08/07/15

Le notti con i Litfiba


Raggio debole puoi entrare
dentro di me
Illuminarmi puoi
e poi assorbimi
La notte io io
ti ho aspettato, ah
ti ho aspettato
ti ho aspettato
ti ho aspettato

Raggio debole puoi entrare
dentro di me
Illuminarmi puoi
e poi assorbimi

LITFIBA – Transea

C'è stato un periodo della mia vita in cui sono stato autenticamente ossessionato da Firenze. Ci andavo appena mi era possibile. E quando ero lì, mi godevo il giorno ma aspettavo la notte. La notte a Firenze è qualcosa che non si rende bene con le parole. È una questione di odori, di visuali, di atmosfere, una sorta di connotazione esistenziale che ancora oggi fatico a spiegare. Molti hanno creduto che questa ossessione piantasse le sue radici nella mia passione totalizzante per la Fiorentina, ma è una versione all'acqua di rose, piuttosto distante dalla verità.
Il richiamo di Firenze era tutto e niente, era una sirena crudele, una bellissima donna capricciosa e incostante, una casa abbandonata e riconoscibile nella mia immaginazione.
La musica dei primi Liftiba, dagli esordi fino a Pirata, è stata la colonna sonora di questo amore giovanile, ma mai scomparso.
“Transea”, ad esempio, è sempre stato un pezzo di incredibile suggestione per me. È il brano dei Litfiba in cui ho amato di più la voce di Piero Pelù. Il basso di Gianni Maroccolo, invece, mi è rimasto addosso per quasi tutta una vita. A cominciare dalle plettrate scure e fonde di “Come un dio” su 12/5/87.

All'epoca gli amici restavano stupiti dal mio amore per la musica dei Litfiba. Perché la mia estrazione era sostanzialmente affine al metal tecnico, alla fusion malata, al croonerismo decadente; con il rock italiano flirtavo poco e male, agli esordi. Ma io tentavo di spiegare, dischi come Desaparecido, 17 Re e 3 ti rimangono addosso come vestiti su misura, ti esaltano, ti fanno correre rischi, ti fanno innamorare, ti fanno guardare molto più in là di tutti i limiti spacciati per maturità e ogni astuzia comportamentale finisce per rivelare la sua intima, squallida natura di buccia di banana beffarda.
Litfiba 3 è stato il disco che ho ascoltato per tutta l'estate del 1992, ad esempio. Nel 1992 ho combinato dei disastri ai quali neanche penso con piacere. Quel disco fantastico è stata la colonna sonora di tutto il tempo. Consumavo “Peste” e “Bambino” e mi dicevo: “Frega un cazzo, quel che verrà sarà, non ho niente da perdere”.
Sono passati ventitré anni e la penso ancora così, con qualche sfumatura dovuta all'esperienza. Se non si rischia si crepa. Se non si ammette quel che naviga dentro si è solo dei conservatori con le facce stordite, facce da coglioni, facce già arrese. Si finisce per tacere sempre. Si finisce per accontentarsi.

La versione di “Pioggia di luce” su Pirata mi ha addirittura permesso di modificare il carattere e le inclinazioni. Per anni ho avuto una totale dipendenza da quel brano e da quell'atmosfera meravigliosa di perdizione, di abbandono rigorosamente libero da ogni forma di vincolo.
Perché è chiaro che esiste l'occhio dell'anima. Che non perdona e non mente. Tutti noi dovremmo cercare il mare nel nostro occhio dell'anima. Il problema è riconoscerlo, ma anche riuscire a catturare quel che in realtà è già nostro.
Su diversi siti ci sono critiche piuttosto snob e arrogantelle al testo di “Pioggia di luce”, ma non leggo la maggior parte dell'immondizia critica partorita dai fighetti. È un pezzo chiave, un vetro trasparente, una tempesta notturna, una seduzione annunciata. Non c'è altro da dire.

Dopo Pirata ho seguito meno i Litfiba. Mi sono un po' disaffezionato. La trilogia del potere mi aveva stregato troppo. Ciò non mi ha impedito di apprezzare i dischi con Cabo Cavallo, che trovo più che dignitosi e in alcuni frangenti finanche belli. Anche nella “tetralogia degli elementi” ci sono momenti apprezzabili, ma nulla per me ha equiparato la magia di “Transea” e quel che ne è seguito.
Il disco che preferisco in assoluto è naturalmente “17 Re”. Un coacervo di canzoni imbattibili, guerra e amore, ferite e volo, rivolta e profumo della notte. Un album irripetibile, probabilmente uno dei cinquanta dischi più importanti di tutta la mia storia personale. Con sullo sfondo, come doveva essere, l'ammaliante bellezza di una Firenze virata ai toni scuri e una didascalia in continuo movimento, parole libere e slegate che portavano dietro un coefficiente di passionalità in cerca di espressione, incontrata poche altre volte nella vita.

LdP, 8 luglio 2015


LITFIBA TRACKLIST PERSONALE:

Transea
Pioggia di luce
Cuore di vetro
Lulù&Marlene
Gira nel mio cerchio
Ferito
Cane
Come un dio
Re del silenzio
Vendette
Cafè, Mexcal e Rosita
Univers
Sulla Terra
Ballata
Resta
Tango
Peste
Bambino
Paname
Guerra
Eroi nel vento

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