09/07/15

Le meccaniche della passione: intervista ai KYRIE




Non scopro l’America se dico che la musica di qualità, soprattutto in Italia, segue (o meglio, è costretta a seguire) percorsi tortuosi, costellati di difficoltà distributive e promozionali che ormai sono quasi il nostro marchio di fabbrica. Sembra che più hai talento, più la devi pagare in qualche modo. Sembra forse forzato e parossistico, ma il potenziale di alcune band è così lampante che viene naturale chiedersi perché, da certi punti di vista, ci sia un velo su questi artisti dotati. I Kyrie, nati a Milano nel 1993, sono una band che sarebbe opportuno scoprire, riscoprire e consolidare. Hanno al loro attivo sei album, tutti innervati da una cifra stilistica riconoscibile e molto originale. Un misto di cupa elettricità, sensibilità pop, derive à la Cure (soprattutto agli esordi), il tutto con un respiro che potremmo definire mitteluropeo ma nel linguaggio universale e funzionale del rock. Personalmente, li ho incontrati musicalmente nel 2004, con il loro elegante “Le meccaniche del quinto”, un lavoro coraggioso e molto suggestivo, denso. All’epoca lavoravo in un negozio di dischi import, e ricordo quanto fosse garantita la vendita del disco proponendoli o diffondendoli on air. Dopo un silenzio di otto anni, i Kyrie sono tornati nel 2012 con il sorprendente “Lo splendore del mattino che viene”, un album estremamente vario, che offre anche bei momenti acustici ed in assoluto, rispetto alla prima produzione più nervosa e dark, un’atmosfera ancora più raffinata e più pop, nell’accezione positiva del termine. Possiamo dunque dire che i Kyrie sono uno dei migliori segreti della musica italiana attuale, dove per segreto si può intendere un’entità artistica che ha ancora molto da dire. Vi invito a procurarvi i loro lavori, che certamente non vi lasceranno indifferenti; e sono certo colpirà la differenza sostanziale, e cioè il taglio internazionale della proposta, tra i Kyrie e le tante band italiane –pur in gamba, magari- che continuano a vagare in quel limbo poco promettente che è la rielaborazione di modelli esteri o di successo.
Quella che segue è la chiacchierata/intervista che ho avuto con Piero Sciortino (voce, chitarra, testi, musiche) e Dario Sangiorgi (basso), con tanto di “incursione” di Roberto Vidè, il tastierista.

LDP: Voglio iniziare quest'intervista con un doveroso riconoscimento: reputo i Kyrie una band davvero interessante, intrigante e anche diversa -in accezione positiva- da altri gruppi italiani che propongono un discorso simile. Partendo proprio da questo, vi chiedo una sorta di bilancio, considerato che vi siete formati nel 1993; dopo vent'anni che siete in gioco potete dichiararvi soddisfatti di quanto seminato e raccolto?

P: Innanzitutto grazie. Soddisfatto? Se rispondessi di sì direi una stupidaggine. E altrettanto se dicessi di no. Mi spiego: quando si parte con il desiderio di fare musica, comporre, scrivere, suonare in un gruppo, la passione spesso è bruciante e ciò che normalmente si cerca è di rendere la musica sempre più presente nelle ore, nei giorni ecc. Quando questo non accade è chiaro che dispiaccia. Ognuno di noi ha il suo lavoro e la musica, pur se presente o molto presente, non è certo ciò che ci sostenta e quindi resta nella pratica qualcosa di periferico anche se, in realtà, parlo per me naturalmente, resta del tutto centrale e fondamentale nella mia vita. Il fatto che non sia un’occupazione la fa rimanere una sorta di isola incontaminata in cui è bello trascorrere del tempo. Un’ isola ancora oggi, come trent’anni fa, piena di sorprese, di scoperte e di cose che stupiscono. Inoltre sono felice che nel nostro piccolissimo, abbiamo avuto tante parole di stima sia per i nostri lavori in studio sia per i concerti.

