24/06/15

Una grande distribuzione di merda


Trovo inconcepibile la musica senza basso. Ce n'è. Un pezzo senza basso, sarà un mio limite, non mi dice niente. Non mi trasporta. Non mi conduce. Non posso utilizzarlo per avvicinarmi alla vita, ai sogni, a me stesso, agli altri. Senza basso non funziona mai.
È così da quando ero adolescente. Da trent'anni a questa parte mi sveglio con dei giri di basso in testa e spesso sono costretto ad andare a ripescarli in montagne di musica trattenuta o dispersa.
Perché ormai mi è difficile identificare subito quello che mi è magicamente tornato dentro al risveglio. Dimentico di voler ricordare, rimuovo e passo avanti. Tanto tornerà. I giri di basso tornano sempre.
Il groove del basso è sempre lì dietro l'angolo, ad accogliermi in una nuova metronomica ossessione, a dare ritmo al camminare, allo scrivere, al pensare.

Incontro ancora gente che si dice dispiaciuta che io non “venda” più musica. Ormai mi sono stancato di rispondere. Vedo che è molto difficile distinguere tra una persona innamorata della musica e un venditore. Ho provato a spiegare, ma evidentemente non ci sono riuscito appieno. Così come è stato durissimo far capire che la scrittura non è un hobby, pubblicazioni a parte. Quando ho pubblicato il primo libro solista nel 2004 e i racconti nelle antologie, tutto nell'arco di un tempo ragionevole, gli stupidi mi dicevano “ricordati di me quando diventerai famoso”. E dicevano pure sul serio. Una cosa assurda, talmente idiota che non riusciva neanche a divertirmi.
Ma come si fa a credere che scrivendo ci si metta a posto economicamente? Solo l'ignoranza può portare pensieri del genere. Queste stesse persone, probabilmente con la stessa espressione ottusa e “momentanea”, mi hanno in seguito suggerito di perseguire altre passioni. Perché il tempo era trascorso e loro non riuscivano proprio a capire perché io perseverassi. Certo, se il metro di giudizio è rappresentato dal successo e dal riscontro, nessuno farebbe più un cazzo. Io ho scelto da piccolo di continuare in direzione ostinata e contraria e non recederò di un passo.
Ma loro mi consigliavano di cambiare passioni. Anzi, non altre passioni; “altri hobby”. Li ho cordialmente invitati ad andare a distribuire qualche fellatio in giro.
La verità è che parlare sta diventando superfluo e anche un po' noioso. Le persone se ne fottono delle verità, delle verità che ogni individuo, pur tra mille errori, si porta dentro. L'importante è formularsi un giudizio, un'idea, dare una definizione nella quale, quando capita, andare a ripescare quell'individuo. La gente vuole sentirsi dire che va tutto bene. Quasi sempre. Se dici che non va bene, si sentono molestati, turbati inutilmente, e schiumano fastidio, a volte si indignano. Il più delle volte lasciano perdere, con finta eleganza. Metti di fronte a una persona pavida la tua scelta di essere in bilico tra sogno ed autodistruzione, quella persona scomparirà velocemente dai tuoi orizzonti.
Potrebbe essere una fortuna, a conti fatti.
Ricordo il pubblico al teatro, quando recitarono alcuni testi tratti da quell'antologia, tra i quali uno mio. Si vedeva che volevano sorridere. Volevano sentirsi spensierati, sotto la parvenza di un ingegno impegnato in qualcosa. Nessuno sguardo mi entrò dentro quella sera; al limite potevo percepire un mezzo profumo di scopata curiosa e morsi, l'ovvia micosi del colpo di scena. Poca cosa. Il pensare positivo è una delle più peregrine ossessioni di quest'epoca, non posso fare nient'altro che sgrullarmi e salutare con un'alzata di cappello. Il pensare positivo rompe più altro che i coglioni, è una delle tante mode.

