25/05/15

Dischi cupissimi: Burst - "Origo" (Relapse)


Ascoltare “Origo” degli svedesi Burst, quarto lavoro del gruppo, è un'esperienza. Non consigliata ai deboli di cuore, ai soloni dell'approfondimento tedioso (“questo lo hanno gia fatto i...”, “niente di nuovo, è solo metalcore svedese”, “mi bastava un vecchio disco dei Neurosis”), ma soprattutto non consigliato a chi non cova -con un minimo di consapevolezza- rabbia dentro, rabbia che fatica a guarire e che brucia come un'infiammazione permanente.
Sono suoni lancinanti e straziati, quelli dei Burst, con voce scream e sei corde sotto sforzo, alternati però sapientemente a fasi oniriche letali che rappresentano la bellezza aggiunta del disco, il suo plusvalore. Come, forse, un uomo in agonia che si ostina a sognare. Come un demone capace ancora di innamorarsi. Come la luce del mattino lattiginoso dopo una notte di pioggia e di brutti sogni, di storie chiuse e di lavori insoddisfacenti.
Penso, in questo caso, a “Comes into view” con un basso zoppo e settantino e una chitarra malinconica, insinuante, mai statica, quasi sensuale. Penso alla parte centrale di “Where the wave broke”, maledettamente emotiva, quasi shoegaze, saltellante di dolore.
Il disco, uscito ormai da dieci anni per la sempre sorprendente Relapse (che in un fil rouge marcio e slabbrato riesce sempre a infilarci qualche scheggia di sogno), è da qualche giorno nel mio stereo, che ci tengo a sottolineare non è per audiofili e maniaci. È lo stereo di uno che mangia musica e non c'è altro da dire. Contrasto apertamente quella scuola di pensiero (???) che definisce necessario un impianto da mille e una notte per arrivare a capire un disco. È una teoria laccata, superficiale e stantia.
Con il pezzo “Stormwielder”, dopo scudisciate metal, sembra di finire in una dispersione à la Robert Smith, con un'aria rarefatta, satura, implacabilmente cupa. Qualcuno potrà pensare che quest'alternanza tra disperante aggressione sonora e interludi dreamy sia fittizia e costruita a tavolino, a me sinceramente non sembra affatto. È parte integrante, questo pastiche emozionale, del verbo metalcore, è struttura poco regolamentata ma anche legge tacita e funzionale del genere.
Al timone dei Burst c'è Jesper Liveröd, già bassista dei potenti Nasum; proprio l'efficace brano d'apertura, il già citato “Where the wave broke”, è dedicato a Mieszko Talarczyk, leader dei Nasum, perito tragicamente in Thailandia nel 2004, sorpreso dallo tsunami.
Forse è vero che dopo la violenza, dopo la rabbia e la decompressione, i momenti più quieti assumono una valenza differente, una sorta di quieta trascendenza, l'imprevista ricomposizione delle tenebre.

Ed allora, in questa luce rosa di un pomeriggio qualsiasi di estate in arrivo, ecco che “Comes into view” sembra uno spezzone di un disco di post rock ben riuscito, dimenticando tutto l'edificio dolorante da cui fuoriesce. Da riscoprire.

LdP, 25 maggio '15

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