D: Fa molto piacere quando a distanza di anni, dal nostro ultimo concerto, qualcuno ci scrive chiedendoci informazioni sui nostri nuovi progetti in studio o live, con la speranza di poterci rivedere e risentire. Oppure vedere su Facebook che qualcuno pubblica una nostra canzone. Questo significa che qualcosa abbiamo lasciato.

LDP: Nei vostri dischi convivono armoniosamente rock, new wave, pop raffinato, dark “illuminato” e molto altro. Inoltre, avete coraggiosamente scelto di esprimervi in italiano, aggiungendo al tutto una naturale propensione a testi letterari e pieni di riferimenti artistici non banali. Sappiamo che l'Italia è un paese ostico, in quanto a ricezione di proposte che rifuggano dal melodico obbligatorio e da certo semplicismo rock: ritenete che questa vocazione “alta” abbia pagato quanto poteva?

P: Sia per quanto riguarda la musica, sia per i testi mi sono sempre sentito libero di fare esattamente ciò che sentivo. In un gruppo, poi, ti confronti, ascolti gli altri, percepisci se la direzione di una canzone, ad esempio, va dove avevi deciso andasse o sperato andasse oppure no. È capitato in passato di rompere un accordo discografico perché il responsabile dell’etichetta aveva mixato, manomettendo il pezzo (che tra l’altro era una cover di Battisti per il mensile Mucchio Selvaggio) su cui avevamo lavorato. E il tutto senza assolutamente avvertirci. Lo abbiamo scoperto quando il giornale era oramai nelle edicole e abbiamo ascoltato il lavoro. Dal mio punto di vista è una forma di violenza e un’azione del tutto irrispettosa. Tornando alla tua domanda, non c’è da parte mia, o nostra, nessuna vocazione alta. C’è il fatto di sentire in un certo modo e tentare di fissare questo sentire in una canzone. Quando scrivo cerco semplicemente di raggiungere un risultato che mi piaccia, in cui mi possa ritrovare, che dia un senso di compiuto e di bello. Cosa che peraltro dura poco. Trovo sempre difetti in quello che ho fatto. Mi ci vuole tempo affinché torni a guardare o ad ascoltare una nostra canzone con la giusta distanza. All’inizio le canzoni sono come dei figli, le ami, le educhi, ci lavori su, cerchi di non fargli fare ciò che vogliono loro. Poi appena le registri le abbandoni come fossero diventate compagne noiose e rompiscatole. Nel tempo, non sempre accade ma ogni tanto sì, ricompaiono come vecchie foto e le riguardi con benevolenza. In certi casi non ne senti più i difetti ma solo ciò che c’è di buono.

LDP: Dal vostro esordio, “Da lontano” del 1995, all'ultimo “Lo splendore del mattino che viene” del 2012, la vostra evoluzione è tangibile, secondo un percorso che appare coerente e naturale. La seducente cupezza dei primi lavori non è scomparsa, ma nell'ultimo disco c'è un suono più ricco e zeppo di rimandi. Mi raccontate del vostro cammino creativo e di come si è modificato negli anni?

P: È difficile rispondere. Una cosa è certa, sia nella musica sia soprattutto nelle parole si avverte il fatto che ciò che prima ti piaceva, ti seduceva, oggi ti è abbastanza insopportabile. Questo mi accade soprattutto ascoltando i miei vecchi testi. Immagini a volte troppo angosciate o angoscianti che sono lontane mille miglia da ciò che oggi scriverei. A volte mi chiedo chi le abbia scritte. Oggi certamente non sono più uguale a colui che le scrisse anni e anni fa. Altre cose invece mi piacciono ancora e riascoltandole penso che non avrei potuto fare di meglio. Ci sono canzoni come “Lipsia 1933” o “Il dominio delle frequenze” o “Aggredendo i salici” o “Caffè viennese” che reputo ancora oggi davvero buone. Da parte mia la ricerca di immagini, sonorità un po’ più luminose rispetto al passato riflette certamente il modo diverso tramite cui vedo le cose e me stesso.

