23/06/15

Il condizionamento del lieto fine obbligatorio


La triste discesa all'inferno di Laura Antonelli non è certo la prima cui mi capita di assistere, nel mondo dello spettacolo e dell'arte.
Laura Antonelli, come per tantissimi della mia generazione e non solo, è stata uno dei miei primi imprinting erotici, e da allora è rimasto lì, indelebile come parecchi dei totem dell'adolescenza.
Penso di aver iniziato a leggere Vitaliano Brancati grazie a “Malizia” di Samperi; e le cosce della Antonelli sulla famosa scala sono state una specie di condanna eterna ad un voyeurismo casereccio, domestico, rubato.
Confesso di aver visto, molti anni dopo, anche “Malizia 2000”, mesto revival di quel maglio sensuale che fu il suo predecessore; con una certa malinconia mi accorsi che la Antonelli era ancora bella e conturbante. Poi venni a sapere del trattamento estetico, della reazione allergica e della caduta di Laura.
Ma oggi, appresa la notizia della sua scomparsa, devo banalmente considerare che per me Laura Antonelli resterà sempre la Angela di Malizia, quell'inopinato reggicalze anche mentre stirava, quello sguardo invitante che sembrava chiamarmi direttamente dallo schermo.
La prima volta che vidi il film, ero in salotto con i miei genitori. Non riuscivo a nascondere il mio imbarazzo ed il mio turbamento. Le scene del film divennero per un certo tempo, piuttosto lungo, un'ossessione notturna che mi portava a non prendere sonno e a vagheggiare donne seminude alle mie dipendenze. Ma l'imbarazzo peggiore lo avevo già superato: un paio di anni prima, sempre in salotto con i miei, eravamo “capitati” su un film in cui una donna seduceva un fattorino o qualcosa del genere. Al gesto della donna di sollevarsi la maglia (e non indossava il reggiseno), dovetti fuggire in bagno, sconvolto da un qualcosa che mi era successo. I miei non dissero nulla, intelligenti e sobri, ma non ebbi il coraggio di guardarli in faccia per diversi giorni.
Solo qualche anno dopo, sommessamente e con quel garbo antico, mio padre mi disse: “Mi sembri un tipo molto impulsivo e sensibile rispetto ad un certo tipo di cose e situazioni; vedi di non combinare troppi casini...”

La storia di Laura Antonelli non è a lieto fine. Ma sono convinto che le storie a lieto fine siano poche. Certamente in minoranza rispetto alle fiabe patinate che diventano soggetti di film per decerebrati, plot di libri ripetitivi e leitmotiv di trasmissioni miracolistiche. Il lieto fine non è obbligato ed è anche raro.
Alla mia età ti sei fatto il callo, e se non sei un completo deficiente hai presumibilmente capito che la logica delle compensazioni non regge, che il rimborso divino è una mattana per lestofanti, e che noi non siamo nessuno per decidere cosa ci spetta e cosa no, da quale ambito aspettarci le stelle e da quali reali nemici difenderci.
Se uno dei rimedi per sfuggire a tanta patetica pochezza è gingillarsi in un epicureismo decadente dalle gambe corte e dal fiato di nicotina, allora ben venga la perdita di ogni punto di riferimento, di ogni codice civilmente riconosciuto e consacrato. Alla fine, nel grottesco tentativo di risultare coerenti si finisce per diventare delle matrioske di porcellana portate in dono da un parente stronzo, che non piangeremo e non proteggeremo da nessuna caduta, nessuna di quelle che abbiamo già sperimentato.

Oggi il mare è di un blu tanto bello da risultare quasi osceno; quella sensazione inquietante di non riuscire a dominare nessuna forma di bellezza autentica. Impossibile non pensare ad una fuga da se stessi, una fuga senza solennità, semplice, scalcagnata e salvifica. Prendere una sedia a sdraio, trovare il punto più lontano dalla folla, dai ricordi, dalla stessa resistenza quotidiana, dalle tentazioni e dalle speranze, dai propri dati anagrafici ed emotivi, mandarsi affanculo di brutto e sistemarsi devotamente tra la linea dell'acqua e quella del cielo. Senza augurarsi alcuna salvezza. Strafottendosene della morale più conveniente, delle marce indietro, della simpatia da dimostrare, del fascino da spruzzare di profumo e di quella giovinezza che in certe notti mostra il lato inguardabile della medaglia.
Sbattendosene forte delle occasioni da cogliere, delle rivincite a punti, del telefono che squilla, dell'affetto da ricambiare per etichetta, del vigore sessuale che troppo spesso suona come la campana del condannato che non vuole morire.

Tutto questo blu in circolazione mi fa a pezzi; ne sto prendendo coscienza anno dopo anno. Ho il mare troppo vicino agli occhi e forse nelle vene. La bellezza mi distrugge. Non sono probabilmente adeguato a riceverne in gran quantità, perché l'anfora è piccola e l'acquario interiore è un misto di pezzi di cielo rubati e di palude spettrale. Non c'è rimedio e non c'è lieto fine.
Questa consapevolezza non mi migliora ai miei stessi occhi e non mi spinge a guardare all'altro e agli altri con arrogante sufficienza.
Tutto quello che cerco, in giorni blu come questo, è il punto più lontano, sdraio sottobraccio e sigaretta in bocca, occhi che funzionano e linea dell'orizzonte incalcolabile.
E se la bellezza mi scompone, non sono un debole e non sono nemmeno nel giusto. Sono di passaggio e non chiamerò mai quel numero che ti mette in attesa per il lieto fine.

LdP, 23/6/2015

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