04/06/15

Notte d'estate con ferite accese


Non si respira, non c'è tregua. Pausa di lavoro, lo stereo passa "No problem" dei giapponesi United Future Organization. Voce di Mark Murphy, contrabbasso ad opera di Isao Suzuki. Roba che scava nell'anima e non lo si può impedire.
Attesa di qualcosa. Si passa la vita ad attendere e poco a gustare. È più forte il desiderio della sigaretta che il fumarsela.
Concepire un viaggio, un cambiamento, una traiettoria e poi perdere la memoria subito dopo. Pregustarsi una soddisfazione e distruggerla nel mentre, disinvolti, stanchi e insofferenti.
Prendere sotto gamba un dolore. Fottersene. Evitare fitte allo stomaco con un sorriso al muro.
Per il caldo, ho tirato tutti i capelli all'indietro e per questo sembro un caratterista degli anni quaranta, mi incrocio allo specchio e mi trovo uno stronzo con i capelli unti e pochissima pazienza a disposizione.
Uno stronzo che ha caldo e che ha smesso di recitare da un pezzo.

Mi hanno chiesto perché Kurt Cobain si è ucciso.
Non lo so con precisione. Non posso capire fino in fondo il gesto di togliersi dai coglioni. Fino in fondo, dico. In superficie, capisco più di molti altri e intuisco forse il senso di suprema ribellione, di sprezzo, di rifiuto. Forse accade quando il cielo ti sembra una clessidra bucata e non ne puoi più di bugie. Ma, in fondo, le bugie sono anche la benzina migliore della resistenza. Ti mentono e tu perfezioni le barricate fantasma. Ti rispediscono a casa e tu ti disarmi, rinunci all'orologio e ti regoli secondo la luce che filtra delle finestre.

La luce della luna. Il pazzo indica la luna, l'uomo qualsiasi invece impara, e dopo poco gli sembra di conoscere ogni angolo, ogni oggetto della casa. Del rifugio. Dei pensieri che al mattino scompaiono come manie barcollanti.
Ogni attimo della giornata ha la sua musica, ha i suoi movimenti di contenimento; ogni singolo minuto ti chiede una posa per la foto da non scattare mai.

Mi metto a lavorare di notte, con pochissima luce e con quei capelli ridicoli tirati all'indietro, cera, acqua, sudore e noia. Non mi piace il rumore delle cose che finiscono. Non mi fanno paura i rubinetti che perdono. Detesto addormentarmi dalla parte sbagliata della mia fantasia e mi detesto quando mi ritrovo a dare spiegazioni. Di qualsiasi genere. Anche a me stesso.

Test per rivista da decerebrati: come ti piace scopare? In che posizione fai l'amore? Sei un tipo passionale? La tua partner sessuale gode davvero con te? Giochi deficienti che non andrebbero mai intrapresi. E come scopa la persona che ha stilato il test? Se si tratta di un uomo, quanti tatuaggi gli si deformano quando schizza? Nel caso di una donna giovane, che magari non vuole figli, dove permette al partner di sporcarla? La maggior parte delle volte si tratta solo di ansimare in modo ridicolo e scambiarsi promesse da tv drama, perché farci un test? Quando guardo un uomo, quasi sempre immagino la sua espressione tronfia ed effimera quando gli si indurisce il cazzo; quel senso di onnipotenza che offusca il giudizio, che pompa l'autostima come una bambola gonfiabile, ma tutto finisce dopo pochi minuti, spesso mortificanti.
Penso questa robaccia perché sono un romantico. Ci sto bene, in una dolciastra ballata dei REO Speedwagon, anche se il passo successivo è probabilmente un'overdose.

“Pronto Luca, come stai?”
“Mi consumo, tu?”

C'è che mi sono fissato con questo pezzo degli United Future Organization. Avrei potuto ascoltare questo pezzo a venticinque anni ed innamorarmi dei miei capelli all'indietro, questi capelli da stronzo pensoso che gioca con le parole e trascura fitte e risentimenti vari.

Non mi rileggo mai. Mai. A differenza di molti altri, che poco ci manca si sborrino addosso per l'emozione, la prolungata polluzione del proprio ego. Non mi rileggo mai. I miei sono passaggi. Salgo su un taxi e poi scendo; non saprò mai se ho macchiato il sedile di diarrea o l'autista si stava innamorando di me e di quella malinconia che non so proprio più gestire.
Ha una qualche importanza? Cambia qualcosa? Tramuta la confusione del mare in un sogno gestibile? Salva dall'erosione dei giorni?
No. E allora non conta niente.
Come non contano niente quelle grida di aiuto, “accorgetemi di me, a qualsiasi costo”, nelle quali mi imbatto sempre più stesso, rimanendo poi spossato e parzialmente disgustato.

Se mi rileggessi, se stessi attento a non distruggere il deposito d'argilla, non mi riconoscerei allo specchio, sfalserei la mia ombra, il mio desiderio di fulmini e non di ville sul mare.
Se avessi cura della mia dolcezza, scriverei delle canzoni di merda per gente che non esiste o per attori che si commuovono solo dopo il tramonto.
Sotto la maschera c'è un'insonnia mai sconfitta, e ai lati dell'insonnia c'è tutta la velocità della vita, con la sua affascinante crudeltà da riporto, perdi cinque e guadagni uno.
Non mi lamenterò mai di questo. Ma, allo stesso tempo, non mi rileggerò mai. I lampi durano poco, anche quando non portano veri temporali. Finiscono nelle foto, fanno il giro delle curiosità altrui e poi torna il sole.

LdP, 4 giugno 2015

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