10/05/15

Tenebre tascabili


I bar che stanno per chiudere. Con il tizio che pulisce il bancone.
I tramonti che non sono cartolina, ma cielo ad ore.
I libri che non servono ad immedesimarti, pratica di tanti, ma a ritagliare un pezzo di buio per il giorno successivo.
E le case che somigliano tutte a camere d'albergo troppo grandi, con un numero ingiustificabile di quadri, bomboniere, immagini sacre, picoglass e tovaglie fiorate.
Ma chi l'ha detto che è piacevole conoscere chi abita nel circondario?
Chi ha detto che è rassicurante salutare qualcuno sapendo esattamente chi è?
Chi ha detto che i pentimenti sono marce indietro, e chi osa negare che i buoni propositi sono soprattutto paura?
E chi continua a pensare, riuscendo a non scoppiare a ridere, che ogni nuova goccia dentro è esperienza e bisogna accoglierla?
Come un segugio, conto i passi che mi separano dalla mia casa/motel e fiuto i casi di rovina che mi camminano accanto per pochi istanti. Riesco sempre ad intercettare uno sguardo, una qualche movenza che mi segnalano, in modo neutro, senza pathos, uno smarrimento, una deviazione fatale, un vorticare inutilmente su se stessi.
Sono sguardi e movenze, mezzi silenzi e vergogne, che ho imparato a conoscere e riconoscere. E a rispettare. Rispetto i buchi neri, le stelle incendiate, i festoni striminziti di festeggiamenti passati in sordina, rispetto la paura della consunzione, l'insostituibile gratuità della vendetta e del conto da chiudere, riesco a rispettare molto meno gli esseri umani party permanenti, con le candele ad indicare la strada, i totem personali imposti come quieto e sperimentato rimedio, quelli che si festeggiano ogni giorno per fingere di essere fuochi d'artificio.
C'è un preciso momento, dopo piccoli assaggi di felicità e gratificazione, di lampi di soddisfazione e di gratitudine, che somiglia al vuoto, al vuoto vero, al sonno fermo senza sogni, al naufragio senza storia attorno, perché non tutto può essere racconto, romanzo, novella, confidenza dolciastra, spunto di confronto.
Esiste un attimo privato e bruciante che ha la forma dello zero e il calore volgare delle fiamme involontarie, è un attimo incomunicabile, il nadir delle tenebre personali, originarie, incancellabili. Non ci puoi scrivere, non ci puoi girare un film, non è qualcosa che chiede riscatto, semplicemente una resa momentanea, fermarsi sotto il cielo ad ore e aspettare che torni un sole grezzo e nervoso, lo scenografo smemorato delle speranze casuali.
Nei momenti di tenebre capita di prendere degli abbagli. Abbagli sciocchi, che invecchiano nel solo ripresentarsi, abbagli che accorciano il respiro come l'asma, come il movimento più subdolo di una paura improvvisa. In quei momenti sei esposto, sei debole, sei un coglione al largo di te stesso, lontanissimo dall'isola, dalla sponda, dalla nave.
Ti abbagli per rimuovere, credi che sia così, le cause del vuoto, la velocità spietata dell'oscuramento, ma così facendo costruisci una storia di danni, di non riconoscimento di te stesso, di vigliaccheria passionale.
Ti forzi a scambiare un profumo acre per l'odore della casa dalla quale sei fuggito sempre, e se qualcuno sembra volerti nel suo mondo la prendi per quella verità che non hai saputo guardare in precedenza.
Sbagli finché sei giovane, volenteroso e testa di cazzo. Poi smetti.
Prendi un altro sguardo, non confondi qualcosa da tatuarti addosso con un karma, capisci che il vento di dentro è solo, forse, il raffreddore di un demone mai esorcizzato.
Chi si mette a scrivere quando il vento di dentro è capriccio, sublimazione di mille suicidi scongiurati, quadro di famiglia e di fantasmi, è solo un maledetto stronzo. Come me adesso, anche se scrivo di vecchie sensazioni e di smarrimenti superati dal calendario.
L'importante è non prenderci la mano.

LdP, 10/5/'15

Tracklist:
Gino Vannelli - Lady
Marillion - Incubus



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