04/07/15

Allume di rocca


Mi sveglio all'alba con una canzone degli Anathema, ma appena mi alzo in piedi mi viene in mente un favoloso disco di Toni Esposito, “Processione sul mare”. Lo scoprii diversi anni fa accontentando un cliente che mi aveva chiesto rarità di simil-progressive napoletano (è stato nuovamente ristampato nel 2014, per la cronaca) e da allora non me ne sono mai staccato.

Ed è, quel disco, un lavoro “napoletano”, che viene da un artista napoletano e a Napoli si ricollega, sfruttandone la luce, le suggestioni, i sapori e le inclinazioni. Bellissimo.



Ma la fase di risveglio è durata molto. Per una mezz'ora ho pensato alla Fiorentina ed alla nuova stagione, che al momento si staglia piuttosto deludente e controversa. Ho pensato al nuovo sponsor tecnico, Le Coq Sportif, i cui prodotti mi piacciono da molto tempo. Ho pensato che sono finiti a puttane i rapporti con Montella, Neto e ora pure con l'esoso Salah. Mi domando se non ci sia qualcosa che non gira al meglio. Fermo restando, però, che io sono attaccato alla maglia. Non ai mercenari. I mercenari sono solo uomini. Gli ultimi idoli in viola per me sono stati Gabriel Omar Batistuta e Angelo Di Livio, per la tempra e per lo spirito di sacrificio. Quando la Florentia Viola si dibatteva nella melma della c2, con partite ridicole e deprimenti, io ero lì a soffrire, senza un solo dubbio, senza che la fede si scolorisse di un pixel.

Ho letto su un giornale che la viola tratterebbe il portiere del Borussia Dortmund, Roman Weidenfeller. È uno di quei portieri che adoro, mi farebbe un gran piacere, senza nulla togliere a Tatarusanu. Mi piacciono i portieri tedeschi. Per me Neuer meritava il Pallone D'Oro. Mi piacciono anche Adler e Ter Stegen, ma Weidenfeller in viola sarebbe un mezzo sogno.



Nel dormiveglia, come sempre, confondo la voglia di caffè con i ricordi, la smania di conoscenza e di miglioramento con la frenesia delle tappe fantasma, e non riesco ad impedirmi il ritorno in mente di volti, voci, nomi, tutta la folla di persone che ho conosciuto negli ultimi dieci anni. Un'arca di Noè mezza sepolta dalle onde, un bastione spettrale che a volte somiglia ad un elenco di caduti, di vittime del tempo diverso. Mi rendo conto che anche i più sinceri avvicinamenti hanno patito un imbarbarimento, che è esiguo il battaglione di resistenza rimasto incorrotto e non divelto o inquinato da una memoria più esigente, selettiva, ai limiti della spietatezza.

Sempre con l'odore di caffè nel cuore, con un mezzo sorriso mi viene da pensare ad eventi, traiettorie, annusamenti andati in vacca, propositi di complicità asfaltati dalle circostanze.



Non ho mai amato le dichiarazioni e le affermazioni che si rivelano, da subito, destituite di ogni fondamento.

Le dichiarazioni, ma anche i giochetti, i tentativi di ripulire la scena in tempo reale, rendendola apparentemente innocua, quando invece nasceva, in tutta evidenza, da propositi e congiunture di ben altra natura.



Ad un certo punto della mia vita, ad esempio, ho perso il conto di quante volte sono stato definito, per celia, per abbrutimento, per gioco, un amore tanto ideale quanto impossibile. Ma di impossibile non c'era nulla. Tangibilmente, nulla mi rendeva irraggiungibile o sbagliato. Era un gioco. Lenza, verme, carcassa, onda marina. Ma non impossibile. Nessuno è impossibile, perché nessuno di noi non è altro che un tragitto agitato verso un ignoto spesso insopportabile.

Ancor più nutriti i casi persone legate che sembravano accogliere con piacere e simpatia forme di tentazione più o meno esplicite, ma che al momento opportuno se ne uscivano con esternazioni livide, gonfie di un tono di totale riprovazione: “Tu volevi giocare con me, ma non te lo consentirò”.