Mi dispiace che non vendi più dischi”
In culo. Come se la mia massima aspirazione -e non parlo di lavoro- fosse stare dietro una postazione con una divisa tipo la nazionale di pallamano della Guinea Bissau a sentire, tranne preziose eccezioni, stupide richieste improntate alla più becera forma di consumismo a coda di pavone.
Le casacche sono merda, le divise aziendali sono merda.
La grande distribuzione è una montagna di merda che serve gli individui più mediocri del sistema, e di individui ancor più mediocri ed inetti si serve per organizzare il tutto. Ci sono finito dentro. Non sono ricco di famiglia, non potevo girarmi i pollici, aprire locali o mettermi a fondare fottute organizzazioni no-profit. Non potevo fuggire in campagna a fare il poeta che si divide tra cavallette, fieno, salutismo campestre e sesso con i piedi che intanto puzzano di erba e di formaggio sincero.
Ci sono finito dentro, ma mi sentivo dinamite sotto cumuli e cumuli di diarrea, di paura della povertà, di pochezze professionali elevate a leccate di culo inutilizzabili, mi sentivo come un terrorista in un plastico di Vespa.
Eppure, a qualcuno piacevo in divisa, in livrea, ero bene o male finito in un pezzetto, anche se inconsistente, di società sdoganata e sdoganabile, comunque era un lavoro. Stavo lì. Potevi trovarmi lì. Potevi venire a scambiare due chiacchiere distraenti con il commesso di fiducia. Molti hanno bisogno di queste stronzate, come dei dolci la domenica.

Poi, era esotico che scrivessi pure. Mi caratterizzava. Mi rendeva simpatico, diverso nei limiti. Non mettevo bombe, scrivevo. Mi beccavo qualche sorriso. Mi ci pulivo il culo, con quella tipologia di sorrisi. Oltretutto, non rompevo le scatole con l'impegno civile e mai lo romperò, ci sono tanti omini con i baffetti e il collo raggrinzito ad urlare slogan svuotati, sarei stato di troppo. La società italiana è irrecuperabile, i buoni sembrano delle controfigure patetiche ed agitate, i cattivi sono solo dei borghesucoli impegnati ad accaparrarsi privilegi, ammontonare soldi e precetti morali da disattendere sotto le coperte e nei pubblici uffici. Non c'è da moralizzare, è un verme malato la società italiana, è il nulla che parla continuamente di dignità senza sapere di cosa si tratti realmente.
Non mi aspetto nessun miglioramento, e non lo dico per scaramanzia. Ma che scaramanzia. Faccio resistenza. Mi ammutino. Rifiuto. Mi sottraggo. Disobbedisco. Disobbedisco da mollusco: ci vuole stomaco proprio per questa condizione lillipuziana. Ho scritto stomaco, non eroismo.

Ripeto, non sono il tipo che andrà a coltivare rape in campagna. La campagna non mi piace e non mi appartiene. La natura mi interessa molto meno dell'immoralità degli esseri umani. Sono un immorale urbano, e nella cinta urbana resterò, disobbediente che non vuole compagni tra i piedi, non faccio carte con predicatori e santoni, che me lo leccassero, non porterò mai regali al capo di turno. Strozzati con i cremini, padrone figlio di puttana. Non pago l'obolo della gratitudine. Guarda in ultima fila, razza di stronzo dal temperamento padronale e organizzativo, non ci sono: sono e resterò assente alle parate.
Me le ricordo bene, le riunioni con il direttore in stile predicatore americano che arringava i plaudenti, che li esortava al concetto meraviglioso di “grande famiglia”. Tutti cercavano di incularsi a vicenda, ma si applaudivano forte quelle stronzate. Ci portarono in dote persino una specie di consulente psicologico che avrebbe dovuto indagare nelle nostre menti e nei nostri cuori di venditori e di schiavi, uno con il Rolex al polso che turbò le impiegate più sensibili al fascino dell'uomo riuscito. Non dissi una sola cosa vera, a quel tizio. Tu non sei Jung, tu non sei Raymond Carver, ti manda il padrone, ti manda il coglione imbevuto di sciocca cultura aziendale ricalcata sul modello statunitense: io ho il diritto di prenderti per il culo. Perché per le quattro cazzate che dici e per i concetti che cerchi di inculcarci guadagni in una botta quanto faccio io in due mesi e mezzo. E poi, colpa non smacchiabile, ti manda il padrone. Io non amo il padrone. Io sono un operaio. Non mi faccio regalare panini al prosciutto e cocktail per tenere la bocca chiusa. Sono rosso più di tanti rossi ufficiali, ma non mi faccio amici nel sindacato, gli stessi amici del padrone, le stesse connivenze, lo stesso squallore.

