06/07/15

Dischi, immondizia e scrittori


Continuo ad acquistare dischi. Ostinatamente, per quel che le finanze mi consentono. Non posso ovviamente competere con i collezionisti compulsivi, per due ragioni precise: uno, non mi piace il collezionismo; due, in genere i collezionisti hanno ben altre risorse alle spalle.

Ma io continuo ad acquistare, cd più che vinili. Non sono finito nella moda del vinile, che sta assumendo sempre più i contorni di una boutade mezza intellettualistica, un po' starnazzante e deprimente, un feticismo facile e non sempre condivisibile.

Acquisto cd spesso cut-out, forati, abbondantemente fuori catalogo, dimenticati in oscure pagine di siti di vendita, i quali arrivano a casa con la custodia plasticata lercia o il digipack totalmente usurato e i dentini tutti spezzati. Quei dischi mi parlano del fallimento quasi irreversibile di un mondo che pure mi è appartenuto del tutto, come fruitore e come venditore, come sognatore, come assoluta dipendenza. Quei cd con sei etichette diverse di sconto sul frontale mi parlano anche del fallimento di artisti che avevano buona volontà e qualche ottima idea, ma che anche in un'era tanto revisionista come quella odierna non saranno riscoperti da grafomani, scrittori, sedicenti esperti e motivatori di masse iniettati di dopobarba.



Non mi va di partecipare al lacrimatoio lattiginoso del “i miei tempi sono finiti, io ero un puro, oggi che faccio?”, perché queste patetiche stimmate non servono, non smuovono e ti danno anche una certa patina sfigata che non mi sembra proprio il caso.

Mi adatto alla nuova realtà. Sarebbe a dire che acquistare e consumare dischi è oggi un fatto elitario, quasi snob, e anche nel suo essere fuori moda ha spesso uno scopo sociale e socializzante che non condivido neanche un po'.

Non mi iscrivo a gruppi e associazioni di nostalgici. Non inondo il mio blog di pur competenti retrospettive, perché c'è un caos competenziale in giro che non fa distinguere (all'ascoltatore comune) nulla, neanche gli scopi di un salto nel passato.

I pochi giornalisti musicali tout court rimasti in Italia hanno spesso toni e modi vaticinanti, declamatori, spesso privi della necessaria umiltà, salmodiano folle di contatti e lettori spesso sprovvisti della minima possibilità di discernimento.

Tutti esibiscono il pedigree, le conoscenze approfonditissime, il revisionismo più becero e marchiano, tutti stanno lì a dire che non tutti dovrebbero scrivere di musica. Teoricamente, vorrebbero scriverne solo loro, con quell'approccio da panda tonitruanti che onestamente strappa un mezzo sorriso di compatimento.

I discepoli, i bloggers alla menta, li scimmiottano, pendendo dalle loro labbra per un paternalistico 'like', per un mezzo complimento che li renda riconoscibili, gli apprendisti, agli occhi dei maestri. Ma intanto il mondo dei dischi è praticamente sprofondato. Principalmente nell'ignoranza. E non basta citare Nick Hornby ogni uno e due per essere ancora à la page. La maggior parte degli scrittori che si dichiarano hornbyani o hornbysti non sanno che poco, di musica. È la rete che li fa apparire colti, imbattibili su citazionismi, classifichette striminzite, hype adolescenziali spacciati per modernità e gioventù che urla sicura di sé.



Ho venduto dischi per venti anni e quel mondo è quasi scomparso. Come la professione che ho svolto. Ricordo ancora il mio ridicolo colloquio per quell'azienda francese. Mi chiesero se conoscessi Iggy Pop, George Benson e poco altro, passai il colloquio. Persino il barbiere infatuato per Cicci D'Alessio e il Jova, ascoltatore di Macco Mengoni grazie alla giovane fidanzata, sa più o meno chi è George Benson e che Iggy Pop è tutto tatuato e pure pazzo. Mi presero per quelle mie poche parole su questi giganti banali. Non c'era da stupirsi che tanti imbecilli circolassero per quelle stanze, allora.

Ma a che serviva, già allora, che conoscessi (e non per bravura o per esibizionismo) la scena post-grunge, il mondo dei Killing Joke, lo stoner, il 'gonghismo' spaziale, le colonne sonore italiane anni sessanta e settanta? Non serviva. Però avrei fatto bene, dati gli anni cui risale il colloquio e la prima militanza a cottimo, a spingere sui Franz Ferdinand o su Anthony And The Pallons, per non parlare del pur meritorio Mario Biondi o della nu lounge adatta a depilare in un colpo solo anima, cosce e genitali, con tanto di cocktail vegetariano in mano.