“Io ti conosco. Sei un figlio di puttana, ma con me non attacca”

“Non hai nessun senso di amicizia... pensavo che tu volessi bene a Protagora, ma mi sbagliavo”, questo nel caso in cui fosse coinvolto qualcuno che conoscevo. Amico è una parola grossa, diciamo conoscente.

Lo dicevano, ma si infastidivano se smettevo di essere ambiguo, di far intuire un qualche turbamento trascendente. Non si sentivano più regine di picche, dee della notte e fuochi d'artificio.

Il ruolo che mi si attagliava di più, non ci misi molto a capirlo, era quello di alter ego. Di variante. Di sbandata “esotizzante”. Speravano, alcune, che io potessi dedicar loro dei racconti. Un romanzo. Persino delle banalissime note su un blog. Sognavano di essere sognate. Non c'era altro. Non c'era una sola stilla d'amore o di passione che smettesse, anche per un solo istante, di rimirarsi allo specchio o scavarsi dentro, in una forma introspettiva maniacale e autoreferenziale, una gigantesca coda di pavone spampanata con tentacoli iperattivi.

Io non mentivo. Non parlavo d'amore. Non parlavo d'altro che di consumazione accelerata della vita e nemmeno del sesso, io pensavo solo di aver capito che per dimenticarsi bisogna fare un po' di casino. Alla poesia, finite le guerre di speranza, non ci pensavo proprio più.



Ho sempre guardato alle donne come ad una categoria infinitamente superiore a quella cui appartengo. Reputo la maggior parte degli individui di sesso maschile noiosi, prevedibili, patetici quando vogliono giocare con la storia di eros e thanatos, muscolosi polli d'allevamento quando esibiscono la molto presunta potenza dei loro genitali, totalmente ridicoli quando giurano eterno amore e magnificano le loro mogli e compagne, illusi e in fase di autoconvincimento quando sostengono di non tenerci a riscuotere successo presso il pubblico femminile.

Il volano del maschio è il cazzo. Non l'anima. Il timone è il cazzo. Il cazzo è il generale golpista di ogni maschio che si autoproclami forte ed autentico. Il cazzo è persino il pennino fuori moda con il quale scrivono tediosi libri, sperando di far breccia nella propria vanità e tra le cosce umide della loro fantasia in costante fibrillazione. Sin da ragazzo, pensando a come scopano gli uomini, ne fuoriusciva l'immagine di un discobolo di burro, un istruttore di palestra con la lingua da fuori e un afrore intimo muschiato e provinciale, un animatore di villaggio turistico tutto intento a spingere la testa della donna verso il suo bacino, dopo aver cercato di rendere minimamente originali e funzionali complimenti di grana grossa.

Non ho simpatia per i maschi. Sono prevenuto e non penso che la situazione muterà. In più trovo che il cazzo sia spesso un soprammobile buffo e non capisco come possa piacere e fare gola. Molti uomini portano il cazzo come un orologio o un braccialetto; la sera potrebbero tranquillamente infilarlo nel comodino. Nessuno piangerebbe per questo.



Ho notato, per giunta, che sono molti quelli che coltivano fasulli amori segreti. Il più delle volte si tratta di tentazioni ed infatuazioni non andate a buon fine illo tempore. Non costa nulla idealizzarle, quelle infatuazioni spesso in bianco, e sembra essere sufficientemente eccitante metterne l'altro, ovverosia il soggetto prescelto, a parte: “Non ti ho mai dimenticato”

Ma cosa non hai dimenticato?

Le trattative infruttuose? Le bugie frammiste al “senso di confusione”?

Ti manca, e sto parlando ad un tu ideale, poter dire di nuovo “non posso, non posso” meglio di un'attrice?

Ti manca fare un uso smodato di “forse”, “un giorno” e repertorio similare?

