20/07/15

Lettera dall'aurora scura


Il grande bar della vita in cui ci si incrocia, ci si perde con pene e amori, che affondano, fuggono, dimenticano e ricominciano. I ricordi che sospirano e si battono nel rullo di tamburi della grande porta del bar della vita. Con un triste caffè mattutino e il proprio bicchiere pieno di lacrime davanti alla solitudine appoggiata al bancone”
Gaston Criel – Il grande imbroglio, 1952

Non si scrivono più lettere. Quasi nessuno lo fa più. Se pure si tratta di messaggi personali, sentiti, comunque stiamo parlando di email e non di lettere. Avrò letto questa protesta sul non scrivere lettere da qualche parte. Ecco perché te ne sto scrivendo una. Ma non so se poi è proprio una lettera; forse è un'email vestita da lettera. Più o meno come andare ad una festa in maschera vestito da generale Custer.
Non so nemmeno che tipo di lettera dovrei poi scriverti. Non mi piacciono le cose organizzate. Posso iniziare a dirti che l'età che ho, quella me la sento tutta addosso. Non è un'età veneranda, ma non sono un ragazzino. Gli anni li sento tutti. Forse è meglio. Maturità o non maturità, è meglio.
La mattina il processo di riconoscimento è lungo. Molto lungo. È un film, forse un mediometraggio. Ogni mattina. E spesso si interrompe bruscamente; ancora più spesso perdo personaggi, luoghi, odori, le scene corali affondano nella notte e nel caos, le scene di feste e riunioni presentano buchi narrativi ed esistenziali che non sono in grado di rattoppare.
Da ragazzino mettevo i miei sogni in fila indiana. Facevo l'appello e poi li chiamavo a colloquio. Li analizzavo scrupolosamente: siete pronti ad essere realizzati, anche solo in parte? Siete pronti a far parte del mio carattere, del mio comportamento, del mio destino? Siete pronti a lottare e ad assumere colori che non conoscete?
Siete in grado, incalzavo, di essere passioni e non vizi?
Ero ordinato, nei miei sogni. Ero solenne, trascendente, come l'età richiedeva.
Oggi i sogni sono stati sostituiti da scie. Folate di odori e di vento. Roba incorporea, sfuggente, con capricciosi contorni di dispersione. Scie provvisorie che non prendono mai la strada maestra, preferendo scorciatoie, sentieri più silenziosi, privi di segnaletica. Soprattutto, queste scie -a differenza dei vecchi sogni- non rispondono mai all'appello e c'è poca familiarità tra di noi.
Questa, devo dirti, è una delle caratteristiche della mia nuova età. Ma cerco di essere vigile. Per esempio, cercando di mantenere l'equilibrio tra i ricordi e le prospettive; perché se i primi prendessero il sopravvento, perderei il gusto a quasi tutto.

Così come fatico a riconoscermi al mattino, altrettanto mi succede con le persone. Non mi sento obbligato a riconoscerle. Non mi sento costretto a trovare il linguaggio che ci unisca, l'idea che ci apparenti, il proposito che ci sovrapponga armoniosamente. Credo nelle differenza. In educate forme di distinzione. Credo anche nella lontananza, quando serve, quando è necessaria, quando è spontanea.
Credo anche nelle incongruenze, se hanno un senso durante un percorso. Qualsiasi tipo di percorso. I percorsi prevedono, ne sono certo, fasi di presenza ma anche fasi di assenza. I percorsi prevedono interruzioni. Lavori.

Dalle mie finestre lavo la malinconia ogni mattina. Pezzi di malinconia come biancheria intima. Lavo a mano e lascio asciugare, anche se li dimentico sempre sotto la luna, quando sono già completamente asciutti.
Dalle mie finestre vedo più che altro lavori in corso. Polvere e mutamenti. Vedo il mare spezzato dal cemento. Vedo nitidamente l'illuminazione che le persone scelgono per celebrare piccoli avvenimenti. Vedo tentativi di illuminazione. Vedo una specie di obbligo alla buona volontà che purtroppo, molto spesso, mi annoia.
In questi ultimi tempi, te lo confesso, proprio durante quella lunga fase di risveglio e identificazione, mi chiedo frequentemente se è vero che i sogni, alla mia età e sotto il severo sguardo della lucidità, sono un lusso. Un lusso quasi impossibile da mantenere.
Penso sia così. Per questo vivo di scie e non di sogni. Forse sono un cacciatore di comete o uno stupido. O entrambe le cose.
Sarà per questo che le scie, i lampi, le tempeste di vento, le deviazioni necessarie, mi appaiono come una sorta di compensazione e quindi le perseguo.
Non posso scrivere il mio destino. Nessuno può seriamente pensare di poter evitare il buio.
Però posso accettare i cambiamenti. I nuovi vestiti più stretti. Le notti che ti istigano alla magia e poi, se va bene, ti regalano solo un po' di quiete. Posso accettare gli sguardi che non indaghino troppo. Le mie rughe. Perché ci sono e mi parlano. Posso accettare ed elaborare le inevitabili assenze. Senza riversarle sugli altri. Senza sostituzioni in corsa. Senza perdersi in quella forma di stupido orrore che è il non pensare, il rifiuto della consapevolezza in nome di non si sa quale benessere dalle gambe corte.
Posso chiudere questa lettera dicendoti che non devi allarmarti per me. So che la notte è più lunga del giorno. So che gli attimi migliori, quelli in cui l'orologio davvero lo dimentichi, possono arrivare anche dopo un lungo esilio, una lieve condanna, una costrizione indotta. Continuerò a lavare la mia malinconia tutte le mattine, e quando la lascerò ad asciugare vedrò il solito panorama interrotto di mare e cemento, in parti non uguali.
Scrivere mi è necessario per non naufragare. O per naufragare meglio. Naufragare nei colori che amo. Scrivere mi serve ad amare. Disordinatamente, senza formule definite, senza l'ossessione del lieto fine, ma pur sempre amare.
E amare, come vivere, è quasi sempre notte.

LdP

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