01/07/15

L'anestesia perpetua del benessere borghese


Siamo arrivati al paradosso. Il paradosso peggiore.
Il benestante ha acquisito il diritto di lamentarsi. Eccome se lo fa.
Dato che tutto è relativo, anche il benestante può lamentarsi, giocare a fare la vittima, piangere miseria, dire che la sua casa, la sua azienda, il suo conto in banca e le sue due case di proprietà sono province greche. Dato che tutto è relativo, il benestante può fingere di essere povero e rompere i coglioni all'indigente professionista. Che magari sta lì e non dice niente. L'indigente racimola la sua dignità e le sue forze per combattere, per continuarsi, per non soffocare di mancanza di libertà, di costrizioni, di coercizioni, di squallore.
Ho diversi appartamenti di proprietà, pago delle tasse assurde... ma uno che deve fare, spararsi?”
Sì. Sparati in testa. Non sentiremo la tua mancanza. Goditi le tue fortune, le tue eredità familiari, le tue facilitazioni, ma abbi il garbo di non rompere i coglioni.
Anche se gli psicologi da vespasiano e i teoreti da Settimana Enigmistica continuano con questa stronzata del dialogo obbligatorio e del confronto meraviglioso tra creature che respirano unite nel ventre del mondo, io mi sono preso il diritto di interrompere ogni comunicazione con persone cieche e dall'insensata vocazione al piagnisteo borghese.
Il tempo della pazienza è finito. Se ebbe inizio, qualche anno fa, non è stato per colpa mia. Ora i margini di accoglienza sono zero, ora le forme sono andate a farsi fottere. Non accetto che un capitalista qualsiasi mi ammorbi con le sue paure, non è giusto, non ha nessun senso. Il rimpianto di non poter trascorrere due mesi a Parigi ma solo nella casa di famiglia al mare non è roba che mi riguardi o mi interessi. Potersi permettersi un figlio in meno o un'auto in meno non è materiale che scotta nella mia anima.
Io non so cosa sia l'accumulo. Non so cosa sia il lusso e nemmeno mi interessa, a conti fatti. La vita mi ha insegnato che è difficile comunicare con chi sembra non rendersi conto delle proprie fortune, e non ha neanche l'intelligenza di accontentarsi.
Ho visto lottare la mia famiglia tutta la vita, per poco e niente. Sempre sotto padrone. Sempre costretti a rivendicare diritti, compensi, cose che spettavano ed arrivavano a fatica, dopo mille sforzi. Non ho mai sentito mio padre lamentarsi per mancanza di soldi. Eppure ce n'erano davvero pochi. Ha continuato ad andare in quella cazzo di azienda, tutte le mattine, diligente e disponibile, sorridente, per trentasette lunghissimi anni.
Avrei voluto che mio padre disponesse di più risorse, per assaporare un po' di riposo e di calma. Ma non ha fatto in tempo e quando ha smesso di lavorare si è depresso. Non gli piaceva starsene con le mani in mano. Gli sorridevano, lo riempivano di complimenti, ma amministrativamente hanno cercato di incularlo, senza burro. Non ha avuto tutti i contributi che gli spettavano. Il livello di sua competenza lo ha ottenuto solo alla fine della sua storia lavorativa, previo minaccia di andarsene e piantarli in asso con storie che solo lui sarebbe riuscito a sbrogliare.
Oggi, alla mia bella età, mi viene da ridere a pensare che proprio lui, mio padre, mi preconizzava un successo economico e professionale che non ho poi raggiunto. Mi diceva sempre, con uno sguardo sospeso tra fiaba e devozione paterna, che con la mia intelligenza avrei sfondato e non avrei vissuto i suoi stenti. Mi faceva una grande tenerezza, quando mi diceva queste cose. Finiva che lo abbracciavo, senza credere alle sue ottimistiche ipotesi.
Perché io lo sapevo, di essere una testa di cazzo. Una testa di cazzo per niente adatta alla società, alle sue richieste di tesseramento e di appartenenza, al senso del sacrificio per un padrone senza occhi e senza bocca. Perché non mi sono mai soffiato sulle palle con i libri che pure ho pubblicato in qualche modo. Senza pagare e senza leccare buchi di culo.

