27/06/15

Difficiles Nugae (La fenomeride)


La mia sigaretta dopo pranzo si trasforma rapidamente nel set di un film con Carmen Villani o Gloria Guida. In lontananza, su un altro balcone, una donna prende il sole. Seduta con un vestito piuttosto corto, la donna mi intercetta ed inzia rapidamente un rituale di accavallamenti e scavallamenti che mi mettono in profondo imbarazzo da subito. Non sono turbato come potrebbe esserlo un adolescente o un raspatore onanista, ma è fuor di dubbio che l'ostensione “possibile” mi crea dei problemi. Praticamente non sono in grado di girarmi alla mia destra che la donna accelera le parole crociate veloci delle sue cosce.
Se io fossi un altro tipo d'uomo, se io avessi tempo da perdere, che dovrei fare? Non credo nel voyeurismo fine a se stesso, l'unica sarebbe capire come arrivare al suo palazzo, al suo piano e poi alla sua porta e chiederle senza apparente emozione: “Buongiorno, ho notato le sue cosce sul balcone. Sa, io stavo fumando una sigaretta. Mi dica, pensa che potrei esserle utile in qualcosa?”
Ma non andrò a scovare lei e le sue cosce accaldate. Quasi certo che il marito sia poi in casa. Magari anche dei figli. Capace che chiamerebbe la polizia. È una fenomeride. Semplicemente una fenomeride. Che non è una parolaccia e neanche un giudizio. Di espositrici di cosce ne ho conosciute più di veri amici e persone dabbene. Mostrare le cosce non implica giudizi di valore; di certo rompe meno i coglioni che doversi sorbire delle poesie o la compagnia di qualche conoscente innamorato della vita.

Quando finisco la sigaretta, la donna è praticamente come posseduta; le sue cosce disegnano geometrie aeree, mi chiedo se non si stanchi di tutta questa ginnastica e, soprattutto, se lo spettacolino non sia per qualcuno in linea d'aria più vicino di me, qualcuno che dalla mia posizione non posso vedere. Le sue mutandine bianche salutano me e questo dannato, viscido, pomeriggio estivo in cui qualsiasi attività sembra avere il fiato corto.
Se è un'esibizionista, mi chiedo rientrando, sarà rimasta delusa che non ho osato cacciare il cazzo sul balcone ed iniziare a fargli le trecce. Ma provo un senso di precarietà anche con questo psicoporno voyeuristico irrorato di noia e sfizi improduttivi.

Da qualche mese a questa parte, mi annoio ancora più facilmente del solito. I social network mi provocano costipazioni mentali ed intestinali. Non reggo le allusioni politiche velate o meno, le foto oltremarine e i selfie dalle barche e dai paradisi terrestri, non sono iscritto a pagine inneggianti ai posti dove vivo e dove mi sottometto al rito della geografia mentale, non accetto di finire in gruppuscoli di anarcoidi, black bloc in poltrona, scrittori dall'uccello intorcinato e ambasciatori della cultura italiana. Non sbavo come una lumaca dietro mignottoni che spargono il loro olezzo ad ogni post, non commento per la duecentesima volta il link musicale autocelebrativo del cinedo di turno.
Di come mangia la gente non me ne frega un cazzo. Per quanto mi riguarda, possono farsi uno spuntino di pane e merda con ombrellino arancione; possono votare per Salvini e poi andare in vacanza nel sud Italia, possono parlare di immigrazione e pensioni, non riesco a farmi coinvolgere.
Non inseguo le persone. Non ho mai saputo inseguirle e non imparerò certo ora. Non ho buona volontà.