Ci si tiene a sentirsi dire che va tutto bene, In questo, io accontento tutti. Sono una brava persona.
Per i soliti pochi va tutto bene. Certo che a loro va bene. Però, se serve, posso dire che vada bene anche a me. E in fondo va bene. Perché sono ancora qui. Riesco a guardarmi ancora allo specchio, anche se di errori ne ho fatti a iosa e nemmeno me li perdono.
Scrivere non salva, lo ripeterò fino all'ultimo. Forse è anche peggio. Perché è come se ti accorgessi di tutto e avessi anche il tempo di approfondire le percezioni, i contesti, gli orizzonti. Scrivere non significa affatto essere sensibile e ben incamminato. È un luogo comune. Non esiste lo scrittore della porta accanto, quello confidenziale e concavo, accogliente. Scrivere è una frontiera di resistenza, non è la banalissima seduzione del lettore.
Discettare di grandi amori e nobilissimi ideali va bene per forum sulla sifilide o rubriche di consigli sessuali e amorosi, gestite dalle inchiavabili mogli di qualche trombone mediatico.
Non sempre uno che scrive ha voglia di essere preso per un alfiere della cittadinanza e della coscienza civile. Io scrivo con l'animo del cecchino, dell'amante nudo e tremante in un motel con le lenzuola sporche di sperma e sangue mestruale e le croci sulle chiese mi mettono addosso una malinconia indicibile e un fervente senso di morte. Quando scrivo sono borderline. Quando scrivo sono fottuto e lo so pure. Quando scrivo, so che la salvezza ha bussato alla porta del vicino e ha lasciato solo un depliant sotto la mia, opuscolo mal scritto che utilizzerò per affrontare le notti in cui non si respira per troppa coscienza.
Scrivere non significa avere voglia di scambiare tossine con gli altri. Scrivere è un atto privato e il più delle volte è un esercizio sterile e narcisistico. A volte scrivere è come cacciare il cazzo duro dai pantaloni e aspettarsi che qualcuno ci sputi sopra incuriosito.
Altre volte è come scoparsi la carità altrui, l'obbligo di essere compresi, rifocillati, l'obbligo suggerito di far innamorare qualcuno.
Nessuno è obbligato ad innamorarsi. Nessuno. È un qualcosa di cui ci siamo convinti per affrontare meglio la clessidra difettosa, per sfoderare la grinta e l'euforia dei periodi migliori. Ci innamoriamo di quello che sembra fare al caso nostro. Penso di non fare al caso. Neanche al mio. L'importante è essere reali e cercare di restare autentici secondo la propria miope percezione, anche se questo comporta qualche onta e qualche ricusazione.

Gli operai attaccano a lavorare sulla terrazza sopra la mia testa alle 6e45 del mattino, perché lavorano sottopagati e la cosa forse non è nemmeno regolare, devono finire in fretta e furia. Sono sveglio dalle cinque, ma la cosa mi disturba egualmente. L'istinto mi spingerebbe a salire sopra e prendermi questioni, ma credo che verrei alle mani e poi è inutile prendersela con gli operai. Resisto. Non voglio iniziare male la giornata. Giorni fa sono sceso a parlare con un sedicente funzionario Enel indossando dei guanti tagliati di pelle e quello ha pensato che volevo gonfiarlo, si è indignato. Poteva anche finire in quel modo, non posso negare di averci pensato. Non passa una giornata che qualcuno non ti rompa il cazzo in qualche modo. La quotidianità vampirizza, rende isterici. Non sopporto i precetti solenni, trovo indecenti le campagne aggressive di sensibilizzazione (oltre che molto retoriche), non mi piace che qualcuno mi dica cosa devo mangiare, chi dovrei pregare, a chi dovrei leccare il culo, che tipo di legame sentimentale mi si addice. Figuriamoci come posso essere “portato” per quella forma di cultura aziendale che prevede, già dal suo atto formativo, la reattività di un cerebroleso. La verità è che un anarchico non può finire a lavorare in una grande distribuzione. Eppure è successo.

In cucina c'è una colonia di formiche. Le schiaccio disordinatamente, le elimino senza stare a pensarci. Qualche animalista mi farà il culo per questo? Lo aspetto sotto l'arco della porta. È così che veniamo schiacciati, senza che qualcuno ci pensi realmente, senza decisioni, senza norme che abbiano un valore. Si resta schiacciati per leggi di grandi numeri, per l'alternanza della casualità, e perché il potere, qualsiasi forma di potere, nasce in palazzi lussuosi dove ogni immagine votiva è solo una foto della piccolezza dell'anima.
Chissà se le formiche hanno un sindacato non colluso con formiche padrone. Chissà se le formiche sono state costrette a guardare ore ed ore di slide atte a spiegare come si vende, come si sorride, come si truffa, come essere schiavi senza protestare, come sposare un marchio e mai, mai più, la propria anima.

Luca De Pasquale, 17 luglio 2014




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