17/06/15

Gastrite grunge



Te ne accorgi, che stanno per spararti cazzate di cui non ti frega niente. Te ne accorgi, che non c'entri un cazzo. Te ne accorgi, che due individui possono parlare tra loro ma appartenere a due mondi inconciliabili.
Te ne accorgi, che devi darti velocemente alla fuga, che devi girare l'angolo e cercare di riappropriarti del tuo vero odore, quel misto di deodorante, sudore della notte, bagnoschiuma, pelle troppo rosa e tabacco.

Parlo con alcune persone di cose delle quali non me ne fotte niente. Parliamo di lavoro, di letteratura, delle mezze stagioni, delle pizze, del troppo fumo, di un avvocato coraggioso che io non so chi è e manco lo voglio conoscere. Dico delle cose, ma è come se avessi un suggeritore. E le parole che mi arrivano sembrano un gioco di rifrazioni fantasma, che il mio corpo stritola e trasforma in fumo. La strada è deformata dal calore, le finestre sono tutte uguali, l'attesa di piccoli eventi è uguale per tutti e grida vendetta senza averne voglia.

Rocco Recchia è preoccupato perché vuole diventare una star del giornalismo musicale moderno e me lo dice. Lui che si preoccupa di scrivere una retrospettiva su Charlie Parker, quando riceve ancora la generosa paghetta dai genitori alla bella età di quarantadue anni. Il suo è un gioco, uno sfizio, una forma di egotismo, di edonismo lubrificato, è voglia di consensi, di adepti, è ego culino nello specchio della Dorian Gray di quartiere che prende venti euro più cinque extra se le fai mettere il rossetto.
Rocco Recchia è anche un esperto di divani belgi ed ha aperto un blog su questo. Per Rocco Recchia è importante scrivere perché lo fa sentire vivo. Per Rocco Recchia fare l'amore è come misurarsi la pressione. Per Rocco Recchia io sono uno condannato all'autodistruzione. Certamente. Molto meglio che essere Rocco Recchia.

Dopo tutte le chiacchiere sulle commistioni tra letteratura e jazz, tra sessualità e cinema indipendente, ho tanta voglia di rimanere solo e arrivato a casa mi sparo i Witness, che erano una magnifica band francese grunge, due dischi notevoli, “Smooth” e “Grimace” per poi sparire nel dimenticatoio, nelle camicie di flanella macchiate per sempre, di sogni, di eroina, di puerilità riottosa e di incapacità di accontentarsi.
Ogni uscita dai binari che mi consento, devo tornare al rock, come per rifocillarmi. Qualsiasi tipologia di rock, purché non si tratti di indie fighetto senza cuore. Preferisco Sandy Marton ad un finto cantore di diaspore esistenziali che poi va in birreria con la ragazza figa a consumare una giovinezza con intangibili e fasulle percentuali di jamesdeanismo. Sì, del grunge adoravo lo spirito autodistruttivo anche (soprattutto) ingenuo, quella convalescenza melmosa e imprigionata in un tempo breve. Del grunge conservo la fissazione per i guanti tagliati, anche oggi che me ne mancano sette ai cinquanta. Dal grunge ho attinto per riempire sacche di resistenza, quando mi sono trovato a dover gestire rapporti imbarazzanti.

Mi metto a lavorare e intercetto Bruno Vespa con una camicia a manica corte grottesca, che dal ponte di una nave o qualcosa del genere annuncia uno special tutto “mericano” sui gorgheggiatori de “Il Volo” che trionfano oltreoceano. A Vespa non chiederei nemmeno “scusi, a che piano?”, se me lo trovassi in un'ascensore. Credo che lo aggredirei, chiedendogli urlando se sa chi è Sologub o Halldor Laxness. Tanti auguri ai vibratori di glottide che magari sono dei bravi ragazzi, ma non vedrò il programma.

Alimauro, invece, al telefono mi chiede se so di una scrittrice sentimentalmente libera. Come se io fossi un sensale, un procuratore emotivo di donne che scrivono. Che ne so, fatti una sega, cialtrone. Fatti un calco al cazzo, fallo solidificare per bene e poi ficcatelo in bocca, magari pensando a quale frase di Byron o von Kleist associare al tutto. Spompinati il calco e apriti una bustina di mayonnaise in bocca, sarai per dieci secondi una tardiva decalcomania farsesca di Jean Genet.
Alimauro Nocillo ha scritto il suo terzo romanzo, “L'impiantito dell'assenzio”. Lo ha presentato ovunque, credo anche nel cesso di casa. In copertina c'è un quadro di Odilon Redon e lui pensa che questo innalzi la sua opera di un paio di zeppe. Invece è una merda di libro, scritto da un tizio imberbe con evidenti problemi erettili. Credo che per lui sarebbe molto più proficuo imparare a ciucciare il suo calco, sentendosi così una sorta di situazionista post-urbano. Queste definizioni gli piacciono tanto, come a tutti coloro ai quali non si rizza bene l'uccello.

Non è stata una giornata difficile. No. Tutt'altro. Ho anche fumato meno e succhiato due mentine. Ma non mi sono censurato. Ho semplicemente scritto quel che mi è passato per la testa oggi.
Un treno scuro di angeli grunge già dissolti, una sacca calda di sogni gelidi in transito tra la gastrite e il paradiso, a distanza di sicurezza da abbracci letterari poco geometrici.

Moneta, non poesia.
Un'ala sola per volare, ma non lavaggi del cervello.
Grunge, non crossover.
Gastrite, non prigionia.

LdP, 17 giugno 2015

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