03/05/15

L'anima a scaffale nella discografia di casa


Da ragazzo, capii molto presto che ascoltare heavy metal, almeno nel contesto in cui vivevo, contrassegnava come “sfigati” e “strani”.
Se non ti piaceva solo il lato più chiaro e commerciale del rock duro, Van Halen, Aerosmith, Bon Jovi, se andavi oltre e cercavi di dare senso e varietà ad un tipo di aggressività artistica (ben lontana dal manierato e ridicolo satanismo di facciata), allora ecco che agli adulti -e non solo- apparivi problematico, disadattato, in una fase da guarire.

Mi piacevano le provocazioni dello street metal, il machismo esasperato dello sleaze più rude, la violenza pura di Slayer e Possessed, ma è ben noto che le mie preferenze andavano alla complessità dei Queensrÿche, che con la loro immagine sofisticata e poco definibile e i loro testi intelligenti e drammatici mi hanno forgiato più di tanti libri acclamati dai miei professori.
Il mio Hermann Hesse è stato Geoff Tate, il mio Italo Calvino è stato Chris DeGarmo. Per certi versi, i miei Edgar Allan Poe e HP Lovecraft sono stati Steve Harris e Blackie Lawless. È stata la musica a spingermi verso la scrittura, non l'emulazione di autori che comunque leggevo e mi intrigavano. Ma mai come un disco. Lo ammetto. Il mio non era un approccio intellettuale e intellettualoide alla scrittura; soprattutto posso dire che già allora non ero posseduto da quel demone della popolarità che invece tanto bene ha fatto a qualcuno, sospingendolo tra le braccia della “domanda del pubblico”.
In quegli anni, essere metallaro era una forma di ribellione estetica ed interiore molto tangibile. Io però ero un metallaro con i capelli corti, alla Queensrÿche, appunto. Non mi piaceva fare headbanging, mosh, indossare magliette con teste di caprone e borchie alla Rob Halford, anche se adoravo i Judas Priest. Ho ascoltato fiumi di metal ma non ne ho mai sposato l'estetica. Del resto, amo alla follia Jaz Coleman dei Killing Joke e non per questo mi dipingo le occhiaie demoniache; credo di preferire un'estetica della normalità. Nel senso che se mi incontrate potreste prendermi per un aficionado di John Martyn, rendendomi per questo fiero e felice.

Oggi, passati trent'anni da quella fulminazione, ho ancora problemi a far prevalere gli scrittori sui musicisti, per quanto riguarda il discorso dei debiti formativi. Certo, ora le influenze si sono allargate a dismisura e l'ambito hard da solo mi starebbe decisamente stretto. Nel mio percorso non potevo prevedere che sarei finito dai cotonamenti di Kiss -che rispetto ancora- al contrabbasso, e che avrei esplorato fino allo sfinimento il Rock In Opposition, il post-metal, il new progressive e persino pagine di elettronica minimale.
Ma, in fondo, è il concetto base che non si è sovvertito. Mi è più congeniale ascoltare dieci dischi che leggere dieci libri. Anche perché, e lo dico a ragion veduta, i libri -soprattutto italiani- che escono ai giorni nostri non è che mi interessino molto. Trovo i nuovi narratori spesso noiosi, artefatti, involuti e di maniera. Molto di maniera. Molto attenti al marketing e con le palle rugose di tutti coloro che attendono responsi più che tentare la fortuna senza previsioni.

Continuo comunque a preferire i personaggi minori (nel senso di non completamente esplorati dal pubblico medio) ai miti e alle leggende.
Non ho molta simpatia per le icone conclamate del rock, non è questione di andare controcorrente per forza. È che proprio non concepisco il dedicare una vita ai grandissimi, quando lo fanno già in tanti, spesso con risultati risibili. Salvo rare eccezioni, che in ogni caso non mi vedono fanatico o fanatizzato, mi solletica molto di più andare a caccia di altre emozioni, di altri approfondimenti. Quando creperò avrò coperto solo il dieci per cento della mia caccia, non avrò tutto il tempo che mi serve. Nessuno ce l'ha.
Ma, dicevo, quel che noto è che bisogna affrontare ancora dell'impopolarità latente se si esplora il sommerso e non il consolidato.
Posso fare degli esempi chiari. Poniamo il caso dell'infame facebook, che a mio avviso aveva molto più senso quando serviva -agli inizi- sostanzialmente per cercare emozioni sessuali o per fare finta di cercare vecchi compagni di scuola e di merende.
Posto un brano di Keith Jarrett da “Melody at night with you”: quindici mi piace e nove commenti.
Subito dopo posto Skyharbor, John Martyn stesso e Landberk. Zero like e nessun commento. Probabile che nessuno abbia cliccato sul post.
Poi, con Bill Evans, accompagnandolo magari con qualche acquosa allusione amorosa, torno a cifre decenti, quattordici mi piace in pochi minuti. Va benissimo così, non sono uno così proteso al reclutamento dei gusti, sono altri i personaggi che si autoproclamano divulgatori del verbo. Verbi che poi -sovente- non sanno neanche coniugare.