Io sono nato in un quartiere ricco. Molto ricco. Ma non c'entravo niente lì in mezzo. Infatti, mi hanno espulso dopo poco, con mio piacere. Ho visto l'agiatezza, la noia, il velleitarismo dovuto ai molti mezzi e ad idee poco chiare, ho visto nitidamente il baratro e la differenza tra me e gli “altri” sin da subito. Non ho cercato di accorciare le distanze. Non ho approfittato delle conoscenze ed in quel mondo, a conti fatti, non ci sono mai entrato. Non sono mai stato un arrampicatore sociale.
Non ho la ridicola pretesa di rovesciare quei mondi, o di incunearmi nel benessere altrui con fare eversivo. Oltretutto, un uomo solo è impotente quando crede di poter assurgere a bombarolo antiborghese ed anticapitalista. È una di quelle utopie giovanili che in un secondo momento ti fanno solo sorridere amaramente.
Ma so che non appartengo a quei mondi, a quel vizio del possesso e dell'accumulo, a quel sistema di crescita esponenziale di capitali e di possibilità, costi quel che costi. Io non posso capire, con tutta l'eventuale intelligenza in mio possesso, come si sta nei panni del benestante. E non chiedo, mai lo chiederò, che il benestante si interessi delle mie piccole questioni di sopravvivenza. Non andrei mai a lagnarmi per una bolletta di novanta euro con uno che sta cercando in tutti i modi di non pagare le tasse per il quarto appartamento e finge pure di essere un rivoluzionario del cazzo. Non voglio la sua amicizia e non voglio mettermi -anche solo verbalmente e dialetticamente- sul suo stesso piano.
Non è un nemico, ma non voglio la sua falsa amicizia, fatta di compatimento, di grotteschi slogan ribellistici, di edulcorato buonismo in salsa fatalista.
Il “vedrai vedrai” con me non funziona. Vedrai un cazzo, amico. Tu pensa a rivolgerti al tuo commercialista per evadere qualsiasi spesa aggiuntiva, che al piatto di minestra per me e per chi amo ci penso io.
Certo, e bello scopare in un lussuoso resort con le candeline accese sul bordo della vasca, dopo una cena al tramonto in un bel ristorante, con la pelle traslucida ed il cazzo che sembra più duro e grande per quel costosissimo olio che usi, ma la passione è un'altra cosa. Certo, è molto meglio farsi la triade Messico/Turchia/Samotracia che restare sul balcone di casa ad agosto con le gambe sudate e la sigaretta che ti fa alzare la pressione fino a renderti un killer incontrollato. Siamo d'accordo su questo. Ma la passione è un altra cosa.
Se tutto è relativo, e te lo concedo, allora anche l'amicizia tra persone tanto distanti nelle abitudini, nel modo di pensare e nella storia familiare è totalmente relativa e di certo non obbligata.

Non avrai nessun problema a trovare un altro lavoro molto presto”, mi disse tre anni fa un tipo che intanto si alzava quasi tremila euro al mese. Lo guardai, lo soppesai, compresi una volta per tutte che non avevamo più niente da dirci.
Così come non ho nulla da dire a chi rifiuta lavori perché “non se la sente”, perché “non è quello che voglio”, perché “non sono adatto, speravo di fare altro”. Non gradisco questi atteggiamenti. Sono tipici di chi ha qualcuno che ti para il culo. Genitori che pagano mutui, che alzano la paghetta fino ai 55 anni dei figli, rendite mai sudate e quant'altro. Non gradisco il mestiere del piagnazzo sulle labbra di chi dovrebbe solo godere e tacitarsi in qualche modo.
Se parte del prezzo di questa scelta di impazienza e di insofferenza è una percentuale di isolamento cospicuo, per me è okay. È davvero okay, come diceva quello stronzo che mi faceva i corsi di aggiornamento in azienda.
È vero, sei okay, e come si dice qui a Napoli sei un gran figlio di bucchino, ma la sodomia da te proprio no, anche se ti spalmi quell'olio per plutocrati.
La sodomia no.
La carità men che meno.
La pietà, quella la lascio nei quadri e sui sagrati delle chiese. Non sono in grado di capirla e di abbracciarla.
Posso accettare un “buona fortuna” di comodo, detto con lo sguardo già lontano, in quell'oscena assenza che chiamiamo con somma ipocrisia “apertura agli altri”.
Ma quell'uomo che lotta nel fango, e non sa neanche bene con chi, con il “buona fortuna” non ci fa niente.

LdP, 1 luglio 2015

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