Della fine anni novanta e di buona parte dei duemila io, che ho quarantatrè anni, ho delle istantanee piuttosto decadenti. Dicono che sia un fatto di carattere. Di approccio negativo. Rispedisco al mittente queste stupidaggini. Ricordo le svendite dei dischi nei negozi piccoli dove lavoravo, gli stipendi che non arrivavano, la misera tredicesima che mi fu data in dischi, il fallimento come spada di Damocle perpetua; così come ricordo le affollate riunioni aziendali in cui si sentivano solo sciocchezze infami, dove lingue umane somigliavano a quei pesci strani che puliscono il f0ndo degli acquari. Ma ricordo anche, forse di più, l'aria ovattata di quel quinquennio in cui fui buttato nel kafkiano e parossistico mondo degli “scrittori che lo fanno per secondo lavoro e forse promettono qualcosa”. Del succitato quinquennio ho un ricordo forse alterato, ma c'è un dato di fatto: quello che ne è venuto fuori non mi è piaciuto. I più talentuosi -e naturalmente mi escludo, la finta modestia è ciò che detesto di più negli esseri umani- mi sembra siano rimasti al palo per lungo tempo, o sono addirittura scomparsi nei meandri del non consenso. I più furbi ce l'hanno fatta. Una buona regola vorrebbe che lo scrittore piccolo non emettesse giudizi, perché si può facilmente dare l'impressione della volpe con l'uva e stronzate simili. Non ho di queste paure. Non ho il timore di dire che quel che è emerso mi sembra poco e anche poco rappresentativo di tutto il sottobosco che c'era. E avevo ragione quando -impopolare e tacciato di arroganza e pessimo carattere- dicevo che la “nuova scena partenopea” era una puttanata di comodo, una specie di Cronaca Vera per finti intellettuali, ambiziosi giovanotti utilitaristici e inossidabili cetacei da biblioteca ad accesso limitato.

Non mi sembra che lì fuori ce ne sia uno con le palle, uno che vada anche oltre la calligrafia, l'oleografia giovanilistica o da prima serata, qualcuno che non faccia poi finta di essere un maledetto, un bukowskiano tutto cappella dura e liquori, quando poi ancora si prendono i soldi da mammina e papino oppure si intascano le rendite della casa al mare (sempre di mammina e papino). Ci sono ottimi scrittori, i quali però per pubblicare si sono dovuti levigare e moderare. Poi ci sono quelli che sono costantemente seguiti da agenti che li rincoglioniscono ancora di più, gente che ha studiato il mercato possibile, gente che si tortura da anni per capire fino in fondo cosa vuole il lettore medio. Che in genere, diciamocelo, è un emotivo del cazzo. Purtroppo. Oppure sta talmente nella merda, il lettore medio, grazie all'austerità codarda della nostra società, da desiderare solo di ridere, di leggere libri brillanti da ombrellone o andare in confusione tra sfumature di umori vaginali (grigi, bianchi, blu) e poliziotti molto umani e molto cattolici che poi finiscono su Rai Uno.

Lo scrittore in difficoltà economiche non scrive più, in questa Italia provinciale e meschina, più spietata con le minoranze intellettuali che con gli scafisti, più dura verso chi ha pisciato sulla targhetta di riconoscimento che con il criminale mediatico.

Perché uno in difficoltà economiche dovrebbe scrivere? Dev'essere proprio uno stronzo visionario, se lo fa. Un figlio dei fiori con l'ano deformato dalle utopie. È ingiustificabile scrivere, quando non si hanno nemmeno i mezzi per sussistere. È un suicidio non assistito.

Si va dalla colossale ignoranza del non lettore, del non istruito, del non curioso, al sulfureo progressismo dimostrativo dell'elite mentale che si scrive addosso e pubblica pure, tutta presa da diatribe invecchiate male, da filosofie orientali fraintese, da voglie di purezza alimentare, sessuale e spirituale.

L'Italia è il paese delle cricche, delle crocchie e delle nicchie, ma anche delle tacche, delle cacche, delle marchette e dal malmostoso rifiuto per chi ha fallito la buona rivendita di se stesso.

Ma bisogna essere onesti. Se pubblicassero me, dopo il famoso 'silenzio creativo' che ha divertito alcuni miei detrattori, io non penserei affatto che il vento è cambiato. Non ho la soluzione, sono uno dei tanti. Uno dei tanti che ci ha provato, ci è riuscito in parte e non arretra ora, anche se è un po' comico che quando incontro persone che pubblicano regolarmente sembra io non possa più qualificarmi come scrittore, perché la cosa stride.

Non porto con me discorsi ed idee rivoluzionarie, non sono l'autore incompreso, non mi giudico 'troppo avanti', anzi. Porto con me una specie di nero seppia misto a vento. Gli Ossi Di Seppia erano di Montale, un nome che ho anche vergogna a menzionare qui, per la sua reale grandezza.

Quando mi capita di trovarmi in mezzo a gente che scrive ed è riconosciuta per questo, mi sembra di essere il bassista di un gruppo punk finito in una festa dove ridono e bevono Baglioni e tutti quelli che sono andati almeno una volta da Fazio, per la gioia delle sinistre (dis)unite con il culetto sempre lindo.

Non cerco ganci. Vado a fumare su balconi o in sgabuzzini, e lascio che le parole luminose mi trapassino. Io sono uno senza pazienza.

Staremo a vedere.



LdP, 6 luglio 2015



Tracklist:

Periphery – Zero

Les Discret – Chanson D'Automne



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