LDP: Una delle qualità dei Kyrie, che emerge al primo ascolto, è la spontaneità dell'approccio, pur considerando la complessità lirico/musicale. Niente di studiato a tavolino, nel senso di strizzare l'occhio ad un facile appeal commerciale. Eppure, il taglio è internazionale: pezzi come “Altrove ed oltre”, “I 7 rintocchi”, “Ritiro estivo”, “I quadri di Goya” (favoloso), “L'uomo senza nome” (con un basso espressionista)... non è un risultato da poco mescolare un sound vicino ai Cure, ma non derivativo, con strutture armoniche europee. Qual è stato il segreto di quest'alchimia?

P: Non so. Non c’è davvero nessun segreto. C’è solo l’aver seguito sempre e solo ciò che mi muoveva, che ci muoveva. Tentare di fare cose di cui saremmo andati orgogliosi, almeno in buona parte, facendole ascoltare tramite disco o tramite i live. Tutto qui. Per il resto non so nemmeno come si scriva a tavolino, penso sia interessante saperlo fare, saper progettare una canzone con lo scopo che abbia successo. Io non lo so fare. Non lo sappiamo fare. E può essere stato un limite, certamente.

LDP: Non soffermandoci troppo su un disco immortale ed irripetibile come Disintegration dei Cure, che sono certo amate molto (penso a L'aeronauta in particolare), mi raccontate dei vostri principali debiti musicali? Avete gusti differenti all'interno della band?

PIERO: Abbiamo certamente gusti diversi ma, in alcuni casi, similissimi. Io ascolto molta musica da sempre anche se non per forza mi sento in obbligo di andare alla ricerca delle nuove cose, tendenze ecc. amo la musica classica da molti anni ormai. Bach, Mozart, Brahms, Malher, Arvo Part e Gorecki su tutti. Nel pop o nel rock sopra tutti ci sono i Beatles che restano per me un miracolo di talento insuperato e secondo me insuperabile. Poi a cascata decine di altri nomi che amo tantissimo. I Cure, i Led Zeppelin (mentre rispondo alle tue domande sto ascoltando il loro Phisical Graffiti), i Pink Floyd, Battiato, l’ultimo De Andrè, Battisti. Oggi il mio gruppo preferito sono i Mogwai e molti gruppi di così detto post rock mi piacciono molto come Explosion in the sky, God is an astronaut. Amo infinitamente i Cranes, gli Slowdive ed i Joy division e mi fermo qui altrimenti me ne vengono in mente altre decine.

ROBERTO: Per me Joy division, Pink Floyd. Come scena rock italiana i Marlene Kuntz e i primi Diaframma.

DARIO: Confermando i gusti dei miei soci, ultimamente ascolto molto gli Archive.

LDP: Lo stato della discografia italiana -e probabilmente del quoziente intellettivo dei residui discografici italiani- è con tutta probabilità ai minimi storici. Al riciclarsi di nomi decotti e pompati si è aggiunto il deforme carrozzone dei talent. I negozi di dischi stanno chiudendo tutti, gli specializzati sono come i panda e hanno le ore contate. C'è modo di reagire a questo triste ed inesorabile declino? Perché la morte della musica fisica, del coraggio di investire in prodotti validi e di sostanza, sono aspetti che vengono definiti “evoluzione del sistema”. Non si potrebbe parlare piuttosto di involuzione totale?

P: I talent non li seguo. Ho seguito la prima edizione di X-Factor e basta. Ogni tanto si sente qualche nome uscito di lì. Qualcuno ha vero successo qualcuno invece entra in una specie di tritacarne che più o meno velocemente lo distrugge. Molti ragazzi vengono illusi, spremuti, usati (anche in buona fede) per un tempo e poi spente le luci non rimane nulla di nulla. Non è un’evoluzione né un’involuzione. È semplicemente ciò che è. Si vendono pochi dischi, si cerca di creare il caso dell’anno, che stupisca, che sappia far breccia e poi si riparte da capo l’anno dopo. C’è molto da fare in Italia considerando che siamo amati all’estero per Bocelli o peggio ancora da “ Il volo” o da Allevi.

