24/05/15

Disillusioni come scala di priorità


Nel piccolo centro tutti conoscono tutti. Ognuno si arrampica facilmente su quel che sa degli altri. Ognuno crede di poter vivere al meglio la tendenza alla familiarità.
Non mi piace questa roba. Non mi è mai importato di cosa le persone pensassero di me, a meno che non si trattasse di affetti, dei pochi affetti concepiti.
Non so bene cosa pensino le persone che incontro quasi ogni giorno. Si va da “ecco lo stronzo con la sigaretta” a “quello un tempo lavorava in città, oggi è disoccupato, me lo ha detto...” e altre inimmaginabili sfumature. Questioni di nessuna importanza, di pochissimo conto.
L'apparenza inganna. Potrei sorridere e invece indossare l'anima del drogato, del malato terminale, del perverso. Potrei apparire dimesso, dismesso, malinconico e invece godere di spirito combattivo. Non è importante. Per me come gli altri. Sono solo chiacchiere da portinai con la prostata ingrossata e da donne intente ad invecchiare tra pettegolezzi e confessionali. Intanto, tonnellate di esseri umani continuano a morire, spesso dimenticati, il più delle volte fraintesi, quasi sempre accompagnati dal patetismo ipocrita del “resta in pace”.
Resta in pace. Resta. Dove? E la pace, sicuri che c'era?
Resta. No grazie. Meglio cambiare scena, credo penserebbe lo scomparso di turno. Non si “resta” nella pace decisa dagli altri. Gli altri non decidono. Gli altri sono spesso un'entità imbarazzante, che non può sovvertire prospettive e destini.
Scherzosamente, ogni tanto penso a cosa mi getteranno nella bara. Un basso elettrico? Sarebbe un peccato. Una macchina per scrivere? Troppo pesante. Un pacchetto di Camel Lights? Ecco, okay, me lo fumerei di corsa. Ma sono fantasticherie scaramantiche, perché non mi farei mai seppellire. Meglio cambiare argomento prima che diventi tutto sinistro.

Penso alla foto che farei per un mio libro. Di certo non metterei la mano sotto il mento e non assumerei la tipica faccia di cazzo della profondità di pensiero e di comunicazione. Tanto varrebbe farsi un selfie al cazzo, magari in quello stato intermedio di cose tra mollusco e maglio.
Luca De Pasquale vive e lavora a... ha studiato...”
No, Luca De Pasquale non ha studiato niente e infatti non lo scrive, non lo millanta. La scuola mi faceva schifo e l'università mi sembrava un ritrovo per infelici a chiappe umide. L'idea dell'insegnamento non mi attraeva. Credo che piuttosto che studiare giurisprudenza mi sarei fatto violentare da un primate.
Queste scelte hanno accompagnato e determinato i commenti dei successivi vent'anni, che posso sintetizzare con questa parola così aulica: “PECCATO”.
Ma peccato un cazzo. Me la sono giocata. Sono stato altro, spesso sbagliando tutto. Ma che importa. Non ha nessun peso. La parola peccato non significa nulla. In fondo, sono un tipo da strada. Un volgare mozzo come tanti.
Peccato, uno come te...”
Uno come me? Cioè, un qualsiasi uomo del sud, di media altezza, di media intelligenza, fissato con la musica, tabagista, non certo un cesso da balcone ma neanche Robert Downey Jr., uno qualsiasi. Questo è il dramma di molti: riuscire ad accettare di essere come tanti, come quasi tutti, maledettamente ordinari, sciaguratamente prevedibili.
Ho smesso presto di sognare palcoscenici e gente che mi applaudiva a fiducia. Ho subito interrotto i giochi da spogliatoi di calcetto con le misure dell'uccello. Ho interrotto, peggio di un coito nascosto, quel flirt di merda con l'idea dell'amore puro e incorruttibile. Forse ho vomitato una pizza in grembo ad un messo dell'eternità, a Cupido in calzamaglia, all'imitazione sonnolenta del santo protettore della memoria, ho trattato come un piazzista molesto il miglior angelo finito alla mia porta. Mi sono autodistrutto per corrispondenza e per procura, a gettone e per contratto, ho cercato di recitare il mio Shakespeare ma avevo la voce crepitante di un comprimario in un film porno, quelli che partecipano per quattro minuti e alla fine del film non sai nemmeno se hanno eiaculato.

Chiudo gli occhi, così, per gioco, e mi vengono in mente nomi e nomi di persone che ho conosciuto. Una trottola che può indifferentemente fermarsi su uno a caso, la conclusione è sempre la stessa: ci siamo capiti, ci siamo conosciuti per davvero?
La risposta è quasi invariabile: no. Ma è detto senza raccapriccio, senza disfattismo, senza provocazione.
Ci si entra dentro così poche volte nella vita. Il resto è tutta superficie, cerotti, bende, scopate, foto di cerimonia, tavolate ebbre con overdose finale di bicarbonato, altarini impolverati con folla di volti che non torneranno mai più, se non accompagnati dal vento della notte.

Come quando pensavi che qualcuna ti fosse davvero entrata nelle carni, solo perché l'avevi desiderata, una, due, mille volte. E perché lei ti dava l'idea di desiderare te, per motivi a volte oscuri a volte troppo chiari per esseri veritieri. Il desiderio è solo uno strato, troppo spesso sottilissimo e impalpabile, dall'odore dolciastro e nauseante, fittizio come un nascondiglio, un trucco di scena. Appartenersi è qualcosa invece, per i miei canoni, che mette in gioco la discesa all'inferno. Anche con il sorriso. Anche con benevolenza e apparente bonomia.
Accumuliamo una serie di inutili santini del cazzo cui tributiamo la nostra nostalgia, le nostre lacrime di frustrazione, le nostre poesie senza capo né coda. Non ha nessun senso. Spesso sono solo avatar. Cartoline semoventi che continuano in altre direzioni. Desideri che sono rimasti sui nostri muri con puntine da disegno, quelle che usavano gli adolescenti di una volta per i poster dei cantanti.
Sento sempre più spesso la parola “disillusione” nei discorsi da tardo quarantenni che mi trovo a sostenere. Parola inesistente, status ambiguo. Quelle che molti definiscono “disillusioni” sono per me una sorta di scala di priorità, la parte terminale di quella immensa gavetta che dovrebbe portare finalmente a riconoscere sprazzi di vero.
Senza amarezza addestrata, senza cuore in mano o sul comodino, senza sciocchi diario di bordo da dare in pasto a curiosi, superficiali e cacciatori di orgasmi patinati.
La vita che corre, il mare che si increspa e diventa rischio più serio. Tutto qui.

LdP, 24 maggio 2015

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