Forse manca l'ingrediente più banale: l'eccitazione del proibito. Ma sono cose da ragazzini. Ti ci facevi le seghe nel 1986, con questa roba. Oggi è cibo adulterato, è una scodella piena di merda che non mangeresti neanche in stato di prigionia.



Consumato il primo caffè della giornata, con una mezza risata a bocca chiusa ricordo anche quando mi veniva detto “non mi piaci, non so perché sto con te”, pur continuando a tener viva la liaison. C'era sempre qualcuno di più rilevante, di più gradito, a tener vive le fantasticherie da periodico scandalistico dell'anima, a mettere pepe sulle emorroidi, a flirtare con una loffa di Schnitzler, a scaracchiare liquirizia e collutorio sulle poesie di Hikmet o Salinas.

La miglior poesia d'amore che ho letto negli ultimi dieci anni è di Esarco Carandente, un pensionato che vive un po' più giù di casa mia.

Recita così, più o meno:



“Ho cambiato profumo

Per farmi pensare come un vibratore con l'anima

Ho iniziato ad usare i boxer monocolore

Per scalare le posizioni della seduzione postmeridiana

Mi sono fatto sbiancare i denti e ho conservato il tartaro per punirmi

Pur di sorridere al futuro anteriore della tua mente sensibile

Mi dicesti che la pasta trafilata al bronzo faceva male

Ho smesso di mangiarla per darti prova d'amore

Ho evitato di guardare le cosce di tua sorella

Ho evitato di pensare alla bocca della tua amica

Ho evitato di inviare sms alle mie ex

Ho imparato l'arte del salto interrotto per evitare la tristezza del condom

Ho finto che mi piacesse la musica di sinistra

Ho finto di credere che non hai mai detto ad un uomo “solo con te godo”

Ho finto di non capire che quell'attore spagnolo ti eccita sessualmente

Ho finto di credere che quel tizio che conosco non ti ha mai vista nuda

Ma

Ma sono ancora qui a casa con mia madre

Guardo le gambe della conduttrice di La7 e mi tocco forte

Come quando ero ragazzo

Schizzavo dappertutto, sembravo un gatto

Mi sento solo e non so scrivere canzoni

Ma che cazzo volevi?

Cosa cazzo volevi?”



Il sapore della prima sigaretta della giornata è sempre un mezzo orgasmo. Ti fa rivivere quarant'anni di vita in sei minuti, ti annerisce i polmoni più di una canzone triste e più di un errore.

Il riassunto involontario prosegue mentre mi lavo e mi vesto. Penso alle figure di intellettuali (o presunti tali) con la paura di fallire; in quelle fasi, perché sono fasi, cercano sempre alleati per gridare al complotto, all'ignominia. Lo scrittore che ha il blocco o non riesce ad avere successo (quelli che Piero Chiara definiva icasticamente “scrittori da venticinque lettori”) passa il tempo a denigrare gli altri, quelli che pubblicano e hanno riscontri, possibilmente facendo nomi e cognomi.

“Hai visto quello stronzo di Condor Ghiffa? Ha pubblicato per una major... le sue storie fanno schifo, chissà chi lo ha introdotto... ed io qui... io e te qui... al palo... che ingiustizia”

Ma non ci vorrà molto che il cristiano in questione, magari baciato da un'idea geniale o da una convergenza fortunata e ben sfruttata, finirà tra le braccia proprio di Condor Ghiffa, non lesinandogli complimenti e attestati di stima pubblici. È così che gira il mondo. Come un girasole un po' troia.

Perché diciamocelo, lo scrittore più che un anarca o un pavone è proprio tendenzialmente stronzo ed autoreferenziale. Se lui pubblica, se a lui gira, del mondo se ne straccia le vesti. Ed è poco credibile la storia dei mutui aiuti, dell'ensemble creativo; la mattana della collettività gli fa comunque gioco personale e bersela è da lombrichi.

