07/07/15

Accendere candele e dimenticarsi


L'ho scritto più volte: gli Anathema sono uno dei gruppi cui sono più legato. Rappresentano una parte del mio cielo. E non è poco. Frettolosamente relegati nel metal, gli Anathema incidono canzoni su carne; sono canzoni che vanno a modularsi con il respiro, con il modo di guardare, con le emozioni difficilmente dichiarabili.
Il cielo di oggi, velato di umidità pesante come e più della tristezza, è orribile a guardarsi. Cielo estivo senza bellezza. Cielo bianco gas che appesantisce il cuore e il petto. Ho voglia di mille canzoni degli Anathema.
Per esempio 'Looking outside inside'. Bellissima.
Per esempio 'A fine day to exit', da ascoltare in uno stabilimento deserto alle prime ore del mattino. Necessità fisica di queste canzoni. Necessità di non partecipare all'estate. Necessità di essere un altrove, un mio altrove, di essere coraggio e rottura, ricordo infranto, fiammifero, separazione, equivoco, distanza.
Necessità fulminante di prendere distanza dal mio nome. Da quello che rappresento e mi rappresento. Da quello che significo un giorno sì e due no per chi mi guarda.

Mi ricordo oggi della signora Clementina, che corteggiava con tanta insistenza mio padre su quella spiaggia dell'infanzia, nonostante l'aleggiante presenza di mia madre. Non capivo perché quella donna insistesse tanto con lui. Era sposata anche lei. Era una bella donna e non mi guardava mai. Le ero d'impaccio. Mio padre piaceva anche alla signora Wanda ed io ero un bambino triste che voleva spaccare il mondo. Perché mi era sembrato di capire che ogni emozione mi destabilizzava, mi costringeva a scegliere, ad inebriarmi e poi a smontarmi.
Mio padre era un uomo molto serio e non sembrava affatto interessato a tutti quei corteggiamenti. Mi interrogavo sulle manovre apparentemente innocue di quelle donne. Quelle situazioni platoniche non portavano comunque disagi, sofferenze, senso di solitudine? Ero troppo piccolo per capire. Rinunciai presto a trovare delle risposte. Ricordo solo che aspettavo si facesse sera, perché mi piaceva da morire la luce del lungomare, e se c'era vento mi sentivo proprio a casa.

'Emotional winter'. Sempre Anathema.
Non la posso ascoltare più di due volte a settimana. Mi fa pensare agli odori nelle case che non conosci. Quando entri, vacilli sempre un attimo. Non riconosci. Catturi qualcosa e hai anche smania di perderlo alla svelta. Mi fa pensare a quelle situazioni vissute e banali, guardare la sconosciuta al ristorante e rendersi conto che non le potrai dare niente se non un abbraccio da pipistrello, un equilibrismo mezzo drogato, una spiegazione balbettante, una storia personale e non universale, che rimarrà nei discorsi a mezz'aria come una battuta surreale senza seguito, come una suggestione decisa a non mantenere le promesse.

'The silent enigma'. Ancora e ancora Anathema.
E chi l'ha mai dimenticato quel film di Bertrand Blier con Patrick Dewaere, “Beau-père”. Lui che è un pianista fallito, con quella faccia, con quell'impazienza gestuale, con quella disperazione trattenuta da burattinai interni, stuntmen della rassegnazione. Non ho mai dimenticato quel film con Patrick, la sua espressione tra il desolato e il farsesco, la musica di Philippe Sarde, il pianoforte, le sigarette poggiate sopra. E ancor meno ho dimenticato il nuovo amore salvifico di Remi Bachelier/Patrick alla fine del film, gli occhi di lui quando decide di ricominciare, ma con quello sguardo che sembra nascondere pezzi smarriti e non recuperabili.
Patrick Dewaere è stata una figura fondamentale nella mia immaginazione di ragazzo. Adoravo la sua recitazione sopra le righe. Non mi stancherò mai di ripeterlo. La condanna che si portava dietro, la sua sensibilità eccessiva, smodata, autodistruttiva, la sua fragile sbruffoneria, erano tutti elementi che sentivo in parte miei e lui sembrava rappresentarli al meglio. Nessun film mi somiglia più di “Sèrie Noire” di Corneau. Quasi più de “La prima notte di quiete”, ed è tutto dire. E della somiglianza me ne sono accorto grazie a Patrick Dewaere.

'A simple mistake'. Quella che amo di più. Alla follia.
Mi piace la parola errore. Mi ha sempre fatto pensare al movimento e al coraggio. All'ostinazione. Alla resistenza. Al tentativo di non farsi imboccare. Mi piace l'errore perché mi fa pensare ad un dopo più delle ventate di felicità così minate e temporanee, così indimostrabili. Le cose migliori della mia vita le ho raccolte dopo gli errori. Sono stato più vero. Più fragile. Più sensato, persino più elegante. Gli errori compongono l'amuleto dell'anima, la sua cifra notturna, la sua dedizione al senso da trovare attraverso la continua scomposizione.
Metti su 'A simple mistake', abbassi le luci e ti ricarichi. È meglio del temporale. Infinitamente meglio delle bugie. È la candela che accendi nella chiesa inesistente, è il bacio che lasci sullo specchio al quale hai detto addio, è la bambina che piange per le scale del tuo palazzo e non saprai mai perché.
Riuscirai solo a dirti, da vigliacco, da sopravvissuto, che non è colpa tua, che non hai fatto niente. Almeno questa volta.

Luca De Pasquale, 7 luglio 2015





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