20/05/15

Tratte abituali


La metropolitana procede lenta. Lenta. Lentissima. Il vagone puzza di ascelle e piedi.
C'è una donna di mezza età che si è tolta le scarpe. Noto smalto rosso fuoco, brivido di disgusto. C'è un ragazzo con una barba a manica di cantero che si è infilato in bocca le stanghette degli occhiali. Vorrei fumare e so che tra pochi minuti inizierò a vedere il mare.
Il sapore del caffè tostato di quel bar, il cornetto non fresco, l'odore di camomilla nei miei capelli che chiari non sono, e sapere, ricordarsi, che ogni vista del mare è un pugno nello stomaco, una violenza, uno stupro, una felicità schivata, una statua monca, un dio senza testa, un dio finito male.
Lo sferragliare della vecchia metropolitana mi fa tornare in mente un pezzo dei Bark Psychosis. Sono dolente mio malgrado, sono rarefatto e mi piace, mi guardi in questo vagone ma io sparirò a breve e non ho tratte abituali.
La mia testa non ha tratte abituali, i miei pensieri, persino il tendersi della pelle, la tentazione di ricordare un futuro, la tentazione di risultare l'attrazione, il suono, la sosta, l'oasi, la finta eutanasia.
È pieno giorno, c'è il sole, tra poco il mare, ma questo vagone è imbottito di notti insonni, di fermate dimenticate, di stupidi graffiti, di tentativi pigri di superarsi e salutarsi in corsa.
I piedi di quella donna mi danno il voltastomaco. Non è vero che il sesso è sempre. Non è vero che il pianoforte è sempre poesia. E non è vero che la poesia è nobiltà. E poi, la conoscenza. La conoscenza è un colabrodo. Un sax suonato da un drogato. Una puttana che si trucca e io che muoio a rate.
La conoscenza è l'inganno del traguardo, è l'elaborazione pubblica di un complesso finito nel ripostiglio. Oggi mi sento ignorante, parziale come una bugia inutile, oggi mi vedo vestito di cenci presentabili, carta d'identità scambiata e spalle larghe per poter credere nel riposo.
Mi piace il rumore dei fiammiferi nella notte. Mi piace da impazzire e lo porterei avanti fino ad invecchiare, fino a smentirmi, io che amo le fiabe per gli assenti, le presenze silenziose, i ricordi che non rinnovano mai il visto, gli stupidi che si allontanano e pezzi di musica isolati, come ruscelli da cartolina, come giocattoli non utilizzati in tempo reale.
Il rumore dei fiammiferi nella notte è il suono del mio respiro, è l'attesa che non chiede pazienza e rifiuta sogni in decalcomania, è il miraggio che non urla, timido, inavvicinabile come tutte le forme d'amore più improvvise.
Ogni tanto scrivo, ogni tanto accendo la luce nella stanza, mi ricompongo quando mi penso, mi annuncio quando mi sfuggo, mi comprendo di più quando sono sobrio.
Il rumore che preferisco, dopo una certa ora, è quello del fiammifero che frigge sulla striscia marrone della scatola. Lo porto verso la bocca, a volte la sigaretta non c'è, e lo spazio che percorre la mia mano sinistra è la distanza dalle stelle e dalle fotografie.

LdP, 20 maggio 2015

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