08/06/15

Ma intellettuale un cazzo


Da ragazzo mi preoccupavo -ma sempre fino ad un certo punto- dell'opinione di quelli che non mi stavano sulle palle; non posso fingere che non mi interessasse piacere, interessare, intrigare ed incuriosire. Mi sembrava giusto non essere comunque sottovalutato, e dunque mostrare la mia verità del momento: che leggevo molto, che la musica non era solo una grande passione ma un vero e proprio studio, che sapevo anche scrivere.
Con il passare degli anni, mi sono reso conto che non puoi arrivare a dominare i pensieri altrui e ad indirizzarli a tuo piacimento, quale che sia il tuo raggio d'azione.
La maggior parte dei sentimenti che si provano sono delle suggestioni, a volte sofisticate e altre molto meno. Spesso sono bisogni che si intestardiscono. Paura di cambiare. Vanità. Arrapamento. Volgare cultura dei sogni. Smania di sentirsi vivi. Propensione agli altri per incapacità di restare soli. Bisogno di romanzi, di racconti, di parabole. Appunto, suggestioni.

Ogni tanto, nel circo di queste suggestioni, mi è capitato di sentirmi dire “tu che sei un intellettuale...”
Tu chi? Tu io? Dici a me? Dici proprio a me?
Non mi è mai piaciuto, quando qualcuno mi ha dato dell'intellettuale. Quest'indebita associazione stava più che altro ad indicarmi che la persona in questione era ignorante, per darmi dell'intellettuale.
Tutto sono stato e sono, fuorché un intellettuale. Non ho una cultura estesa, alcune cose fondamentali le ignoro, sono sensibile solo a determinate arti, sono stato un pessimo studente e questo in Italia ha ancora un suo peso specifico.
Ancora in molti mi chiedono in cosa sono laureato. Non sono laureato, rispondo sereno, serenissimo.
Sul volto dell'interlocutore vedo sempre formarsi una ruga d'espressione, un piccolo senso di smarrimento. E partecipo a quella delusione momentanea, mi viene una specie di tenerezza, per cui addirittura finisce che addolcisco la pillola. Mi fanno sentire in colpa, che non mi sono laureato. Cose da pazzi.
Ci vuole così poco a smontare la buona volontà della gente, tanto poco che i flussi di amori e di amicizie sono nevrotici, contraddittori, il più delle volte sono fuochi d'artificio spenti dalla prima pioggia.
Un tizio che mi ha fatto dei lavori è passato dal chiamarmi “dottore” a rivolgermi un “tu” adolescenziale, solo perché aveva appreso dalla mia bocca che no, non insegno al liceo o all'università, che non ho una laurea appesa in camera e che non c'è un garbatissimo filippino a spruzzarci sopra il Glassex.
Non ho mai avuto una vocazione all'insegnamento e forse nemmeno alla cultura in senso stretto. Ho una vocazione alla strada, alle debolezze umane, persino ad un certo senso di decadenza affettiva ed emozionale, ma non alla cultura con la c maiuscola. Ho una storica vocazione allo studio delle basse frequenze, ma per molti non è cultura. Sono hobby. Perché non sono passato per il conservatorio. Se suonassi l'ocarina con un rapper napoletano, allora sì che sarebbe tutto riconoscibile. E invece mi ostino con quei contrabbassisti dai nomi impronunciabili, che sembrano invenzioni: Teppo Hauta-aho, Pallino Salonia, il tubista Pinguin Moschner, i percussionisti Nippy Noya e Topo Gioia...
Non ho studiato storia. Non ho studiato letteratura. Di legge so poco, quello che basta per non mandarmi al gabbio. Non mi piace leggere cento libri al mese per arricchirmi interiormente. Non mi fa impazzire parlare di libri con la gente e magari suscitare una buona impressione. Non trovo sia interessante stupire il prossimo.
Ho studiato ed approfondito altro. Un “altro” che spesso (quasi sempre) non si accorda con la pedanteria tipica dei veri intellettuali, che finiscono per parlarsi addosso, per eccedere in pomposità descrittive, per pretendere un seguito fedele e nemmeno silenzioso; quasi tutti i “veri intellettuali” che ho conosciuto ci tenevano proprio assai a vederselo riconosciuto, lo status.
Per gli ignoranti, la parola “cultura” si accorda con “serietà”; come se tutti gli altri, quelli normali diciamo, fossero dei ragazzini, degli adolescenti protratti, dei volenterosi pieni di curiosità. Sembra che uno sia obbligato a collocarsi per forza nella sfera dell'accademismo, pena il finire intero nel velleitarismo. Insomma, se non sei certificato sei spacciato. Almeno in Italia.
Quando, finalmente, uscì in libreria qualcosa che aveva il mio nome stampato in copertina, riprese la storia dell'intellettuale. Ed io lì a cercare riparo. Era solo un libro, un cazzo di libro, peraltro anche bistrattato da quei due-tre critici tromboni di tendenza, quelli che ad ogni esordio grondante letteratura gridano al miracolo.
Io lo avevo pure detto al mio editore, non spedire copie a quelle tre mummie, che è inutile. Sono anni che si pisciano sulle scarpe, e poi il mio libro non è certo un capolavoro, lo sappiamo, gli dicevo. È rabbioso, adolescenziale e non esibisce profondità. Manca dei requisiti fondamentali per fare aria sotto i genitali delle persone profonde e per profumare nei loro cuori delicati, è solo il libro di una mignotta sballottata qui e lì, non lo mandare a quei tre stronzi.

