12/07/15

La bella T.


La bella T. mi apprezzava, forse a modo suo mi amava, giusto il tempo della scopata inevitabile.
In quel diadema opaco e condensato di minuti apparentemente senza ombre, io trovavo un po' di gloria dentro di lei.
Lei voleva il piacere. Lei voleva una piccola consacrazione, da dimenticare il giorno seguente. Il piacere sessuale è così: è una macchia di colore, il vestito di una sera, la cartolina traslucida da un paradiso a tempo.
Lei voleva il piacere e io volevo crepare.
Mi amava giusto quel segmento di tempo e di gesti, io lo sentivo, però mi bastava guardarle le mani, i piedi, le labbra, per sentirmi nel posto giusto per pochissimo.
Ricordo le sue unghie sempre smaltate. La sua frenesia e la sua trasformazione. Mi chiedevo come fosse possibile che una creatura riuscisse così impunemente a trasformarsi da accurata selezionatrice di piaceri ad amante appassionata, con quello sguardo che sembrava rassicurarti, “è proprio con te che voglio fare questo, adesso”.
Ma non era così.
Una storia come tante. Una storia di insoddisfazione perpetua, di mania di controllo, di insicurezza cronica elevata a decalogo di crudeltà.
Io ero il piazzista. Il malriuscito. Lavoro irregolare, testa irregolare, cuore irregolare, mezzo bruciato mezzo mareggiata stanca.
Non rispondevo alla sua idea di uomo eccitante, più che dinamico, divoratore di vita, occasione di occasioni, procuratore di nuovi nodi, ventaglio di novità.
Però quei brevi percorsi le piacevano. Forse ai suoi occhi mi riscattavo, con quelle buone prestazioni, facendola godere io trovavo un senso. Nonostante i suoi pregiudizi.
La bella T. era così ed io non avrei mai potuto amarla per davvero.
Le persone che vogliono continuamente aggiornare la loro immagine pubblica ed intima allo stesso tempo, non distinguendo che si tratta di due discipline quasi contrapposte, mi hanno sempre dato molto fastidio.
Io, il piazzista, l'incompiuto, quello che poteva essere, quello che si è perso, quello che ha fascino solo quando decide di prestare attenzione all'ego altrui, che siano frammenti di cervello, tette, abitudini, confessioni velate, propositi da scolaretti timorati di Dio.
Dopo il sesso con la bella T., mi veniva voglia di andarmene, di drogarmi, di peggiorare la mia condizione a bella posta, mi veniva voglia di disfare tutti i letti del mondo, di mettere alla berlina tutte le sane abitudini dei recuperatori di senso. Ed intanto, lei aveva ricominciato a disprezzarmi.
Dopo avermi scopato, dopo avermi concesso la sua polvere d'oro, tornavo povero, malmesso, provvisorio, il sognatore scorticato da tenere a debita distanza, l'eccentrica macchina tarata per autodistruggersi.
Io, il piazzista a percentuale. Il cane sotto padrone, il cane con la rabbia, con la bava, capace manco a farsi carezzare per più di trenta secondi.
Quando le odoravo il collo, alla bella T., percepivo chiaramente la mia voglia di morire per un po', la necessità patologica di costruire nuove zone di piaghe nel mio cuore, sulle mie labbra sempre così poco rosse, e quando mi sussurrava “vieni” con quella voce flautata e stronza mi convincevo che sì, stavo per affrontare il mio plotone di esecuzione personalizzato.
Non so più niente della bella T., da tanto tempo.
Era troppo sicura di sé, nella sua insicurezza cronica, per aver fatto le scelte giuste. Io sono rimasto precario. Fuori da ogni scena opportuna. Ho una vocazione alla solitudine tale che non posso immaginare altro che fraintendimenti continui. Non ho tempo per persuadere la gente che voglio migliorarmi. Non ho bisogno di questa merda.
Se la bella T. mi avesse concesso anche i suoi giorni, oltre quelle manciate di notti pigre e arrangiate, saremmo andati in guerra. Una guerra di stracci, di code di scorpione, di scatole piene di souvenir odorosi di giovinezza, di sperma, di arroganza mal riposta.
Perché io sono la quintessenza del balordo. Perché mi piace perdere. Mi piace morire. Mi piace arrivare al limite. Fottermene di ogni regola e di ogni buona pensata passata al setaccio dal comitato dei saggi.
Se la bella T. mi avesse concesso stralci di luce diurna, avrei certamente assistito in tempo reale alla sostituzione del balordo. Lei mi avrebbe chiesto di reagire violentemente, di dimostrarle tutta la mia pochezza, la certezza della bava, quella che forse aveva intravisto durante i nostri baci notturni, mentre le navigavo dentro, l'uomo in mare, il naufrago venditore di stracci e pezze, il sogno tascabile che con la sua agonia porta anche un po' di piacere sessuale.
Ma ancora oggi me lo dico, non sapendo più nulla della bella T., che la voglia di annegare e poi tornare è troppo forte in me per uscire da quella teca polverosa dove conserviamo come cimeli le armi di autodistruzione.
Se penso distrattamente alla bella T., interrogandomi su che fine abbia fatto, mi rispondo velocemente: qualcosa che sia il contrario di me. Questo è certo.
Io continuo ad essere il piazzista, il balordo, quello che preferisce il vento ai profumi.
E dunque, cazzo, io mi sto compiendo. Lambendo la fine ad ogni accenno di miglioramento.

Luca De Pasquale, 12 luglio 2015

tracklist:
Callisto - Latterday Saints
Thee Hypnotics - Cold Blooded Love
Godflesh - Angel Domain

Nessun commento:

Posta un commento