13/05/15

Rughe


Scelgo un contrasto fortissimo. Violento.
Il disco dei Kontinuum, Kyrr, appena uscito, imbottito di dolente new wave e hard spigoloso, in una mattina di sole abbagliante, di cosce nude, di allegria indotta, insomma di luce.
Scelgo uno dei dischi più invernali di questo 2015 per una giornata di sole e mare, io stesso mi sento un compromesso su due piedi, una via di mezzo che non ha voglia di dimenticare, oltre al costume, tutta la schiuma nera.
Prendo il caffè al bar e non guardo nessuno. Mi accorgo solo di una ragazza che ha la bocca sporca di cappuccino e di un vecchio che inveisce contro Renzi. Tre estati fa e due estati fa ero a caccia di nuovi appartamenti piccolissimi, ero stanchissimo di fingere che mi interessassero tutti i rapporti umani in circolazione. Ho sempre amato avere poche persone accanto, possibilmente non troppo avvezze a straparlare, ad analizzare, a costruire scenari, a fare dietrologia su ogni cosa.
Non è peccato mortale preferire la sottrazione all'addizione. In fondo, il segno meno potrebbe somigliare ad un sorriso abbozzato, trattenuto nei denti come tutto l'amore che continua a non spiegarsi e a morire nei giorni migliori.

Con il disco dei Kontinuum in testa, nelle guance, come polsino tergisudore, come parastinchi, come scudo vichingo non istoriato, entro in un luogo per attendere qualcosa, per un'ora. Ascolto senza volerlo delle telefonate altrui. Un suocero che sta preparando la pasta al sugo per una giovane coppia indaffarata, quando si ritireranno a casa. Una nonna che becca la nipote all'università e la chiamata dura pochissimo. Leggo il giornale, poi mi concentro sui cirri di polvere per terra. Non ho niente da dire a queste persone e non intavolerei mai una conversazione sul tempo o sulle tasse. La loro dedizione alla quotidianità è ammirevole e mi disorienta. Mi sembrano tutti molti convinti di quello che fanno, dei loro doveri, delle loro abitudini. Sono da apprezzare. Tra loro c'è un uomo che conosco di vista da una ventina d'anni. Ci scambiamo un cenno con la testa. È invecchiato paurosamente ed io queste cose le sostengo a fatica. Noto che è un po' zoppo, parla dei suoi figli ad una donna sformata con il muso triste, io continuo a fissare i cirri di polvere che si rincorrono sul pavimento sporco.
È come se quegli agglomerati grigio-neri di sporcizia giocassero a nascondino nelle mie stanze vuote, perché i miei occhi li riconoscono come familiari, come fantasmi da non scacciare, come memorie da non radere al suolo, come parti della storia.
Ho voglia di fumare, ma non posso alzarmi. Perderei il turno. Non posso allontanarmi. Sono taciturno, mi porto dietro tonnellate di numeri civici, di portoni con i vetri smerigliati, di finestre con i vetri ingialliti dal fumo, di persone svuotate come bigné, di rock per guarire e di sesso-ombre cinesi per guardoni già eliminati da killer di passaggio.
La ragazza ringrazia il suocero per la pasta che mangerà, è contenta di avere una nuova famiglia, di far parte di un nucleo, ripone il telefono e sorride a se stessa. Io mi sento una torre di Babele, un attore ubriaco su un ponte di legno, mi sento una scommessa finita in carta da macellaio, una caramella di veleno per scongiurare i troppi antidoti in giro.
Mi sento una ruga della mia stessa faccia, di espressione e di permanenza, ma non sono triste. Lo so che continuerò ad abbandonarmi nei giorni dispari e quando pioverà. Lo so che continuerò a perdonarmi pochissimi, ad offrirmi volontario per le imprese più difficili, a sentirmi estraneo quando mi si chiede troppa confidenza, a sentirmi la responabilità nella schiena dell'amore e di quel che ne consegue, quando ammetto che fuori c'è il sole.
È il mio turno. Mi alzo. La mia voce è grigia come la polvere che si rincorre nelle stanze che non apro mai al pubblico.

LdP, 13 maggio 2015


Nessun commento:

Posta un commento