Lo scrittore impiegato. E i cretini che usavano l'aggettivo “kafkiano”.
Dire “kafkiano” non regala eleganza, non mostra una buona cultura di base e non mi eccita, né associato a me né ad altri.
Lo scrittore impiegato risultava una definizione simpatica, accattivante, un minimo tocco esotico. Non mi sentivo un impiegato, ero già un fuoriuscito. Ogni giorno andavo al lavoro e da perfetto uomo medio pensavo di entrare in direzione e pisciare sulla scrivania del direttore. Non avevo l'ingenuità, o almeno l'ho persa prestissimo, di pensare ai colleghi come a degli amici. Si è poi vista, tutta l'amicizia. Ero stato buon profeta. Almeno non sono stato ipocrita.
Lo scrittore impiegato andava in cerca di riscatto sociale?
No.
Sperava ingenuamente di arricchirsi?
No, figurati.
Sperava che scrivendo il suo uccello potesse diventare oggetto di contese?
No, anche se avessi pubblicato per una major.
E allora che cazzo vuoi, perché scrivi?
Perché l'uomo comune, l'uomo medio, quale io sono, è come una puttana involontaria, dove lo pagano si stabilisce e cerca di sopravvivere, magari formando una famiglia.
Spesso ho rischiato di sentirmi una puttana, a causa dei contesti. Me ne sono sempre andato prima di pattuire la cifra o di uccidere il cliente.

Oggi ho il blog. Il blog ha tolto tutte le castagne dal fuoco. Perché un blog musicale/letterario, esclusivamente qui in Italia, è considerato come una delle forme più discutibili di velleità intellettuali. E quindi, questo conferma che non sono un intellettuale. Un intellettuale riconoscibile. Laureato. Che fa opinione su cose varie. Che consiglia libri a getto continuo. Che sa strizzare l'occhio a chi lo legge. Che mescola alto e popolare in una sapida e intelligente mistura, ovviamente riconoscibile. Oggi ho il blog. Mi sento abbastanza libero, ma non come vorrei. Ho bisogno di tanta di quella libertà che per sfiorarla dovrei solo crepare. Al momento, non è una mia priorità.

Le soddisfazioni non vengono dall'Italia, quasi tutte da oltre confine. Nemo profeta in patria, diceva qualcuno. Ma va benissimo, non sono così provinciale. E poi, in Italia si sentono tutti dei navigatori, anche se sono semplicemente sdraiati nella vasca da bagno a titillarsi con un ortaggio o con uno di quei coiti a candela che si vedono su Canale 5.
Io, ma non c'era bisogno di specificarlo, non sono un intellettuale. Neanche un po'. Non posso ambire. Non posso sfiorare. Sarebbe difficile essere un intellettuale in un paese che pratica il renzismo da riporto ed il leghismo xenofobo, quindi è molto meglio così. Un paese di tribuni e di eroi seduti in poltrona.
Mi sono rassegnato: l'idraulico, l'elettricista, il salumiere di paese, la profumiera riccia con la fica rasata, tutti questi soggetti mi daranno sempre del tu, perché non ho titoli. Zero tituli e tanti saluti da questo cazzo. Questo è il paese di Pif. Delle inchieste condotte su Canale 5. Qui si piange perché il grande chef in televisione boccia il piatto di radicchio con salsa di gonadi. Qui si piange per i profughi che muoiono in mare, ma non si pagano i contributi alla badante ucraina.

Chiudo facendo un po' di outing.
Non sono catttolico apostolico romano.
Sono oltre la sinistra. Sto nel nulla. 
Non voto.
Non mi piace la melodia italiana.
Quelli che parlano costantemente di sesso mi sembrano degli esauriti e/o dei segaioli. Non c'è nessun moralismo in questo, perché per me ci si può scopare pure lo stick del deodorante, ma senza rompere i coglioni al prossimo.
Non mi interessa la letteratura erotica.
Mi commuovono poche cose. In primis, i dischi di solo contrabbasso.
Credo che accendere sigarette con i fiammiferi sia quasi sesso.
Da piccolo mi piaceva la canzone "Eterna malattia" di Bertin Osborne. Bertin alludeva alla vagina, ma io giuro che non lo sapevo.
Sono fiero di essere napoletano, ma da me non riceverete mai una cartolina con Posillipo sullo sfondo o zeppa di riferimenti al malessere delle terre difficili. Riceverete una cartolina da Napoli come potreste riceverla da Teplice o da Agrigento, da Portland o da Landskrona.
Senza sovrastrutture. Senza retorica lagnosa. Senza la ceralacca della laurea. Da un uomo qualunque in un posto qualunque. Un uomo che come tutti fa il suo ciclo e poi saluta. Beatamente ignorante, sempre nei limiti del possibile.
Evviva Pinguin Moschner.

LdP, 8 giugno 2015


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