D: Le case discografiche ormai investono su pochi progetti e su quelli puntano tutto. Per gli altri c’è ormai poco spazio e devono quindi arrangiarsi da soli. Per fortuna adesso ci sono i social web, i digital store con i quali un gruppo può cominciare a farsi vedere e sentire. Rimpiango il fatto che nel 2003 quando uscì “Le meccaniche del quinto” non ci fossero ancora questi mezzi, perché ci avrebbero aiutato sicuramente a crescere.

LDP: Dopo venti anni e sei lavori, quali sono i piani dei Kyrie per il prossimo futuro? Pensate che sia possibile fare in modo che alcuni dei vostri dischi possano essere ristampati? Ho ancora persone che mi chiamano chiedendo se riesco a procurare altre copie de “Le meccaniche del quinto”, che all'epoca diffusi massicciamente nel negozio import dove lavoravo...

P: Per chi fosse interessato a “ Le meccaniche del quinto” il nostro primo disco ufficiale del 2004, distribuito da Audioglobe, noi ne abbiamo ancora qualche decina di copie. Dei primi 4 demo ( i primi 3, pensa, erano nati in principio come musicassette) ogni tanto ne stampavamo qualche copia per i concerti. Ne abbiamo a malapena copie personali. L’ultimo lavoro “Lo splendore del mattino che viene” si può acquistare su iTunes, non è mai stato stampato fisicamente. Resta, almeno per ora, in formato virtuale. A volte penso all’idea di un cofanetto che racchiuda tutti e sei i lavori. Così, anche solo per noi, per regalarcelo a Natale. Attualmente stiamo provando per nuovi concerti e credo entro il 2016 uscirà un nostro nuovo lavoro.

D: Sì, l’idea di una ristampa di tutti gli album la trovo anch’io una cosa che si debba fare. Dovremo trovare solo il modo più giusto e non troppo oneroso.

LDP: Tornando alla scena rock italiana, che idea ne avete? Verso quali colleghi provate stima? Vi faccio questa domanda, ben sapendo che per i suoni che proponete il vostro background dev'essere per forza a tutto tondo e non certo limitato alla scena nostrana. Ma mi incuriosisce cosa vi piace (e cosa vi è piaciuto) in Italia.

P: In Italia come dicevo Battiato su tutti ma anche Battisti, i CSI, qualcosa dei Marlene o degli Afterhours, Benvegnù. Mi piace Carmen Consoli e poi, che so, qualcosa di Erica Mu.

D: Io rimango sui classici, come De Andrè, Battiato, Battisti.

LDP: Una domanda specifica per il bassista Dario Sangiorgi... Dario, questo blog si occupa pariteticamente di scrittura, rock e basso elettrico, quindi non posso esimermi dal farti una domanda più approfondita sul tuo stile e sulle tue influenze. Il basso nei Kyrie ha un ruolo preponderante, molto cupo e solido ma al contempo scattante, pronto a sorreggere la melodia e la voce di Piero. Quali bassisti ti hanno maggiormente influenzato? Qual è la tua strumentazione attuale?

D: Mi piace un suono definito del basso, per farti un esempio alla Sound (gruppo di Adrian Borland) o come possono avere anche i Cure. Ovviamente usando il plettro. Trovo che Simon Gallup abbia uno stile fantastico. Al momento ho due Epiphone Thunderbird (uno classico e uno non-reverse). Sto pensando ad un Rickenbacker. Me lo regalo quando torneremo a fare il primo live!

LDP: Grazie ragazzi...

P: Grazie a te.

D: Grazie a te, è stato un piacere. Spero di incontrarti un giorno, magari per un concerto dalle tue parti.

KYRIE DISCOGRAFIA:

Da Lontano 1995
Biennale 1996
In Ricordo Di Edith Behar 1997
Le Inutili Divagazioni Di Un Aeronauta 2000
Le Meccaniche Del Quinto 2004
Lo Splendore Del Mattino Che Viene 2012



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