Da ragazzo contattai qualche scrittore famoso, ma restai molto deluso, più per la mancanza di palle e per l'ipocrisia che per il trattamento. Non ti dicevano “non vali un cazzo, e se pure tu valessi sai quanto me ne fotte a me se pubblichi o meno?”. No, ci giravano intorno, e nel tentativo di cortesia strafottente risultavano ancora più sgarbati e tronfi. Tantissimi anni dopo, mi capita ancora di imbattermi in qualche artista -musicista, pittore, multidisciplinare con brio, sillabico spadone o plettrista d'antan- che ti annusa, cercando di infilarti in una terra di nessuno, ora vediamo, non so bene, di che ti occupi, hai un blog? Poi non lo vanno nemmeno a vedere. Poi magari si aspettano che li supplichi, perché tu poi chi cazzo saresti? Ma a me piacciono i rapporti paritari. E poi ho conosciuto ultimamente più musicisti gentili e non deludenti che ampollosi tromboni tutta spocchia e paillettes mnemoniche di un passato che non tornerà comunque mai, neanche sotto forma di diritti d'autore. Alla pari sono a disposizione, non alla pari te ne puoi anche andare affanculo.



Esperimento socioantropologico.

Chiudo la pagina facebook che recita come inquietante titolo “Luca De Pasquale freelance writer”. Non significa un cazzo. Freelance writer in Italia serve meno che dire “sono etero ma nel weekend, per pagare le bollette, me lo faccio sbattere in culo”.

Orbene, chiudo la pagina con un annuncio: “TRA UNA SETTIMANA QUESTA PAGINA SARÁ CANCELLATA. CHI VUOL CONTINUARE A SEGUIRMI PUÓ ADERIRE A QUELLA SPECIFICA SUL BLOG. GRAZIE” (allego link)

Quella pagina aveva 188 likes. Non faticosamente sudati, ma spontanei. Cifra piccola, ma tant'è. Nessuno dei 188 likatori ha aderito alla nuova pagina. A dire il vero, alcuni già erano su entrambe, ma nessuna adesione dopo l'annuncio. Le visite sul blog sono rimaste quelle di sempre, dignitose. Devo pensare -ma ne ero certo- che dei 188 like il buon ottanta per cento era stato messo a cazzo di cane. Manco io fossi uno che si offende. Io non mi offendo per queste piccole troiate. Ma non capisco l'incoerenza.

Come non capisco l'ossessionare le persone con richieste di “join” e like quando non c'è un minimo di rapporto umano o addirittura c'è freddezza e qualche mezzo torto.

Sono movimenti di scarsissimo interesse, ma li esamino comunque. Se non altro ho riparato ad un mio errore: aprire una pagina con il mio nome. Un atto banale, ma insensato: lo penserei anche se fossi sotto contratto per uno dei colossi, quelli che ti forniscono due o tre agenti, un'opzione per quattro opere e ti spingono ad essere intervistato da TeleRagade sulla crisi in Grecia o sulla liaison Boateng-Satta.



Amo molto Piero Chiara, che sto avidamente rileggendo. Chissà, pur ispirandomi parzialmente alla sua maliziosa leggerezza e al suo adorato lago (con peccati annessi), se gli sarei piaciuto. Credo di no, perché Chiara detestava la volgarità e il turpiloquio ed era un narratore. Avrebbe trovato molte delle mie pagine ridondanti e autocelebrative; del resto me lo hanno pure detto, vincendo qualche zuccherino, perché non sono uno che se la lega al dito o al pistone.

Mi avrebbe, ne ho quasi la certezza, giubilato come un provocatore stantio dell'era moderna, qualificandomi -con buon diritto, dalla sua torre eburnea- come “scrittore da venticinque lettori”.

Io non so quanti siano davvero i miei lettori e che curva di consenso lambirò negli anni a venire.

Penso però che non sia il caso di romper loro i coglioni con marcamento stretto per un finto apprezzamento; non far finta che mi leggi, ma likami e vieni alle presentazioni, quando mi concedono di partecipare ad un'antologia con un racconto ripulito, “adatto alla situazione”.



LdP, 4 luglio 2015


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