19/07/15

Insonnia pastello spezzato


Cinque e qualche minuto del mattino.
Un'insonnia che è una montagna impossibile da scalare, un'ossessione non rinviabile, una sorta di condanna alla belle luce di queste ore.
Un uomo con dei bermuda ridicoli si ritira a casa, avrà passato la notte in discoteca.
Questa è l'ora più facile e più difficile allo stesso tempo. L'ora in cui si è più soli in assoluto, accordati esclusivamente con i propri movimenti, con i sogni svegliati male, con il respiro che si affanno al primo pensiero da fraintendere.
Questa è l'ora in cui l'anima offre lo spettacolo migliore, quasi come il cielo: è stesa ai tuoi piedi, l'amante troppo spesso ripudiata e sostituita, l'amica ingombrante di vizi inconsapevoli, la scorciatoia più conosciuta per piccole morti, per gite di castigo dietro la lavagna, per equivocarsi fino ad odiarsi il giusto e anche di più.
La luce dell'alba mi perseguita da quando ho messo piede in questo mondo. Ne sono dipendente e non riesco ad invertire la rotta. Ci sono tante cose che non riesco a fare, troppe. Ho chiesto troppo e continuo a farlo.

Giro per le strade. Non c'è un bar aperto, nemmeno uno. A parte l'orario, è come se fossero tutti già in vacanza. Qui ci sono onde di cemento, balconi scrostati con piante banali, puzza di piscio di cane che si solleva dall'asfalto già caldo. E l'odore sgradevole di motori spenti da poco.
Le strade sono ostili persino a quest'ora, così indifferenti anche alla magnifica polvere cromatica che l'aria offre in queste poche ore di pace. Già, pace. Parola controversa. Beffarda. Parola usata per grandi cause o per debellare stati di tensione relazionale, ma quasi mai associata alla respirazione dell'individuo singolo, dell'uomo non apparentato a niente e nessuno.

Sono da poco passate le sei. Per strada c'è un uomo che porta a spasso il cane. C'è un mezzo fattone che barcolla e scompare in un portone. Tutte le finestre sono comunque aperte, con le persiane abbassate. Non mi pesa fumare a quest'ora, anche se sono alla ricerca di un caffè.
La gente ha fascinazione delle strade deserte solo se poi portano a qualcosa di costruttivo, solo se sono una fase di passaggio. Non le amano per quello che sono. Deserto, appunto. Deserto che non fiorisce. Che non lenisce. Che non aggiusta e non ripara. Che non nasconde nemmeno, non occulta gli sbagli e i tormenti: riesce solo ad evitare al singolo l'esposizione agli sguardi distratti della folla. Non c'è altro. Le strade deserte sono per molti l'attesa di qualcosa, mentre per me rappresentano una scena di movimento interiore che quasi mai riesco a conservare integra.

Puoi spingere sui colori forti. Puoi adagiarti su quelle tinte pastello che non servono a niente. Puoi sederti sulla tua pazienza violentata e fingere di aver trovato una religione. Puoi tentare di scrivere d'amore per sentirti meno stronzo. Puoi svenderti con leggerezza pur di cambiare abitudini a seconda delle esigenze. Puoi usare la musica se non sai parlare. Puoi persino convincerti di essere una guida per qualcuno. Ma le strade deserte restano deserte. E questa non è neanche un'ora adatta per i fantasmi e per certe suggestioni esistenziali che valgono meno di una mezz'ora con la massaggiatrice che prima era un uomo.
Cerchiamo religione e giustizia ad ogni passo, è nauseante. Cerchiamo un senso sfidando tutta l'arrogante crudezza che opprime il nostro sguardo. Pensiamo di stare nel giusto. Di fare il possibile. Di aver costruito un piccolo tempio di dignità umana ambulante. Ma le contraddizioni sono tutte ancora lì, nelle nostre caverne, come orribili pipistrelli mezzi svegli e attenti ai nostri movimenti, soprattutto ai nostri errori.

Finalmente trovo un bar aperto. Dentro c'è un tizio con i capelli bianchi, l'aria sconfitta ed annoiata. Ci scambiamo un saluto pigro, già stanco, ed una frasetta di accompagnamento sul caldo asfissiante. Napoli, sei ore e trentasei minuti del mattino. Ho scattato delle foto alle strade deserte e al panorama.
A quest'ora siamo tutti liberi, come quando da bambini gli adulti si decidono a lasciarci tempi e modi per fare esperienza e quindi sbagliare. N0n c'è poesia in questo bar aperto per dovere, nello sguardo spento di quest'uomo e nel mio girovagare senza meta.
Non c'è nulla di morale ed utile in questa mattina di insonnia accesa e crudele. Nulla che insegni, che rattoppi, che inauguri, che consoli. È solo una mattina d'insonnia e le strade sono deserte.

Non c'è una morale in questa storia. Un pretesto. Una trama. L'idea di un seguito alla prima luce della giornata. È un pastello tratteggiato su carta già usata. Mi piace spezzarli, i pastelli. Regalarli. Mai conservarli.

LdP, 19/7/2015

Nessun commento:

Posta un commento