09/06/15

Frogs Overdose - per Layne Staley


"At 7 am on a Tuesday, usual August ...
Next week I'll be 28...
I'm still young, it'll be me...
Off the wall I scrape... you...
I can't wake, I gotta wake...
To cause this wake, I gotta wake no more...
It causes wake, to drown this hate....
To never really stay, never will.....
You take your plate...
Put me through hell, live, live...
Direct your fate...
You say I can do it so well...
Your expiration date... [2x]
Fate, date, expiration date...
(this was the last time)
Hate...
And don't fuck with me again...
My own clean slate...
Don't fuck with me again...
Makes your eyes dilate...
Makes you shake...
Irate..."

Una sera di primavera del 2010, stanco e più stanco del tran-tran, logorato dallo squallore del contesto lavorativo e dalla pochezza affettiva in giro, arrivai alla notte ascoltando ossessivamente “Frogs” degli Alice In Chains, dal famigerato e malinconico album tripode.
La voce di Layne Staley mi ipnotizzò completamente, soprattutto nella coda lancinante del pezzo. Mi parlava, quella voce, di tutti i tormenti tenuti malamente a bada, di quel bisogno violento e sudicio di ribellione continua, di ammutinamento, di fecondo disprezzo per il “lato equilibrato della vita”.
Ascoltando la sommessa declamazione di Layne in coda, mi chiesi che senso avesse poi “cercare di essere quadrati”, “essere costruttivi”, “relazionarsi armonicamente agli altri” e tutta quella zavorra emotiva tipica di ricostruzioni non richieste e di insicurezze con le mutande macchiate di merda.
Durante la riproduzione ossessiva del brano, mi domandai anche perché non avessi mai deciso di farmi. Una tentazione continua, eppure sempre scongiurata. Ma non c'è bisogno di drogarsi per vedersi comparire i demoni allo specchio. Mi domandai crudelmente perché si tenta e si ritenta con la storia dell'amore. L'amore a tutti i costi, primo fra tutti quello del ridicolo.
Per me, pensai, un padre di famiglia non vale più di un ragazzo che muore in un cesso della stazione con una siringa nel braccio. Per me, andai avanti, uno scrittore apprezzato non vale un'oncia di più di una puttana che lo succhia in macchina ad un panzone schifoso, gemendo per finta e intascando i trenta euro con rassegnazione.
Quando finalmente mi decisi ad andare a dormire, avevo la bocca bruciata dalla nicotina, il respiro appesantito, emicrania e fiele, distanza siderale dal me stesso che avrei desiderato e una certa dose di gratitudine per il signor Layne Staley, che Dio o chi per lui lo abbia in gloria.
Mi addormentai solamente alle prime luci dell'alba, sconfitto e con l'appartamento divorato dal disordine, molto di più di una posa da scrittore dannato, ma quale scrittore e quale dannazione. Avrei scritto ancora. Avrei scopato ancora, assentandomi quasi del tutto dalla scena. Avrei telefonato a qualche coglione per passare una mezz'ora di socialità contenuta. Avrei sentito ancora tutte quelle stronzate sul giusto atteggiamento da tenere nella vita; chi continua con queste menate è già morto. È solo un orsacchiotto del cazzo che si aggira in lussureggianti serre di plastica, sborrando ovunque il suo maledetto ottimismo.
A chi mi chiedeva il libro giusto, le parole giuste, le relazioni giuste, il lavoro appropriato, avevo voglia di rispondere la verità, e cioè che nessun miglioramento ha più dignità della caduta, nessun quadretto familiare ben riuscito scongiura la curva sbagliata, la risata della ribellione fallita, la parabola che i preti non bisbiglieranno mai in confessionale.

Layne Staley è stato fondamentale per me. Fondamentale. Fraterno. Paradigmatico. Focale e dannato per sempre, come tutti gli amori che non ti fanno ragionare per davvero.
Quello sguardo triste e fragile, quasi infantile, e le sue ultime apparizioni, nascosto negli occhiali da sole, piccolo abissale tormento d'uomo in forma di voce, quelle mani nervose nei guanti tagliati, quel suo chiedersi la data di scadenza.
La data di scadenza. È dalla culla che mi chiedo la mia, senza volere risposte e spiegazioni, rifiutando la terapia della semplicità obbligatoria, e cioé sole, mare, cazzo duro da regalare alle donne, bei libri da scrivere, bei sorrisi ai bambini e ai vecchi, pollice verde, regole alimentari, altari osceni di religioni e di morti, segno della croce con la mano sbagliata, tanto basta far vedere, esibizioni di credi politici per scardinare l'indifferenza altrui.
Non c'è stata una sola volta, da un appuntamento galante ad un colloquio di lavoro, da una cordiale corrispondenza al restyling dal barbiere, in cui io abbia dimenticato che esiste una zona del vivere che è pericolo di consumazione troppo veloce, una living room di spettri e occasioni mancate, una tana che conserva la memoria del peggio di noi stessi.
Si vive lo stesso e si vive anche bene, in certi momenti. Ho imparato che sono gli imbecilli ad avere sempre paura della negatività, della lucidità che funge da rasoio e suicidio monodose per poi ricominciare con rinnovato vigore.

Devo molto alla voce di Layne Staley e anche alla sua fine, se devo essere sincero. Non c'è stato lieto fine nella storia di Layne Staley, un fiore di carne straziata nel breve ed intenso spettacolo pirico del grunge. Un lampo che non potremmo usare per Instagram, per i nostri avatar, per stringere al cuore il partner e chiedere a Dio quel “per sempre” che ci rende adulterati e fuori fuoco agli occhi del cielo, formiche al sole su uno scorpione morto, cani a tre zampe che non rilasciano autografi.

Luca De Pasquale, 9 giugno 2015





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