09/05/15

Ricordo di Gary Thain


Gary Thain è stato un bassista straordinario.
Sfortunato (ed ennesimo) rappresentante di quello sciagurato gruppo di star chiamato “Il Club 27” (che annovera anche altri bassisti come Dave Alexander degli Stooges e Helmut Köllen dei tedeschi Triumvirat), e cioè musicisti scomparsi a ventisette anni, Gary non era proprio il prototipo del bassista hard'n'heavy. Neozelandese di nascita, affondava le sue radici principalmente nel rock blues, propensione confermata con la lunga militanza nella leggendaria Keef Hartley Band e con l'apparizione al fianco di Pete York, storica figura del blues inglese.
La sua entrata negli Uriah Heep, nel 1972, lo lanciò letteralmente nell'emisfero, all'epoca aureo, dell'hard rock di qualità. Sostituì negli Uriah Heep un ottimo musicista come Mark Clarke, bassista nei Tempest e nei Colosseum (più tardi nei riformati Mountain al posto del grande Felix Pappalardi), e non lo fece rimpiangere. Thain aveva uno stile molto particolare al basso, una sorta di virtuosismo nascosto, per così dire. Preciso e imponente nella tenuta ritmica, Gary riusciva allo stesso tempo a lasciare una traccia melodica, fluida, all'interno di ogni brano, tanto in quelli veloci che nelle ballate tipiche della band inglese.
Per quanto sorprendente e molto riconoscibile nei lavori in studio, Thain dal vivo si trasformava in un vero e proprio animale da palcoscenico, catalizzando su di sé le attenzioni del pubblico. Con movenze glam, fuso con il suo strumento, il bassista neozelandese aumentava sul palco la sua presenza nel tessuto sonoro degli Uriah Heep, arrivando in certi casi ad essere quasi la voce principale. Per una prova di queste capacità, consiglio di reperire due live, “Uriah Heep Live January 1973” e “Live At Shepperton”.

Gary Thain è entrato dunque di buon diritto nel novero di quei bassisti che hanno riempito e caratterizzato il sound di una band, qualità che negli anni settanta non era poi così facilmente riscontrabile come si può pensare. Il basso era spesso sacrificato nel mix, alcuni ottimi dischi di rock, hard rock e proto-heavy hanno dimostrato che anche con un ottimo bassista si rischiava di dover affrontare un basso inaudibile nello spettro sonoro.
Poi, dipendeva dalla personalità del musicista e anche dal tipo di impostazione creativa della band. Riuscireste mai ad immaginare gli Yes senza il basso di Chris Squire? Al contempo, nei Deep Purple fu Glenn Hughes, con le sue radici funk, a far alzare il volume del quattro corde, che il tranquillo (ma ottimo) Roger Glover teneva piuttosto basso.
Molti grandi bassisti sono stati per lungo tempo sacrificati, nell'economia del wall of sound; oggi sembra che ci sia l'effetto opposto, e non sempre con buoni risultati. La prominenza del basso quasi obbligata, se non coadiuvata da una preparazione tecnica eccellente e soprattutto da una certa dose di buon gusto, rischia di generare effetti caotici e di evidenziare, semmai, una certa approssimazione o se non altro una speculativa derivazione di quel che è stato già fatto. Mi capita ancora di ascoltare lavori hard in cui il bassista -onnipresente nel missaggio- sembra volerci ricordare quanto siano stati fondamentali per lui Steve Harris, Cliff Burton e Billy Sheehan. Ma non è semplice essere ultrapresenti ed originali al tempo stesso.

Nonostante gli Uriah Heep abbiano poi avuto degni, degnissimi successori di Gary, tra i quali il crimsoniano John Wetton, il magnifico e solerte Bob Daisley e il bowiano Trevor Bolder, il marchio di Gary Thain è rimasto, quel particolare triennio nella band non è stato fortunatamente rimosso e dimenticato.
Su quello che poi è stato il triste declino dell'uomo (e di conseguenza del musicista) non voglio soffermarmi qui, anche perché la protagonista del disfacimento, esoterismi leggendari a parte, è stata di certo l'eroina.
Di Gary Thain si parla poco, a conti fatti, nel circuito del rock. Non è assurto allo status metafisico di un Phil Lynott o di un Cliff Burton, ma come strumentista ne aveva tutte le potenzialità. Ci dobbiamo quindi ritrovare di fronte ad uno di quei casi limite che ti portano a chiederti cosa avrebbe fatto se fosse sopravvissuto. Quanto sarebbe maturato ulteriormente Cliff Burton? Phil Lynott, che aveva sbandato verso il pop, sembrava avviato ad una carriera di cantante più che di bassista.
Gary Thain era un irrequieto, uno di quegli “scorticati con la tarantola”, non penso sarebbe rimasto per sempre con gli Uriah Heep.

Sulla carriera di Thain, come riferimenti bibliografici, si trova ben poco in giro, a fronte della sua rilevanza come musicista ed innovatore. C'è in giro un oscuro libro tedesco, “Meister der tiefen töne”, scritto da Sonja Wagner e un libro generico sul “27 Club” che tratta abbastanza largamente la rapidissima parabola di Gary.
Riservandomi nuovi approfondimenti su questa figura così rilevante per l'emancipazione rock del basso elettrico -perché insisto nel dire che non possiamo limitare l'espansione del basso al solo dio Pastorius, sarebbe un grave errore storico-, approfitto di queste righe per ricordare Craig Gruber, primo bassista dei Rainbow di Ritchie Blackmore, scomparso quattro giorni fa dopo -mesto ed abusato eufemismo- “una lunga malattia”. Gruber è stato un signor bassista, ma ha sicuramente raccolto meno di quel che poteva. Oltre al seminale primo lavoro della meravigliosa band dell'arcobaleno, troviamo sue tracce anche negli Ozz, con Gary Moore e naturalmente negli Elf, band che fu la palestra di Ronnie James Dio, Mickey Lee Soule e del nostro.
Non ho praticamente trovato traccia della notizia, se non su webzine specializzate in hard rock e siti di estimatori affranti. Il solito provincialismo che ci porta ad interessarci di beghe da rock context, piedini tra figuranti dei talent e ci fa perdere totalmente di vista tutto ciò che è stato sogno rock e professionismo indiscutibile.
Ma le tracce vere, in materia di rock, restano, e tornano a galla anche sotto strati e strati di patinate strisce depilatorie e falsamente revisioniste. Il buon rock è pur sempre un terremoto perpetuo, lavora sotto e sopra, come il basso di Gary Thain.

Luca De Pasquale, 9 Maggio 2015










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