Vengo a sapere che apriranno due nuove librerie nel quartiere. Adesso tutti gli ultra (fasulli, quasi sempre) della lettura e della cultura da recuperare a pelo di water faranno salti di gioia. Mi hanno detto che ci saranno persone che ho conosciuto, coinvolte. Questo non cambia le carte in tavola. I libri li acquisto on line e non desidero ricevere consigli di lettura di sorta. Non metto la camicia buona per andare in un posto a illuminare di Dentosan un sorriso da cinico, in mezzo a libri che non acquisterei mai, tra scrittori buoni a decorare piastrelle da cucina e fasce tergisudore.
Comunico questo pensiero a Johnson Maria, che nel frattempo mi ha telefonato.
“Disfattista, disfattista, disfattista. Ma la vuoi finire di fare il bastian contrario? Così ti alienerai tutte le simpatie...”
“Ma di che simpatie parli?”
“Dico in genere”
“Non dire in genere. Stai parlando di me, Johnson Maria? Ti sembro allora un tipo che si è costruito le sue simpatie con metodo?”
“Ma non conviene essere impopolari”
“Concordo con te, ma non me ne frega un...”
Intanto, cellulare all'orecchio, sono uscito di nuovo sul balcone. Le parole mi rimangono in gola, perché la fenomeride è ancora lì. Anzi, parla anche al telefono, proprio come me. Ora sta a gambe completamente aperte e le dondola pure. Questa è un'ignominia. Ma vedi tu se un libero cittadino deve vedere pregiudicata la possibilità di voltare la testa a destra sul suo stesso balcone.
“Ha bisogno di qualcosa, signora?”
“Ha caldo? Posso intervenire in qualche modo?”
“Ma lei crede che io abbia un binocolo incorporato negli occhi? Guardi che vedo solo macchie, ho più di quarant'anni e sono pure ipermetrope”

Johnson Maria, invece, sta parlando ancora. Parla e parla. Mi dice che andrà in Cilento per tre mesi e tu che fai? Lo mando affanculo.
Eccone un altro, penso, che diraderà le sue telefonate vedendo che la reazione è tetragona, squadrata, dura e proprio per questo ingiustificabile.
Alla gente la rabbia raffreddata non piace. Si deprimono, anche se tu sei più allegro e vivace di loro. Alla gente piacciono le persone accoglienti che non significano un cazzo. A loro non basta che tu non li demolisca; non devi nemmeno demolire te stesso, perché non si fa. L'autodistruzione con il sorriso sulle labbra è l'undicesimo peccato capitale. E non devi essere nemmeno troppo sboccato, perché non sei più un ragazzino. Puoi anche tradire la tua compagna, inculandoti qualcuno a caso, inarcando le reni nell'aria del peccatuccio perdonabile, ma non devi essere troppo sboccato, che poi passi per un ragazzino arrabbiato.
Sparati una siringa nelle vene, ma continua con quella storia della disponibilità. E accetta, Dio buono, i “piuttosto che” comparativi, il whatsappese spinto, le coscienze politiche innaffiate sui social, vai in giro anche tu a dire che la crisi è ovunque, che è colpa dei governi, che sono tutti fascisti, perché l'uomo è una creatura meravigliosa ed è tutta colpa dei politici se stiamo inguaiati e ci sborrano in faccia la Gatorade indigesta dell'ottimismo.

Mi perdo Johnson Maria. Mi chiamerà tra quattro mesi. Abbronzato, con una nuova amica, e mi chiederà “come va?”, con quella sua aria arresa che mi fa saltare i nervi. Che andasse a farsi fottere.
La fenomeride è ancora in azione, ma il sole sta svanendo dal suo balcone e dunque il gioco sta per finire. Potrò riprendere a girarmi verso destra, proprio io che di destro non ho nulla, nulla di nulla. Io tutto sinistra, mancino orgoglioso, sinistro fino all'ultimo giorno.

Sono calmo e aspetto.
Non so bene cosa.
Di notte mi sento a casa. Di notte si chiudono molte di quelle cazzo di bocche ed io riprendo a respirare. Di notte è bello guardare lontano. Di notte puoi far finta che non ti specchierai mai più, e che tutto l'amore e la passione che ti hanno fatto i vermi nel culo per anni erano solo un brutto sogno, una digestione difficile.
Continuiamo allora lo sport della respirazione e non infrangiamo le tavole della nostra geografia affettiva e comportamentale.
La fenomeride è scomparsa. Io, già da un po'.

LdP

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