21/06/15

Cerco di tenermi a bada (senza lubrificarmi)




Studiare i musicisti e le loro opere significa imbattersi in continuazione in brutte storie d'indifferenza, più ancora che di fallimento. Artisti dotatissimi finiti nel (non) mercato di nicchia, aspirazioni sommerse, vite che si spezzano nel momento stesso -questo il beffardo e più comune gioco del destino- in cui sembra che sia in atto una sorta di risarcimento.
In realtà la vita è una continua tensione verso il riconoscimento delle proprie capacità ed attitudini; il più delle volte, il tutto finisce nel cesso ed è inutile restare lì fermi a decidere se tirare lo sciacquone o ripescare i sogni meno spugnati.
Tenersi a bada è uno sforzo notevole. Tenere a bada l'impulso -tanto per dirne una- di andare palesemente contro questa società borghese, ammorbata, svuotata di ogni senso, fintamente protesa al progressismo, sensibilizzata nel modo più squallido verso la notizia da tg, società che si pulisce il culo per bene prima dei grandi appuntamenti e si innamora in continuazione di guitti, cialtroni, comici, capipopolo e ignoranti tribuni protettori dell'amato bene.
Continuiamo a vedere i vari commissari che ci propone Rai Uno, fede cristiana nella tasca sinistra e pistola giocattolo nella destra; continuiamo a sostenere che la lettura debba essere divago, continuiamo ad idolatrare “gli italiani che ce la fanno”, continuiamo a servirci del successo altrui per interpretare le possibilità di ottenere il nostro.

Cerco di tenermi a bada. Mi costa molta fatica. Ci provo.
Mi tengo a bada anche quando assisto ai capricci di chi si crede creativo, arrivato, di chi si fraintende e da persona si tramuta -ai suoi stessi occhi- in icona o addirittura idolo.
L'ho sempre detto e lo ripeto: non è pubblicando libri, dischi e opere che si è migliori degli “altri”. Anzi. Spesso l'artista non è altro che un impasto per pizza o torta al limone, ma crede di essere il dolce maestoso che la Regina di Saba sta applaudendo con le lacrime agli occhi e la fica bagnata.
Non è così. Lo è raramente.

Cerco di tenermi a bada quando mi dicono che c'è la crisi. Ognuno si lamenta e piange.
Non posso portare i miei figli al mare, quest'anno”
Ho guadagnato solo 25000 euro nel 2014, porca puttana”
Come fanno le case editrici a pubblicare libri rischiosi? Nooo... è per questo che c'è tanta cattiva letteratura in giro...”
E chi dice questo poi se lo legge, il libro leggero da ombrellone, da gin fizz, da sprizz and fuck, si fa convincere dal tenente Tamarindo Tetta e la sua passione per la filatelia. Si fa convincere dalla serie televisiva che sembra voglia denunciare collusioni mafiose e che parla anche bene dell'omosessualità e dei matrimoni gay, e che nella storia ci mette anche il senegalese che salva sette persone da un pirata della strada. Sono tutte cose che odorano di un progressismo necessario, quasi obbligato, all'acqua di rose e profondamente ipocrita; comunque, per niente combattivo, reattivo e conscio del protrarsi e del peggiorare delle disparità di classe. Che importa se pochi bastardi hanno i soldi?, sembrano dirsi e comunicare al prossimo, “io almeno sono progressista”.
Come se bastasse accettare ed essere lucidi. È così che ci inculano da sempre, convincendoci di far parte di un qualcosa che ragiona, che si muove e si organizza.
Ma siamo tragicamente soli e perdenti. Forse ci basta pubblicare un libro e apparire preziosi. Forse ci basta costruirci una famiglia. Forse ci basta dichiararci agnostici per rimandare la scelta di un credo qualsiasi, tanto poi si vede.

