devo pensare ai loro libri, alla loro modestia studiata -quella sì- a tavolino, alle loro manie di autocompiacimento social, alle tante seghe che si fanno tra ego e retrocopertina. Ho sbagliato. Ognuno per la sua strada. Niente guerre. I ricchi manco si accorgono di te, se ti incazzi. I poveri diventano ancora più stronzi. Non ne vale la pena.

Non so se sono un ottimo scrittore, uno scribacchino, un mitomane melomanizzato, un disumano anarchico con scheletri nell'armadio, non lo so proprio. So che fa molto caldo e che mi sono rotto di polemizzare. So che non ho capito un cazzo di quella storia della perception du produisis.
Forse è per questo che non sono stato mai tra gli impiegati del mese, forse è per questo che dovrò calare le penne anche se scriverò solo la lista della spesa. A me stesso, chiaro, perché non ho mai avuto una cameriera.
La conception du produisis. Ci rifletterò a lungo. Per intanto, mi giro il tutto a manico d'ombrello.

LdP, 15 luglio 2015

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