13/06/15

Amori tossici e bossa in camicia blu


Pomeriggio con “Amore tossico” di Claudio Caligari. Grande film. Mi piace tornare a questo film dopo aver visto Banderas incularsi le galline del Mulino Bianco e sfornare i suoi biscotti latini per le irrequiete casalinghe dell'advertising.
Film senza speranza, senza morale, istantanea neanche troppo invecchiata di una facile e prevedibile maledizione, la droga.
Film di siringhe, di cucchiai, di fiamme, occhiaie, dissipazione e gioventù polverizzata. Meglio del solito programma di medicina. Meglio dell'intervista molto umana al calciatore che ammette di strimpellare la chitarra. Infinitamente meglio delle lacrime finto neorealiste della monnezza pomeridiana nazionale.

Mi raggiunge una mail di scuse di un venditore ebay, nel primo pomeriggio. Tono mortificato per evitare la contestazione e il reclamo. Tu confidenziale, emoticon, puntini sospensivi come se tra noi fosse in ballo una bella scopata sudata di giugno. Non lo mando affanculo perché il disco mi serve ancora. Non lo mando affanculo perché mi piace ancora comprare dischi.
Mentre il suggestivo brano “Chiuso qui” degli Osanna viaggia tra vene e cervello, sulla mia scrivania ci sono troppi appunti, troppi scippi, troppe intuizioni e un pacchetto di sigarette che sembra infartuato dal caldo.

Mi scrive pure un altro, che deve essersi segnato che ho acquistato in passato un vinile di Bob Dylan per un cliente. Mi propone alcuni vecchi vinili del buon Bob a 11,90 euro ciascuno, facendo passare il tutto per un affare clamoroso. Col cazzo. Non comprerei mai vinili usati di Bob Dylan. Non compro vinili usati da piazzisti on line e con tutto il rispetto per Bob non posso definirmi un suo seguace. Rispondo al tizio che ho già tutto di Bob Dylan e lui contropropone i Pink Floyd. Cestino la sua mail.

Mi farebbe piacere scambiare due chiacchiere di notte con Ric Ocasek dei Cars, con quella voce malinconica e monocorde. O con John Cale dopo qualche bicchiere di troppo. Avrei voluto conoscere Jack Bruce. Mi farei una scampagnata con Mark Mothersbaugh e Jerry Casale dei Devo. Ma anche con Walter Becker e Donald Fagen.

Fa un caldo impossibile. L'estate è un procedimento odioso della natura. Che c'è di meglio di una notte di temporali in inverno, con l'anima che sfrigola prima di tradirsi una volta per tutte? Non mi piacciono i piedi nudi, per strada. I vestiti troppo corti e i culi che chiedono di essere guardati e soppesati. Mi sembra di stare al supermarket, ad esporre tatuaggi e astrusi simboli orientali, a cercare sguardi per non accettare che i muri sono bianchi e sporchi e se si avvicinerà un poeta a scrivere dei versi gli spareranno in testa. Dovrei viaggiare in continuazione per evitare l'ossessione dei muri bianchi, impregnati di vecchiaia, di trattative esistenziali di dubbia consistenza.
Anni fa ho stracciato tutte le lettere che avevo conservato. Donne, amici, donne che non lo sono state, fulminazioni empatiche, cartoline di stima, malattie veneree in forma di sogno, il Vesuvio che sputa simpatia ed io che mi fotto con tutta la nicotina disponibile in città. Ho stracciato vecchie foto, ho buttato amuleti, capelli di strega, souvenir di dolcezza adulterata, encomiabili e nostalgiche icone di un passato embrionale e stroncato in tempo. Detesto la nostalgia. Detesto la mia stessa malinconia, quella che mette in risalto gli occhi persi, le labbra socchiuse, le macchie della notte sulla pelle e il carico di roba in sospeso, quel mondo parallelo di fantasmi e sospiri che si ripresenta subdolamente di notte, tra un'idea e l'altra.
C'è una canzone che mi uccide sempre, e dico sempre: “Sugar Mice” dei Marillion. L'ascolto e mi mette in ginocchio, mia padrona per qualche minuto, delirante maitresse della malinconia, adorabile puttana che mi sbava addosso mascara e senso di inappartenenza. La evito per quanto possibile. Sono innamorato di quella vecchia canzone ed è per questo che l'ascolterò il meno possibile. Fa male, scortica, svuota le riserve, incendia le vele protettive, mi abbandona al centro della notte come un soldato ferito dal fuoco amico. Non posso più permettermi questa roba, se non voglio soccombere.

Su una terrazza poco distante ballano. Ballano e si scatenano. Riconosco una bossa suadente, piuttosto erotica, dei Matt Bianco ultimo periodo, quello lounge. Vedo svolazzare vestitini a fiori, ci sono delle candele, vino, schiamazzi, camicie azzurre sbottonate al collo di uomini piuttosto banali, quelli che passano queste serate ad abboffare di complimenti le donne per cercare di scoparsele. Molti uomini sono viscidi quando corteggiano. Come se l'ombra o la decalcomania del loro cazzo li connotassero prima della loro voce e di quel che dicono. Vogliono vivere momenti gradevoli, amano le donne per trovare un senso al loro essere uomini e il complimento che preferiscono ricevere è “seduttore”. Cercano di sfornare biscotti alla Banderas, ma tra pochi anni finiranno ad inculare galline di plastica dopo la cena di Natale. Sono solo dei cazzi deambulanti in camicia azzurra. In genere indossano una collanina d'oro e fingono di ridere quando la loro preda racconta qualcosa della sua vita. Conosco queste serate. Conosco il senso dell'uccello come traino, come locomotore, come religione di passaggio, come vaporizzatore di misera eternità da fermare in foto o in avventura. Conosco la fasulla allegria della seduzione e la nostra misera propensione da accattoni a conservare cimeli di leggerezza, di sogno, di sensazioni perdute.

La notte si annuncia uguale alla precedente. Ho molto da scrivere, ma ho anche troppo caldo ed una lucidità che non è andata al mare e che delimita confini, barriere, dighe, imbarazzanti lontananze e come un segugio cerca l'ombra e la nuvola più vicine per depistare il presenzialismo di questo sole del sud sempre in mutande.
Fumo la mia sigaretta del tramonto mentre svolazzano vestiti con margherite, azalee, rose e altri fiori e gli uomini in camicia azzurra cercano collegamenti tra il piacere, il senso di sé, la libidine giovanile e lo spessore della propria avventura in queste notti senza vento, dove gli unici eroi sono i pensieri che hanno il coraggio di tradursi in azioni scomposte ma sincere.

Mentre la festa impazza, finisco a guardare “El lado oscuro del corazon 2”, non capendo tutto. Ma Dario Grandinetti ha una faccia davvero interessante, e nei panni dell'amante maledetto e poetico ha una certa credibilità, di certo più di quelle controfigure in camicia azzurra, tutti preoccupati di strappare il numero di telefono giusto e di essersi lavati bene i genitali prima di uscire.

LdP, 13 giugno 2015



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