Cerco di tenermi a bada quando so che la pentola a pressione sta per scoppiare. Cerco di tenere a bada l'anarchia che da sempre mi sradica e mi violenta, che mi sbarra tutte le scorciatoie per il consenso e per le lenzuola pulite, per le terrazze delle feste estive e per il sorriso di accoglienza dei fortunati che prima di darti il benvenuto hanno passato due ore a scegliere come vestirsi.
Cerco di tenermi a bada quando sento che sto per ammutinarmi, quando sono costretto ad ammettere che disprezzo molti di quelli che fanno parte del mio ceto coatto, “quelli per bene, piuttosto eruditi, che cercano di fare qualcosa”.
Cerco di tenermi a bada quando so che mi serve fare qualcosa per ottenere il permesso di tentare qualcosa d'altro, ma la lingua non la caccio, il cazzo lo tengo nei pantaloni, mentre il mio orgoglio è diventato un Golem di panna montata da proteggere comunque.

Cerco di tenermi a bada anche quando mi vengono i sensi di colpa per alcune cose che scrivo, quando mi accorgo che qualcuno si risente o si sente chiamato -quasi sempre sbagliando- in causa.
La pace è per chi se la può permettere. Non per tutti. Forse non per me. Quello che noto è che a molti bastano gratifiche (di qualsiasi genere, da quelle economiche al più generico benessere, dall'attenzione altrui al moltiplicarsi delle occasioni sociali) per perdere ogni impulso di ribellione e di non allineamento. Come a dire: “accorgetevi di me ed io mi calmo, ve lo giuro”.
Che è da vigliacchi e da pigliainculo.
Una delle caste più nutrite è quella dei rotti di culo in doppiopetto. La mia non è una posizione pacifica, ma ho già ammesso che la capacità di sprigionare empatia non è una delle mie qualità. Spiace vedere che qualcuno se la prende sul personale, quando poi le mie allusioni non sono nemmeno velate ma chiarissime.
Mentre lavoravo nel mio decennio nero, impiegato in un'azienda privata, non ho lesinato chiarissimi riferimenti negativi alla situazione, cosa che sicuramente avrà contribuito a fottermi più velocemente. Mi sono arrogato il diritto di dire e scrivere che i miei diretti superiori erano dei coglioni e non ho mai cambiato idea. Quando qualcuno veniva in negozio e mi diceva “è un buon posto di lavoro, vero? Pagano bene?”, io subito dicevo “No, è un posto come un altro, cultura zero, grande finzione, miserie umane a go-go, e pagano anche di merda”. Stupore, un po' di incredulità e il verdetto: “A questo non va mai bene niente, che palle, è un negativo”.
Sì. Non mi va bene niente, salvo rari casi. Sono fatto male. Il blando benessere mi ricorda sempre l'odore della merda in aperta campagna. Il concetto di “buone occasioni da sfruttare” non mi rende un arrivista, mi lascia solo all'angolo di una strada con la sigaretta in bocca, a chiedermi “ma si parlava di bocchini?”

Sono limiti. Precisi limiti. Tutti abbiamo dei limiti. Tutti. Tutti possiamo scegliere, nei limiti del possibile, di costruirci la nostra idea di dignità e di senso. Tutti abbiamo tendenzialmente la possibilità di costruire e levigare la nostra scala di valori. Punto.
Magari sto sbagliando tutto.
Magari potrei andare al mare, mettermi sotto un ombrellone a leggere le avventure di Tamarindo Tetta, smettere di fumare e cercare di guadagnare credito proprio con quelli che me lo farebbero sudare.
La voglia di riscatto” di cui scrivono quelli che curano le rubriche di posta nei rotocalchi, quelli con tante figure, quelli che ti informano su chi chiava chi, quando e a che velocità.
INCREDIBILE! L'attrice del 'Calicanto Espadrero' trovata in compagnia del ballerino/schermidore Ennio La Prostata al porto di Civitavecchia! Ma lei dice: 'Sono molto religiosa'. Lo scoop”

Io non sono religioso. Un altro limite. Non ho apparenti motivi per essere religioso. O di destra. O contro gli stranieri. O pronto a fingere che qualcosa mi piaccia per ottenere qualche facilitazione.
Si può ancora, spero, scegliere come farsi fottere dalla società.
Per me l'importante è non risultare patetico ai miei occhi, un pavone del cazzo spaventato dall'indifferenza, dal fastidio leggero altrui, dal predicozzo dietro l'angolo e dalle stronzate di accompagnamento per pensionarsi prima del tempo.
Cerco di tenermi a bada, anche quando mi regalano una stella per affrontare la notte.

LdP, 21 giugno 2015

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