Siamo pieni di sacerdoti delle sette note, storiografi, agiografi, critici musicali snob, vecchi e pallosi fornicatori rock, ruderi del primo progressive che non si sono mai aggiornati, tediosi e irritanti puristi jazz. Uno sfiancante elenco di individui concentrati unicamente sul consolidamento delle loro attività divulgative in materia di musica.
Un apostata della techno cerebrale può arringarmi per ore, ma se non va oltre il suo genere verrà eliminato dalle notifiche. Se uno si autofinanzia un libro sui Moody Blues e poi demolisce atrocemente i testicoli con continui riferimenti al suo volume, io lo elimino per via diretta ed indiretta. Credo fermamente nel meticciato e nell'incesto creativo. Credo nella musica sporcata e screziata di continuo. Tutto ciò che è ortodossia incapace di mettersi in discussione mi deprime, mi annienta, fa risvegliare in me mai sopiti istinti di teppista. 
Se dopo Jaco Pastorius mi va di spararmi gli ABC o Bracco Di Graci, sarà un mio diritto, la cui bellezza privata è inalienabile e non soggetta alle bordate perverse e irridenti dei Competenti Associati.
Se ascolto George Michael perché la sua voce mi prende, e per il basso di Deon Estus, non significa che non posso arrivare a capire il discorso dei God Machine. E quanto ai giovani critici dal gusto esclusivamente indie, penso che farebbero bene a scoparsi tra loro: cosa che già fanno abbondantemente.

Dopo aver venduto dischi per vent'anni, dopo aver lavorato in una lurida tana molto utile per conoscere davvero tutta la musica e un'esperienza di dieci anni e più nella grande distribuzione (ma con anima e palle piccolissimi, e soldatini di stagno), oggi cerco di divulgare quel che so divulgare e anche altro, nei limiti delle mie possibilità, conoscendo i miei limiti certo, ma anche quelli degli altri.
Anni fa tentai di farmi le ossa in riviste e webzine, ma mi accorsi subito che vigeva un ostracismo di fondo, molto ipocrita e saccente. Ti dovevi mettere alle costole di qualche giornalista affermato, slurpargli il culo nei giorni dispari, farti maltrattare un po' ed essere adepto. Non mi scendeva, questo destino. Ho smesso subito di tentare con i giornalisti affermati, quasi tutti molto arroganti. Discorso questo che valeva anche con editori e scrittori o agenti letterari. Sia chiaro che non ho mai pensato di essere un genio. In niente. E non sono nemmeno nato imparato, come si suol dire. Ma ho studiato, studiato ed anche esperito: empiricamente. 
In Italia il giornalismo musicale è una casta sempre più striminzita, orientata a non essere invasa da ospiti sgraditi. Poi ci sono i giovani virgulti, quelli entrati -a volte per merito, a volte per spicchio di deretano- negli organi preposti, ed ecco che cacciano fiori di spocchia assortita. Tendono a sventolare le loro competenze, si autocelebrano come continuatori di chissà quale grande tradizione. Senza un briciolo di umiltà. E lì si vede chiaramente come la maggior parte di loro non abbia mai avuto davvero problemi economici. Manca l'umiltà, troppo spesso. Tra gli addetti ai lavori e anche tra i semplici appassionati, melomani o monomaniaci.
Io penso di saperne davvero parecchio di basso e bassisti, ma è ovvio che ci sarà qualcuno che ne sa più di me, anche qualche insospettabile. Magari più timido di me e non interessato a scrivere recensioni o intervistare i suoi musicisti preferiti (e chiaramente anche gli altri). Se pensassi di essere un semi-dio della critica bassistica, avrei già chiesto a persona fidata di essere sterilizzato e ridotto a stato vegetale per non creare nocumento ad altri.
Tutto dovrebbe essere bagaglio, in questo senso, e non scaffale ben ordinato della discografia di casa. Si tende, istinto non si sa scaturito da cosa, a paventare la possessione del verbo. Un verbo poco confutabile, spesso trincerato dietro il tesserino di giornalista o una potente discografia casalinga da esposizione, tipo cena tra amici o foto su Instagram.
Bisognerebbe mantenere la curiosità in linea con un principio di umiltà.
Altrimenti, si rischia che sullo scaffale di legno ci si finisce per interi, definiti e comunicabili, un po' ruffiani e delineati secondo geografie del gusto riconoscibile, secondo quell'arte zoppa e sodomita della propria commerciabilità, come esperto, come divulgatore, come stronzo di passaggio.
Non c'è mai pulizia esteriore e smerciabile nel caos che si affronta, ma dovrebbe consacrarsi la lealtà; quella è il cemento necessario per costruire la propria piccola casa. Dove accogliere il nuovo e consumare i viaggi che musica e vita ci offrono, senza scegliere villaggi turistici organizzati dove camminare sulle braci con delle uova in equilibrio sul pene e la foto di “addetto ai lavori” spillata all'ego come un'immagine post mortem.

Luca De Pasquale, 3 maggio 2015

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